Studiare, leggere, imparare previene l’Alzheimer


di Loretta Dalola

http://lorettadalola.wordpress.com/2010/07/27/studiare-leggere-imparare-previene-lalzheimer/

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Alzheimer, sono due i migliori test per prevederlo


Sono stati identificati i test che prevedono meglio se una persona con problemi cognitivi potrebbe sviluppare l’Alzheimer: sono la tomografia a emissione di positroni (Pet Scan) del cervello e il test di memoria episodica, un esame dove i partecipanti devono ricordare una lista di parole. E’ il risultato del primo studio che ha comparato i principali strumenti per prevedere lo sviluppo dell’Alzheimer. Lo studio, pubblicato su Neurology, rivista dell’Accademia Americana di Neurologia, è stato condotto da un gruppo di ricerca coordinato dall’università della California a Berkeley. Questi due test si sono rivelati 12 volte più attendibili nel prevedere la malattia, rispetto agli altri strumenti che sono: analisi del sangue per verificare l’esistenza di una variante del gene Apoe, associata alla malattia di Alzheimer; l’imaging a risonanza magnetica (Mri), per misurare la grandezza dell’ippocampo dei pazienti, la parte del cervello responsabile dell’apprendimento e della memoria e la verifica della presenza anomala delle proteine tau e beta-amiloide nel cervello. I test sono stati eseguiti su 85 persone di età compresa fra 55 e 90 anni con problemi cognitivi e seguiti per 1,9 anni. Nell’arco di questo tempo 28 dei partecipanti hanno sviluppato la malattia di Alzheimer.

fonte ANSA

Alzheimer: bambole, cuccioli e musica, efficaci cure soft


Le terapie soft, non farmacologiche, si sono dimostrate efficaci per aiutare i pazienti con Alzheimer, che nel nostro Paese sono ormai 600.000, in crescita al ritmo di 150.000 nuovi casi ogni anno. Aggressività, agitazione, allucinazioni e insonnia, possono ridursi fino al 60 per cento grazie alla compagnia di una bambola o di cuccioli: migliora l’alimentazione dei pazienti, diminuisce lo stress, mentre l’ascolto della musica riduce l’ansia e la depressione dei malati. I buoni risultati possibili con le cure non farmacologiche dell’Alzheimer sono stati discussi dagli esperti riuniti per il decimo Congresso dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria, a Gardone Riviera in provincia di Brescia.

Chi si ammala di Alzheimer perde man mano il contatto con il mondo: dimentica il nome degli oggetti, non riconosce le persone più care, vorrebbe parlare ma non sa più come. Le terapie scarseggiano, ma un aiuto per affrontare alcuni aspetti della malattia può arrivare da strategie alternative di sollievo per alcuni sintomi e disagi. “I farmaci per la cura dell’Alzheimer possono solo rallentare la progressione dei sintomi – spiega Marco Trabucchi, presidente dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria – Si sono quindi diffusi approcci di medicina alternativa, che hanno resistito alla prove di efficacia e vanno sempre più conquistandosi uno spazio tra le cure accettate a tutti i livelli”. Due esempi sono la doll therapy e la pet therapy: entrambe dirigono l’attenzione della persona ammalata di demenza verso un compito, quello di giocare con un cane, un gatto, un criceto o una bambola, perché eviti di concentrarsi sulle idee che riempiono in maniera scoordinata il cervello producendo ansia, agitazione, uno stato permanente di disagio. Una ricerca dell’università di Tolosa in corso di pubblicazione ha dimostrato che in questo modo si riducono del 60 per cento i disturbi comportamentali, il paziente migliora la sua alimentazione e si creano le condizioni per un miglior adattamento all’ambiente.

“La compagnia di un piccolo animale o di una bambola deve essere mediata da un operatore, che indirizzi e aiuti il paziente: in questo modo si ottiene un ambiente più sereno, che favorisce anche i momenti di riposo e un’alimentazione più tranquilla. Non sappiamo perché ciò accada – ha precisato l’esperto – forse c’è una regressione all’età infantile, si attivano ricordi cancellati solo apparentemente dalla malattia, si riescono a sfruttare le capacità affettive residue. Purtroppo l’effetto di pet e doll therapy non dura più di un giorno, il giorno successivo bisogna ricominciare da capo”. La terapia con la musica è più articolata.

Secondo uno studio in via di pubblicazione su Aging and Mental Ealth, condotto dal gruppo di ricerca Geriatrica di Brescia coordinato dal prof. Trabucchi, la musica funziona come una sorta di ‘chiave’ per accedere alle emozioni dei malati: riduce l’ansia, la depressione e i disturbi comportamentali dei pazienti. Sull’aggressività, l’agitazione, le allucinazioni la musica può essere perfino più efficace dei farmaci, senza però alcun effetto indesiderato.

fonte ANSA

Cervello: i ricordi a volte si cancellano, le emozioni mai


A volte una persona anziana non e’ piu’ in grado di ricordare un fatto sepolto nel suo lontano passato, eppure puo’ ancora provare il ‘brivido’ dell’emozione che quel fatto, per esempio la nascita di un figlio, ha prodotto. Anche un individuo malato, la cui memoria e’ KO per esempio per via del morbo di Alzheimer, non ricordera’ neanche cosa ha fatto 10 minuti prima ma, se quell’azione gli ha prodotto un sentimento, state pur certi che la sua memoria inceppata lo ricordera’. Le emozioni, infatti, secondo una ricerca pubblicata sui Proceedings of the National Academy of Sciences, lasciano segni indelebili nel cervello: anche quando i ricordi scompaiono le emozioni loro legate rimangono. La scoperta e’ di Justin Feinstein e DanTranel dell’universita’ dell’Iowa. Gli esperti hanno osservato pazienti con gravi forme di amnesia e visto che, anche se incapaci di ricordare sia pure un minimo la trama di un film appena visto, ricordano e continuano a provare a lungo le emozioni suscitate dalla visione del film. Questi risultati hanno implicazioni importanti su due fronti: oggi sono in corso molte ricerche volte a trovare un metodo per cancellare il ricordo di un evento traumatico ma, stando a questo studio, anche se cancelli il fatto doloroso non e’ detto che cio’ basti a cancellare il dolore procurato da quell’episodio; inoltre i malati di Alzheimer, pur ricordando poco o nulla delle loro giornate, hanno ‘ricordi emotivi’ che non vanno dimenticati per offrire loro un’assistenza di qualita’. Gli esperti hanno osservato la ”memoria emotiva” di un gruppo di pazienti colpiti da grave amnesia a causa di lesioni a livello dell’ippocampo che e’ la sede della nostra memoria ed e’ cruciale per il trasferimento delle nuove informazioni nel ‘cassetto’ della memoria permanente. Questi pazienti hanno difficolta’ a ricordare qualsiasi informazione in modo duraturo. I neuropsicologi hanno lasciato vedere per alcuni giorni dei film, commedie o film drammatici per suscitare felicita’ o tristezza in questi pazienti. Pur non avendo problemi a ridere o piangere di un film, i pazienti gia’ a 10 minuti dalla visione non ricordano minimamente cosa hanno visto. Eppure, e’ emerso sottoponendoli a questionari ad hoc per valutare il loro stato emotivo, i pazienti trattengono a lungo le emozioni suscitate dalla visione dei film, soprattutto la tristezza. ”I pazienti continuano a provare le emozioni scatenate dal film, la tristezza piu’ a lungo della felicita’, entrambi i sentimenti durano molto piu’ a lungo di quanto persista in loro il ricordo del film”, ha spiegato Feinstein. Cio’ potrebbe significare che non basta cancellare il ricordo di un evento traumatico per cancellare il dolore legato a quell’evento. Inoltre, ha concluso Feinstein, e’ necessario tener conto di questi risultati per assistere con umanita’ un malato di Alzheimer: questo non si ricordera’ di certo una telefonata affettuosa di un parente ma manterra’ il bel ricordo dell’emozione suscitata da quella chiamata. Viceversa se lo si trattera’ con non curanza e poco rispetto, il malato se ne ricordera’ anche se la sua memoria non funziona.

fonte  ANSA

“Parole mute” di e con Francesca Vitale a Scenario Pubblico a Catania


 “E’una storia vera, la storia mia e di mio padre…” “Parole mute”,  lo spettacolo scritto e interpretato da Francesca Vitale, in scena per la rassegna Gesti Contemporanei, nell’ambito della sezione TE.ST. del Teatro Stabile di Catania, è il racconto, in prima persona, di sensazioni, ricordi, sofferenze ed emozioni .

Francesca Vitale in questo spettacolo, in scena sabato 27 e domenica 28 marzo alle 21 a Scenario Pubblico, svela lo sconvolgimento che si prova nel trovarsi faccia a faccia con la  brutalità  che è una malattia come  l’Alzheimer. Racconta la pena e lo sconforto che nasce quando sai che un tuo caro è stato aggredito da qualcosa di mostruoso e sconosciuto. E’ la testimonianza di quanto si possa imparare da questa esperienza dolorosa, attraverso la comprensione di tutti quei meccanismi di comunicazione extraverbale che questi malati posseggono e che consentono loro di rompere le barriere culturali.

Parole mute” nasce da una dolorosa esperienza personale: il padre dell’autrice è scomparso ed i suoi ultimi anni di vita sono stati segnati dall’Alzheimer. Questa messa in scena vuole essere un contributo e un conforto per tutti coloro che conoscono, subiscono o operano per i problemi della malattia.

La costruzione dello spettacolo, un atto unico composto da 17 quadri scanditi da contributi musicali, è una suggestiva commistione fra testo, immagini, voci fuori campo e musica. Un vero e proprio dialogo con l’assente, ripercorrendo le tappe di un rapporto mai chiuso.

Dopo aver debuttato il 17 dicembre 2008 al Teatro dei Filodrammatici di Milano, Parole mute ha ottenuto nel 2009 il Premio Enriquez.

Sul palco di Scenario Pubblico Francesca Vitale sarà accompagnata dalle suggestioni vocali fuori campo di Paolo Bonacelli e Ottavia Piccolo e da un video dove scorrono immagini, ricordi, fotografie, fantasie e suggestioni.

“Vi racconto l’esperienza ed i problemi di una figlia, le sensazioni, i ricordi, le sofferenze e le emozioni. Vi racconto le sensazioni buone, alte, importanti che la sofferenza, talvolta, può dare……spero che tutti possano sentirsi coinvolti e protagonisti di questa operazione nata dall’amore di una figlia per il suo genitore…”

 

Meglio Google di un libro per allenare il cervello


Fare ricerche su Internet allena il cervello, e può farlo ancor più che leggere libri, almeno così rivela uno studio che sarà pubblicata sul numero di febbraio del Journal of Geriatric Psychiatry.
Un team di ricercatori dell’università californiana Ucla ha sottoposto 24 soggetti tra i 55 e i 76 anni a due esperimenti: in uno dovevano leggere un libro e nell’altro dovevano fare ricerche su Internet mentre il cervello veniva monitorato con la risonanza magnetica.

La risonanza ha mostrato che, i entrambi i casi, venivano stimolate le regioni cerebrali responsabili del controllo del linguaggio, della memoria e della visione, ma l’uso dei motori di ricerca attiva anche le aree che controllano le decisioni complesse, segno che in questo caso l’attenzione è più sollecitata. “E’ un po’ presto per dire che Google aiuterà a sconfiggere l’Alzheimer – precisa Gary Small, coordinatore dello studio – ma di sicuro l’uso dei motori di ricerca cambia in maniera estensiva i circuiti cerebrali”.

fonte www.rainews24.it

Alzheimer: la religiosità rallenta la demenza senile


La religiosità, intesa come attitudine alla religione o spiritualità, rallenta la progressione della demenza senile. E’ quanto emerge da uno studio di due ricercatori della Clinica geriatrica dell’ Università di Padova, diretta dal prof. Enzo Manzato e pubblicato sulla rivista “Current Research”.

Lo studio è stato condotto su 64 pazienti affetti da in differenti stadi della malattia, monitorando per 12 mesi la progressione della demenza, dopo aver suddiviso gli ammalati in due gruppi: quelli con un basso livello di religiosità e quelli con un moderato o alto livello di religiosità.

Per un anno i pazienti sono stati sottoposti a test per misurare il loro stato mentale e la loro funzionalità nelle attività quotidiane, sia quelle che permettono un primo grado di autosufficienza (vestirsi, lavarsi e mangiare da soli) sia quelle maggiormente complicate (come telefonare).

I malati del gruppo con basso livello di religiosità hanno avuto nell’anno una perdita delle capacità cognitive del 10% in più rispetto a quelli con un livello di religiosità medio-alto. Le come il morbo di non sono guaribili, farmaci e condizioni particolari di vita possono solo rallentarne la progressione.

«E’ noto che gli stimoli sensoriali provenienti da una normale vita sociale rallentano il decadimento cognitivo – ha  spiegato il professor Manzato – ma nel caso dello studio riportato sembra essere proprio la religiosità interiore quella in grado di rallentare la perdita cognitiva. Non si tratta quindi di una ritualità cui si associano determinati comportamenti sociali, bensì di una vera e propria tendenza a “credere” in una entità spirituale».

da www.blitzquotidiano.it