Giovanni…


di Daniela Domenici

Giovanni era un delicato poeta.

Giovanni era un bravo tennista.

Giovanni era impegnato politicamente.

Giovanni è rimasto completamente solo.

Giovanni è diventato obeso e ogni giorno mangia sempre di più.

Giovanni ferma chiunque per parlare ma nessuno ha più voglia di ascoltarlo.

Giovanni non ha avuto amore, non è stato capito, è stato prima allontanato e poi definitivamente abbandonato da tutti.

Giovanni ora dorme sulla panchina di piazza Duomo ad Augusta sotto gli occhi impietosi della gente della sua città che lo guarda chiedendosi “perché” ma non muove un dito per aiutarlo.

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Scienza: il cervello dell’amante lasciato ‘impazzisce’ d’amore


L’amore e’ come una dipendenza da droga e purtroppo quando un amore finisce e’ come si andasse in crisi d’astinenza e le conseguenze possono essere imprevedibili. E’ quanto emerge da uno studio sul cervello di un innamorato ferito: appena vede la foto dell’amato che l’ha lasciato il suo cervello attiva intensamente aree legate al desiderio, alla dipendenza da droghe (in modo simile a quello di una crisi d’astinenza) e al dolore. La ‘foto’ del cervello abbandonato’ e’ stata scattata in una ricerca pubblicata sul Journal of Neurophysiology da Lucy Brown e Saul Koreydell’Albert Einstein College of Medicine of Yeshiva University di New York. Gli esperti hanno analizzato con la risonanza magnetica cosa succede nel cervello di 15 studenti di college recentemente ‘abbandonati’ dal proprio amato. Al solo vederlo in foto le emozioni da cui i volontari sono invasi scuotono il loro cervello dove si iperattivano diverse aree neurali: l’area ”ventrale tegmentale”, che controlla motivazione o incentivo a fare qualcosa da cui trarre appagamento (area gia’ nota per il suo coinvolgimento nei sentimenti suscitati dall’amore romantico); il ”nucleo accumbens” e le corteccie orbitofrontale e prefrontale, associate al desiderio e alla tossicodipendenza, in particolare il sistema dopaminergico che e’ coinvolto nella dipendenza da cocaina; infine la corteccia insulare e quella cingolata anteriore, associate con dolore fisico e stress. Lo studio dimostra che l’abbandono da parte della persona amata genera delle reazioni ‘folli’ nel cervello del triste innamorato, tanto folli che a volte  potrebbero portare a gesti inconsulti

fonte ANSA

No all’abbandono degli animali E la modella si chiude in gabbia


E’ rimasta rinchiusa stamane in una piccola gabbia per alcune ore sotto il sole in piazza a Mondello, la località balneare di Palermo per manifestare contro l’abbandono dei cani in estate. ”Sola e abbandonata – ha affermato la modella Anita Sorano – come migliaia di animali a quattro zampe che ogni estate trovano rifugio negli angusti spazi dei canili”. L’iniziativabattezzata ‘Adotta invece di abbandonare’, è stata sponsorizzata dal gruppocinotecnico Vilardo e curata dalla Mediatica Mnc diMonica Longo. ”Sono migliaia i cani che ogni anno, arrivata l’estate – affermano gli organizzatori – vengono abbandonati da famiglie senza pudore che, prima di andare in vacanza, decidono di disfarsi dell’amico a 4 zampe quasi fosse un rifiuto”. ”Spesso questi cani muoiono di fame o investiti dalle auto. Molti, grazie ai volontari e alle associazioni – aggiungono – trovano rifugio nei canili dove, però, sono costretti a vivere una vita in gabbie troppo piccole e sovraffollate. L’unica loro speranza è l’adozione”. Sorano ha voluto con la sua recita immaginare la sorte di ”quei cani che un tempo avevano un nome ed una famiglia e che oggi sono condannati ad una vita di solitudine e malinconia dietro le sbarre”.

da http://www.livesicilia.it

La peste di Palermo


di Roberto Puglisi

I segni dell’evento terribile sono alle porte. Una pantera si aggira tra i boschi, come una divorante premonizione. Le meduse hanno invaso in massa lo scirocco e il mare di Mondello. Il Festino sarò fritto e mangiato come un cibo di poco conto. E non avrà nemmeno la povera dignità delle cotture di strada: cibo masticato, sputacchiato e rimasticato. Apocalisse Palermo. Le trombe già suonano e l’annunciano. Ma andiamo oltre con lo sguardo ironico e atterrito, perché a Palermo infelicissima ogni tragedia reca le stimmate del comico, del paradosso. E osserviamo, sorridendo con dolore, o dolendoci con un sorriso, la munnizza che non è mai sparita dalle strade, la povertà delle gente, la tristezza delle ragazze (Severgnini), lo sbando delle periferie, la decadenza del centro, la dissolvenza di ogni ipotesi di cittadinanza possibile. Forse dovremmo viaggiare più spesso. Partire e tornare, per aprire gli occhi davvero. Per scorgere la profondità delle cicatrici che noi stessi abbiamo inflitto ai nostri luoghi, ai nostri amori, alle nostre speranze. Un grido soccorrerebbe allora il nostro stupore, un gemito come una risacca. Un’esclamazione antica per scongiurare la peste, nemica eterna: Rusulia….

Si sta bene nel santuario di Nostra Signora Rosalia. E non è la fede cristiana soprattutto a condurti qui. I palermitani acchianano perché vogliono confidarsi con qualcuno. La fanciulla sul monte sa ascoltare. A valle, labbra serrate e padiglioni auricolari sigillati dalla ceralacca dell’indifferenza.

Acchiano pure io, ed è già luglio,  in cerca di una doppia frescura, del corpo e dell’anima. Ho smesso di credere in Dio da quando ero ragazzo. Col tempo, l’ateismo è sfumato in una sorta di perplessità piena di trasalimenti: attimi di commozione e preghiera, giornate di cieca rabbia. Acchiano lo stesso perché so che Rusulia è qui, si tratta di una certezza che ogni palermitano succhia col latte della madre. So che non è mai morta, si è appena trasformata. Che potrei riconoscerla in quella ragazza dai capelli corvini e dai jeans sdruciti che mi precede di qualche panca. O in uno schisto brillante della nuda roccia. O in un fiore dai petali bianchi. O nelle parole di una vecchia preghiera che mi sforzo di biascicare.

Intorno, sono sbocciati bigliettini. Richieste , qualche ringraziamento. Si supplica per la guarigione degli occhi, delle braccia, e non per la salvezza del cuore. I pizzini della Santuzza si accarezzano con discrezione. E’ come mettere le dita nell’anima sudata delle persone che affidarono a una tenera bottiglia di carta un fragile messaggio di aiuto. Qui, nella frescura del corpo e dello spirito, Apocalisse Palermo sembra lontana, con il suo caldo, i suoi furori e i suoi orrori. La peste si dilegua, lasciando trasparire fessure di gioia. E’ una notizia. Che ci importa del Festino una volta all’anno? Ogni giorno esiste la possibilità di rinascere nell’unico luogo in cui Palermo ritrova se stessa. Nessun altro ha un miracolo così a portata di passo. Basterebbero pochi minuti alla settimana, protetti nell’intercapedine del santuario di Rusulia, per ritrovare la speranza che a valle è una chimera, o una bestemmia. Da quassù la resurrezione, per vie straordinarie che non so spiegare, appare certa più che probabile. Scendi, prima o poi – meglio poi – col sentimento guizzante della rinascita e dell’appartenenza a qualcosa che merita di essere migliore.

A valle, ci sono le fauci di una pantera metaforica che dovrebbe farci più paura di quella in carne e ossa. Apocalisse Palermo, sì. I segni si vedono nettamente, perfino da quassù. Però si inala il sogno del riscatto che sempre accompagna la bellezza sbocciata dove non te l’aspettavi. Il problema è portarlo laggiù, quando la strada del monte sarà diventata la malinconia un quaggiù che occhieggi di sbieco.
Almeno si può scolpire un intaglio del passaggio e della voce che si ascolta, inaudibile altrove. Io l’ho fatto, perché non credo, con l’ardore dei pazzi. Ho preso un pizzino e l’ho lasciato sulla nuda roccia, accanto a un fiore. Se lo trovate, c’è scritto: “Rusulia, ti amo”

da http://www.livesicilia.it

Libri: esce ‘Il divino pallone, metafisica dei piedi da Platone a Totti’


Heidegger era un’ottima ala sinistra, Derrida un buon centravanti, Camus giocava in porta, come Giovanni Paolo II. E un numero non piccolo di filosofi ha utilizzato il calcio per fare filosofia. In libreria dal 9 giugno il ”Il divino pallone. Metafisica dei piedi da Platone a Totti”, un libro divertente e colto firmato da Giancristiano Desiderio per i tipi della Vallecchi (pp. 312, euro 15). Un viaggio nel prato verde, teatro del gioco piu’ amato del mondo, ma anche negli spazi del pensiero con filosofi meno tristi di quanto comunemente si pensi. Si scopre cosi’ che Sarte amava dire che il calcio e’ una metafora della vita, Wittgenstein giunse alla svolta del suo pensiero guardando una partita di calcio, Marleau-Ponty spiegava la fenomenologia parlando di calcio. Come mai? Il calcio si basa su un principio: il controllo di palla. Ma il principio non puo’ essere finalizzato a se stesso. Per giocare bisogna necessariamente abbandonare la palla

Controllo e abbandono sono i due principi del calcio e della vita. La filosofia, come gioco della vita, si basa su regole calcistiche: per filosofare bisogna saper mettere la vita in gioco. E’ per questo motivo che nel Divino Pallone si spiega l’Idea di Platone con Pele’, la contraddizione del non-essere con Garrincha, la virtu’ e la bellezza con Platini, ma anche l’inverso: il genio di Maradona con la ”logica poetica” di Vico, la visione di gioco di Falcao con il mito della Caverna, il cucchiaio di Totti con la metafisica di Aristotele. E tanto altro ancora. Il calcio, infatti, non e’ solo una metafora, ma un paradigma cognitivo che da’ scacco matto perfino al fenomeno politico piu’ drammatico della modernita’: il totalitarismo. Hitler e Stalin pretesero di controllare tutto e ci riuscirono. Pretesero di controllare anche il pallone. E persero. Il calcio ci fornisce il modello per non ricadere piu’ nel totalitarismo. Un libro che mostrando il controllo di palla nel gioco della vita, sulla ‘fasce del campo’ indica anche insospettabili somiglianze fra calcio e filosofia

da “Vita”, primo romanzo, ancora inedito, di Micaela Toti


…”Le persone hanno paura dei ricordi, invece sono un patrimonio enorme che ognuno di noi ha e che deve custodire come un tesoro segreto e, soprattutto, non permettere a nessuno di violarlo. A volte i ricordi fanno male: quando una persona cara se ne va, quando finisce un amore, quando ti allontani dalla tua famiglia, quando perdi di vista gli amici più cari. A volte ripensi alla tua giovinezza e una nostalgia, che non si può spiegare con le parole, si impadronisce di te: vorresti poter tornare indietro ma non si può. Ti rimangono solo i ricordi ma bisogna imparare a non farsi toccare l’anima da loro per non soffrire più. Bisogna immaginare di vedere il film della nostra vita: ci sono state tante cose brutte ma anche tante belle e allora perché non ricordare con gioia tutti i momenti lieti passati con le persone importanti che ci hanno accompagnato durante la nostra vita?

So quanto, per esempio, possa essere difficile per una persona giovane, abbandonata dal suo amore, superare certi momenti. Vorresti cancellare tutti i ricordi, vorresti che la tua mente si svuotasse in un istante ma perché dimenticare le esperienze piacevoli fatte insieme, perché non ricordarle con simpatia, con un sorriso sulle labbra? In fondo fanno parte della nostra vita, di tutto quello che è il nostro io e vanno presi solo come flashes di una parte del nostro bagaglio di esperienze”…

Malato di Sla, figlio vuole vendere rene: “Abbandonati dallo Stato”


Domenico Pancallo A vent’anni ha deciso di vendere un rene: il padre è malato di Sla e lui non può permettersi le cure di cui il genitore ha un disperato bisogno.

 Il dramma dei malati di Sla non colpisce solo nel fisico e negli affetti, anche la dignità ne esce ferita irrimediabilmente se, come è successo a Vercelli,  un figlio disperato intende vendere un suo organo sano pur di garantire un’assistenza minima  al padre bisognoso di cure specialistiche e continue.

 «Ho deciso di vendermi un rene perché ci sentiamo abbandonati dallo Stato italiano e non abbiamo le possibilità economiche per permetterci una badante che allevi le nostre sofferenze».

 E’ Andrea Pancallo a rilasciare una dichiarazione che interpella le coscienze di tutti: suo padre Domenico dal 2004 lotta contro la Sla, la sclerosi laterale amiotrofica.

 «Papà si è ammalato all’età di 44 anni – ha detto – ed in poco tempo la malattia lo ha reso incapace di essere autonomo in tutto e per tutto. Oggi è completamente immobile, non comunica più neanche con gli occhi, è attaccato ad un respiratore e nutrito per via artificiale. Ci siamo trovati da un giorno all’altro catapultati in una realtà di dolore e di sofferenza che non ci ha risparmiato nemmeno un minuto, e da allora siamo soli».

 L’odissea dei malati di Sla purtroppo rientra tra le normali emergenze del nostro paese: ogni tanto si accende qualche riflettore, episodiche iniziative benefiche riaccendono deboli speranze, popi tutto ritorna come prima, solitudine e abbandono delle istituzioni pubbliche.

 Già in novembre lo sciopero della fame di un gruppo di malati di Sla riuscì a sollecitare un recalcitrante  ministero della Salute chefino ad allora non aveva visto, ascoltato, parlato. Di fronte a un paese distratto lo scandalo di persone allo stremo delle forze costrette a non  alimentarsi per cercare un po’ di attenzione. L’hanno ottenuta: un incontro c’è stato, seguito da uno scambio di lettere con il viceministro Fazio. Poi è tornato il silenzio, più forte di prima, visto che Salvatore Usala, il malato che guidò quella protesta estrema, quasi ci lasciava la pelle

 da www.blitzquotidiano.it