Niente più carcere, seconda settimana: riflessione personale su un aspetto del pianeta carcere, l’agorafobia.


di Daniela Domenici

L’agorafobia è la paura degli spazi aperti, grandi, senza confini.

Provate a immaginare cosa possa provare una persona che per circa vent’anni (e ci dovrà stare ancora per molti anni) della propria vita è stata sempre “ristretta”, chiusa in una cella di pochi metri quadri, spesso da condividere con uno o più compagni, o all’interno di un furgone della polizia penitenziaria (che è peggio di una cella), per gli spostamenti da un carcere all’altro, e poi si trova a sperimentare, per un permesso, quei piccoli gesti che a noi “liberi” sembrano normali come fare una semplice e innocente passeggiata nelle strade cittadine: il timore dell’improvviso spazio aperto senza muri di confine, del contatto con la gente alzando gli occhi da terra senza la paura di essere ancora una volta maltrattato ma solo per un sorriso e un saluto, come un uomo e non come un semplice numero dell’elenco; il poter parlare il proprio dialetto liberamente sapendo che quando c’è l’affetto, la disponibilità e l’attenzione dell’amico “libero” anche quello viene compreso; l’abbraccio fraterno come piccolo gesto di contatto fisico a lungo desiderato con quell’amico che ti porta anche a vedere il mare, un’altra distesa sconfinata che può dare agorafobia e di cui si era dimenticata la bellezza…

“Com’è profondo il mar” di Lucio Dalla

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