Progetto “Il lavoro in carcere”


di Francesco dal carcere di Augusta

Oggi vorrei parlare di una questione estremamente delicata del pianeta carcere: il lavoro in carcere.

Il lavoro appartiene semplicemente all’essere dell’uomo in quanto significa, in genere, un essere attivo nel mondo. Una delle condizioni più penose e meno comprensibili della vita in carcere è indubbiamente l’ozio: uno stato di noia mortale.

Il lavoro è occasione per evidenziare e testimoniare le proprie capacità e la valenza del proprio status: un’esperienza umana insostituibile che contribuisce alla crescita personale, favorisce il raggiungimento di equilibri personali, familiari e sociali.

Il lavoro diventa “perno centrale” nella vita e può condizionare mutamenti, decisioni, soluzioni esistenziali anche determinanti. La complessa problematica connessa con il lavoro penitenziario suppone un quadro di riferimento che include considerazioni sociologiche, giuridiche ed economiche. Nell’ambito della stratificazione sociale, la categoria dei detenuti è inserita, nella corrente sociologica, tra le categorie marginali o emarginate, i cosiddetti “luoghi poveri”.

L’attenzione verso le categorie marginali come i detenuti, a parte le lentezze abituali, non si è sempre espressa in un piano di interventi organicamente e moderatamente  collocato, ma le profonde trasformazioni della società contemporanea hanno esercitato un determinante influsso anche sulla realtà carceraria. Per cui a una notevole incidenza culturale politica non si è sottratta neppure la “questione lavoro” che ha vivamente segnato la conoscenza degli stessi detenuti ai quali occorre oggigiorno assicurare non belle parole e nobili intenzioni bensì concrete opportunità di una scelta diversa a quella criminale e quindi “qualificazione professionale” e “attività produttive”. A ciò aggiungasi che gli orientamenti comuni degli studiosi, coerentemente col dettato della Costituzione che postula la finalità rieducativa e perciò riabilitativa e risocializzante della pena, concordano nell’affermare che il lavoro costituisce uno strumento fondamentale di redenzione e riadattamento alla vita sociale. Esso acquista valenza liberatoria, è realtà unificante rispetto alla separatezza della detenzione, rompe le attuali divisioni tra carcere e società. Le carceri, un tempo separate dalla società civile per necessità, tradizione e cultura, si sono aperte in questi ultimi decenni al mondo esterno, al territorio facendo emergere una nuova visione della pena indicata come “cultura del dialogo”, capace di garantire, a quanti concretamente lo vogliono, un reinserimento, aiutando chi ha sbagliato.

Occorre quindi consolidare l’impegno attorno all’uomo in detenzione incrementando un umanesimo solidaristico capace di sfatare luoghi comuni. In sostanza si tratta di tradurre in termini di concretezza operativa il campo della solidarietà. In questo senso il lavoro intramurario non assume il significato di premio, non rappresenta una concessione, tanto meno una semplice terapia. Esso può configurarsi come “diritto”, come “diritto-dovere” la cui assenza risulta senz’altro “desocializzante”. E’ auspicabile, perciò, una più determinante e incisiva attuazione di piena solidarietà attorno all’uomo in detenzione che veda un coinvolgimento delle componenti politico-produttive sindacali e del volontariato in quanto si ritiene possano essere feconde premesse e sostegno delle iniziative fattibili nell’immediato. E’ la politica dei piccoli passi che condiziona e determina le grandi riforme spesso internazionali.

In conclusione sia consentito affermare che siffatta metodologia, se attuata e che già ha avuto sperimento pratico in varie regioni, consentirebbe, una volta emanati i decreti attuativi della legge 193/2000 “legge Smuraglia”, forme diverse di organizzazione del lavoro e quindi nuove e concrete possibilità occupazionali a quanti vivono nelle carceri. Quindi il lavoro quale strumento privilegiato per il recupero sociale. Esso, infatti, riveste un ruolo di primaria importanza nel processo di risocializzazione per un soggetto in esecuzione penale perché consente alla persona detenuta di intraprendere un cammino di “responsabilizzazione” e di conformità alle regole giuridico-sociali nonché di soddisfare esigenze personalistiche  di gratificazione emotiva e professionale. L’appagamento professionale, inteso quale effettiva possibilità per il detenuto di contribuire al sostegno economico del proprio nucleo familiare, favorisce il recupero dei valori di solidarietà e responsabilità e innalza la spinta motivazionale per la prosecuzione del percorso intrapreso prevenendo il rischio di nuove condotte criminose.

Il reinserimento sociale e lavorativo della persona detenuta in Sicilia è processo problematico date le oggettive difficoltà economiche e sociali del contesto territoriale siciliano. Il percorso riabilitativo e di reinserimento lavorativo, che si presenta già comunque con difficoltà nella maggior parte del territorio nazionale, risulta difatti assai più disagevole in Sicilia dove si aggiungono aspetti da sempre discriminatori per i soggetti che hanno pagato il loro debito con la giustizia i quali hanno già alle spalle, nella maggioranza dei casi, un vissuto di disagio e crescente marginalità senza protezioni sociali. In tale situazione estremamente problematica l’inserimento lavorativo per la persona con pregiudizi penali assume un valore ancora più forte poiché è solo attraverso l’attività lavorativa che la persona può concretamente cambiare lo stile di vita finalizzato alla “non reiterazione dei reati”.

Qui ad Augusta, casa di reclusione e, in particolare, per i detenuti del circuito “alta sorveglianza”, detenuti quindi con ergastolo e pene altissime, in atto il posto assegnato a ognuno che è chiamato a svolgere il “lavoro” non può essere modificato e perciò non possono svilupparsi ambizioni né in bene né in male oltre quella offerta dall’amministrazione: spazzino o spesino.

A ciò aggiungasi che in questi anni di vita della Casa di Reclusione di Augusta non è stato assunto, da chi istituzionalmente preposto, un comportamento coerente con quanto contenuto nella normativa . Infatti nulla si è fatto per reperire le risorse necessarie al fine di predisporre adeguarti piani di riconversione e riqualificazione delle esistenti manifatture penitenziarie né è stata prevista dall’amministrazione, nel suo budget, alcuna voce di spesa per formare almeno quei quadri che avrebbero dovuto assicurare le condizioni minime indispensabili per sviluppare il lavoro qui ad Augusta. C’è bisogno di una sinergia di tutti gli enti, pubblici e privati. C’è bisogno di una progettualità regionale del provveditorato finalizzata al rilancio e al rinnovamento dell’amministrazione penitenziaria avendo, tra le priorità, proprio quella di una progettazione di interventi tesa a incentivare le opportunità di lavoro sia all’interno degli istituti che all’esterno e capace, soprattutto, di creare continuità tra “dentro” e “fuori” per costruire così concrete occasioni di recupero sociale. Una nuova politica penitenziaria regionale che agisca contestualmente su più fronti per incrementare i posti di lavoro disponibili per i detenuti sia all’interno che all’esterno degli istituti penitenziari ponendo particolare attenzione all’instaurazione e al consolidamento di una stabile rete di rapporti e intese con gli enti istituzionali territoriali (regioni, province, comuni) e con le associazioni e il terzo settore per la qualificazione del lavoro penitenziario e la creazione di nuove opportunità d’impiego per i detenuti. E’ necessario, quindi, sperare per la definizione di un protocollo d’intesa con l’unione regionale delle camere di commercio e le associazioni di categoria regionali. La creazione di una rete stabile di rapporti e collaborazioni tra i diversi attori istituzionali e dell’imprenditoria darà impulso alle attività produttive che si concretizzeranno all’interno dell’istituto con obiettivi e finalità posti dal progetto “Lavoro in carcere”. Inoltre sarà fondamentale far acquisire ai detenuti una preparazione professionale adeguata alle condizioni lavorative per agevolarne il reinserimento sociale. L’amministrazione penitenziaria dovrà avere la capacità di progettare e predisporre una serie di esperienze formative e professionali realmente utili che devono essere in grado di far acquisire ai detenuti un bagaglio di conoscenze e di abilità tecniche spendibili nell’avviamento di un’attività autonoma oppure nell’offerta di manodopera sul libero mercato. E’ ovvio, pertanto, che il lavoro intramurario, nel suo complesso, appare in grado di raggiungere soltanto una parte degli obiettivi per i quali esso è previsto rimanendo relegata in secondo piano quella che dovrebbe essere la finalità di gran lunga assorbente: il reinserimento attraverso la qualificazione professionale.

In particolare tutte le parti chiamate in causa devono concordare sull’opportunità di ricercare e attuare misure volte al sostegno e al reinserimento sociale e lavorativo di detenuti, ex detenuti e sottoposti a esecuzione penale esterna affinché vengano applicati i benefici previsti dalla legislazione nazionale e regionale. Si impegnano a valorizzare le lavorazioni interne agli istituti penitenziari, a promuovere intese operative, anche a livello locale, per incentivare le ipotesi previste dalla vigente normativa per la gestione, da parte di terzi, delle lavorazioni penitenziarie come pure per favorire progetti di cooperative sociali, formate anche da detenuti, internati, ex detenuti o ex internati che abbiano lo scopo di creare posti di lavoro interni ed esterni agli istituti penitenziari  e che offrano garanzia di fattibilità e di continuità basate anche su commesse pubbliche.

E ancora, concordare sull’opportunità di promuovere congiuntamente, attività finalizzate alla produzione di beni e servizi per il mercato realizzati all’interno e all’esterno degli istituti di pena in base alle effettive possibilità occupazionali esistenti sul territorio nel confronto con gli organismi competenti a livello regionale. In tale ambito le parti si dovranno impegnare a promuovere e stimolare commesse di lavoro per i detenuti da parte di enti pubblici, cooperative sociali e imprese.

La presente idea non rappresenta, ed è ben chiaro per chi ha esperienza in merito, la “soluzione” della complessa tematica affrontata sia perché il sistema economico nazionale è in continua evoluzione sia perché, in ultima istanza, appare necessario il riscontro in un costante impegno politico e amministrativo a livello nazionale, regionale e locale, ma sicuramente tutte queste azioni eliminerebbero l’incertezza della posizione dei detenuti e attenuerebbero quella tensione palpabile oggigiorno nelle carceri.

Per quanto detto finora, amico/a lettore, concludo con un monito pr la direzione di questo carcere rivolgendo l’invito che se è vero che il nostro paese attribuisce al lavoro dei detenuti un alto valore per il loro riscatto sociale deve dimostrare, nelle sedi proprie, un comportamento coerente con quanto contenuto nelle stesse leggi. Deve cioè saper reperire le risorse necessarie per rendere economico questo tipo di lavoro. All’amministrazione penitenziaria spetterà il non facile compito e di formulare un piano di intervento realistico programmato nel tempo, e di mobilitare le forze capaci di indirizzarlo e sostenerlo e nell’affiancare la difficile azione del Ministero della Giustizia finalizzata al raggiungimento degli obiettivi complessi e delicati indicati dal legislatore.

La stessa Corte Costituzionale ha avuto modo di esprimersi sul lavoro carcerario evidenziando che “Ben lungi dall’essere in contrasto con la morale esigenza di tutela e rispetto della persona esso (il lavoro) è gloria umana, precetto per molti, dovere e diritto sociale per tutti”.

L’impegno ultimo di   questo progetto è mirato a creare le condizioni idonee per la realizzazione di una nuova mentalità e cultura nella prospettiva di un nuovo rapporto tra il cittadino e la società che ha origine nel riconoscimento del diritto morale e sociale dei detenuti di essere sostenuti e reinseriti nella società allontanando lo spettro della stigmatizzazione etichettante.

Il lavoro diventa quindi una sfida sia per la società che per il detenuto. In tal senso si è ipotizzato di vedere il lavoro come metodica di relazione del soggetto detenuto con la società. Un nuovo strumento di “co-municare”, di mettere insieme qualcosa, di condividere le regole della vita quotidiana per un identico fine. Un linguaggio comune è uno strumento molto forte di partecipazione e confronto. La responsabilità della società nei confronti dei soggetti detenuti è di tipo etico e l’obiettivo è un bene socialmente condivisibile. L’etica diventa uno strumento di comunicazione fra la società, il mondo del lavoro, le regole del lavoro e il soggetto detenuto che, non dimentichiamo, è parte integrante della società stessa.

A tal proposito Hegel diceva: “Il lavoro è il modo fondamentale con cui l’uomo produce la sua vita dando inoltre una forma al mondo”. Io aggiungerei :”diventando la fonte di ogni valentia terrena, di ogni virtù e di ogni gioia”.

Vi lascio riflettere…

vostro Francesco

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“Ergastolo: fine pena mai”: riflessioni di Francesco dalla sezione del carcere di Augusta che oggi fa lo sciopero della fame


“Non vogliamo martiri ma siamo disposti a soffrire! Ma essere ergastolani è come essere morti prima di morire. Si muore tutti i giorni per tornare di nuovo a morire ancora e di nuovo ancora…!”

Una testimonianza forte che ci deve far riflettere sullo stato in cui vivono, oggi, circa 200 persone condannate all’ergastolo.

La richiesta di abolizione della pena dell’ergastolo appartiene alla cultura giuridica e civile democratica. Al problema, ancora oggi, non si è dato tuttavia un diretto sbocco a livello costituzionale poiché si ritiene che esso deve essere affrontato e risolto dal legislatore ordinario nell’ambito di una revisione del sistema delle pene.

Nella V e VI legislatura, in sede di riforma della parte generale del codice penale, il Senato della Repubblica aveva sancito l’abolizione della pena dell’ergastolo ma la riforma non aveva potuto, per la fine delle rispettive legislature, essere presa in considerazione dalla Camera dei Deputati. Nel 1981 fu tenuto il referendum, proposto da tutti, su questo argomento e di cui è noto l’esito.

Nella XIII legislatura il disegno di legge di abolizione dell’ergastolo fu approvato in Senato. Le ragioni che si collocano a fondamento della prospettiva dell’abolizione sono note :”l’ergastolo è una pena inumana che toglie all’uomo la speranza, che confligge in modo inconciliabile con il principio costituzionale della finalità rieducativa della pena”.

I detenuti ergastolani, oggi anno 2009, aspettano ancora una risoluzione a tale pena. Il nostro sistema prevede ancora una specifica forma di pena del tutto incompatibile con l’ordinamento costituzionale, con numerose prescrizioni di norme cogenti di diritto internazionale nonché con il paradigma essenziale dello Stato di diritto.

L’ergastolo è una pena forse peggiore della pena di morte: in un caso si ammazza tutto, nel secondo si rispetta il corpo e si ammazza la personalità. Era già chiaro ai compilatori del codice penale francese del 28.09.1791 che, pur prevedendo la pena di morte, avevano abolito l’ergastolo ritenuto, molto più della pena capitale, “disumano, illegittimo, inaccettabile” nella misura in cui rende l’uomo “schiavo”, realizzando di fatto un’ipotesi di servitù coatta legittimata in nome di una pretesa superiore e inviolabile ragion di Stato.

L’ergastolo comporta, in primo luogo, una palese violazione del principio di umanità della pena di cui all’art. 27 comma 3 della nostra Costituzione nonché nella misura in cui, analogamente alla pena capitale cui del resto il diritto romano assimilava l’ergastolo, priva il condannato per sempre del suo status inalienabile di persona come tale parte dell’ordinamento giuridico e solo temporaneamente assoggettabile a misure privative della libertà personale, legittime unicamente nella misura in cui siano funzionali al reinserimento sociale del reo.  Ne consegue, pertanto, l’illegittimità di una pena quale quella dell’ergastolo che, in ragione del suo carattere perpetuo, priva il condannato di ogni possibilità di reinserimento sociale attribuendo così alla sanzione criminale la sola funzione di neutralizzazione, stigma e negazione eperenne al reo del suo status di persona.

Tale pena esprime significativamente la funzione di “stigmatizzazione” attribuita all’ergastolo, pena esemplare quanto infamante, disumana quanto pre-moderna.

Inoltre il carattere fisso ed immodificabile della comminatoria edittale dell’ergastolo viola palesemente i principi di eguaglianza-ragionevolezza, di proporzionalità tra reato e pena, di individualizzazione della sanzione criminale nonché di colpevolezza per il fatto.

Il divieto di irrogazione di pene contrarie al senso di umanità e lesive della dignità umana, il carattere necessariamente rieducativo della pena, i principi di proporzionalità tra reato e pena sono, del resto, parametri cogenti di legittimità della sanzione penale, sanciti come tali anche da numerose norme di diritto internazionale e sopranazionale.

Ne consegue, quindi, la necessità giuridica, politica e morale di abolire una pena contraria ai principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale dello “ius cogens” di matrice internazionalistica  sopranazionale ma, soprattutto, con il paradigma costitutivo dello Stato di diritto quale sistema politico fondato sul rispetto dei diritti umani e delle garanzie e libertà fondamentali, veri e propri parametri e, a un tempo, limiti di legittimità dell’esercizio statuale del potere punitivo.

Quindi ritengo che sia doveroso dire che se le cose stanno così o la politica cambia la Costituzione oppure l’ergastolo è anticostituzionale e lo è ancor di più dopo la sentenza 135/2003 che ha stabilito che gli ergastolani con reati che rientrano nell’articolo 4bis primo comma, primo periodo della legge 26 luglio 1975 n°354 (cioè quasi tutti) non potranno mai uscire dal carcere e dunque non si può parlare del fine rieducativo della pena.

In questi casi l’ergastolano è come il pesce che vive in un acquario aspettando la sua fine senza poter comunicare a nessuno le sue sofferenze. “Al pesce manca ogni mezzo di comunicazione con noi e non può destare la nostra compassione. Il pesce boccheggia anche quando è sano e salvo nell’acqua. Persino la morte non ne altera l’aspetto. Il suo dolore, se esiste, celato perfettamente sotto le sue squame (Italo Svevo)”.

Già nel Medioevo la clemenza era un atto da cui sovrano traeva consenso, oggi invece i politici cavalcano il giustizialismo che rende in termini elettorali ma se a fermare i politici nell’abolire l’ergastolo è l’ipotesi che il detenuto possa commettere un nuovo reato, dovrebbero portare fino in fondo il giustizialismo approvando leggi per mettere fine alle inutili vite degli ergastolani. Quando molti di loro dicono di essere contrari alla pena di morte e, allo stesso tempo, si dicono contrari all’abolizione dell’ergastolo “non solo sono bugiardi ma sono anche bilingue”. Per loro “la pena null’altro è, a questo grado di civilizzazione, se non il comportamento normale contro l’odiato, reso inerme, soggiogato nemico il quale ha perduto non solo ogni diritto e cautela, sibbene anche ogni possibilità di grazia; dunque la festa del “vae victis” in tutta la sua spietatezza e crudeltà (F.Nietzsche – Genealogia della morale)”.

Premesso che la vendetta soggettiva delle vittime dei reati va compresa, non può trovare giustificazione la “vendetta dello Stato” che non può essere ritenuta una riparazione al reato. Se si ritiene valido l’art. 27 della Costituzione, lo spirito di vendetta dopo tanti anni è ingiustificato nei confronti di persona che sono cambiati “intenzionalmente”.

Si può e si dovrebbe cercare di cambiare il futuro dei condannati all’ergastolo guardando e giudicando il loro presente. Non è giustizia tenere una persona dentro una cella per una vita intera senza speranza, non serve a nessuno. Con l’ergastolo non si vive ma si sopravvive senza speranza e senza sogni e vivono senza speranze e senza sogni i familiari del condannato.

Detto questo la mia idea è quella di abolire l’ergastolo e spero che nella coscienza civile sgorghi come un fiume in piena la condivisione di tale pensiero:

–      Perché le anime degli ergastolani sono costrette a vivere vite in bilic tra speranze e delusioni

–      Perché la vita senza la speranza non è vita

–      Perché è un’agonia che dura un’intera vita

–      Perché è solo la banalità della vendetta

–      Perché ci si trova a scontare una pena sadica e crudele che appaga una serie di fobie

–      Perché è un itinerario perverso dentro l’intimità dell’individuo

–      Perché è una pena di morte camuffata

–      Perché la libertà per un ergastolano è un orizzonte che non vedrà mai

–      Perché la pena dell’ergastolo mangia l’anima, il corpo, il cuore e l’amore del condannato e dei propri familiari

–      Perché una pena come l’ergastolo non sarà mai in grado di fare giustizia

–      Perché la società, reagendo al male con il male dell’ergastolo,non fa altro che creare altro male

Allora, dato che la politica e i politici non avranno mai il coraggio di abolire l’ergastolo perché i grossi partiti sanno bene che cavalcare l’onda giustizialista rende in termini elettorali.

E dato che alcuni politici si prendono anche gioco degli ergastolani affermando in TV che con la pena dell’ergastolo, dopo pochi anni, si ritorna liberi, e noi sappiamo bene che non è così.

In previsione dell’approvazione dei nuovi codici da parte del Parlamento che prevedono l’abolizione dell’ergastolo e una generale rivisitazione delle pene,

chiedo a voi, lettori di questo sito, con estrema serietà e piena coscienza se:

–      È vitale restituire agli ergastolani e alle loro famiglie una speranza che li farebbe sentire di nuovo vicini e protagonisti positivi

–      Di avere la certezza di fine pena, di poter avere anche loro, gli ergastolani, un calendario nella cella per sognare e segnare con una crocetta i giorni, i mesi, gli anni che passano

–      E che la pena sia rieducativa com’è scritto nella Costituzione. Ma se la loro vita deve finire in carcere a che serve un percorso di rieducazione?

E’ ovvio, e loro sanno che non è facile da ottenere, per tanti motivi ma vogliono che dell’ergastolo si parli nuovamente e seriamente e che siano date loro risposte chiare e responsabili, risposte a loro e ai tanti sono loro vicini, di credere in un’altra vita.

Aspettando i vostri pensieri in questo sito Francesco vi saluta e vi lascia riflettere.

–       

Sciopero della fame contro l’ergastolo in una sezione del carcere di Augusta (SR)


I detenuti del circuito di Alta Sorveglianza della Casa di Reclusione di Augusta-Brucoli annunciano che oggi, 10 dicembre 2009, osserveranno, in forma pacifica, lo sciopero della fame per l’abolizione dell’ergastolo in questa giornata nazionale dedicata a questa iniziativa.

Tra breve pubblicherò le riflessioni di Francesco, una persona ristretta in questa sezione ma che non ha questa condanna.