“Sono e sarò per sempre vivo…” di Claudio Crastus


Il silenzio, in queste ore notturne, è meraviglioso, ti scava nell’anima senza tregua…Sono consapevole di essere uno dei pochi fortunati: ho la capacità di trascrivere ciò che mi detta il cuore, il dolore, la gioia di svegliarmi in un nuovo giorno che comunque mi trasmetterà qualcosa. Anche il solo fatto di essere sveglio, mentre tutti dormono, mi carica di una volontà fortissima. Scrivo ciò che all’istante provo, sento, di cui soffro o gioisco.

Ed ecco il vento che, in questo deserto, assume la veste di consigliere o comunque scuote l’uomo che dorme, lo sconfitto a lottare senza tregua.

Non me ne andrei da qua nemmeno se i cancelli fossero tutti aperti, ormai ho capito che essere liberi non significa esclusivamente avere la facoltà di muoversi a proprio piacimento. Se riflettessimo solo un attimo, capiremmo che tutto il mondo “civilizzato” è comunque prigioniero di una condizione. Nessuno, se non un selvaggio, può essere libero anche nell’animo. Ed è nell’animo che io sono ritornato selvaggio, libero dalla schiavitù degli schemi, scrivendo la mia sconfitta, la mia agonia e di conseguenza della mia rinascita in un mondo nuovo che è quello che mi costruisco secondo i miei desideri e le mie aspettative. Se comunque ho preso coscienza che essere liberi significa esserlo dentro di sé, questo non può bastare, ora voglio rinascere. Ed è così che rinasco: con la voglia prepotente di gridare al mondo che sono e sarò per sempre vivo, anche quando non sarò più fisicamente presente, anche quando questi uomini piccoli piccoli, che si accontentano delle loro piccole cose materiali o immediate, non ci saranno più. Non posso accettare come mia questa condizione da murato vivo, non permetterò a nessuno di farmi scomparire nel silenzio di queste mura insensibili. Lotterò fino all’ultimo mio sogno.

Mi chiedo se le mie figlie leggeranno mai ciò che scrivo nel mio esilio, col cuore colmo di rammarico per non averle potute amare come desideravo. Se mai accadesse, voglio che loro sappiano che il loro papà decide di rinascere nei suoi scritti proprio perché vuole lasciare qualcosa di speciale per loro. Qualcosa che vada oltre le banalità della vita quotidiana, che rimanga come scolpito nei cuori, il ricordo dell’immenso amore murato che avrei tanto voluto dar loro, ma che appunto non mi fu concesso per aver commesso un tempo errori irreparabili.

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“La stagione dei sorrisi”


di Tiziana Mignosa

Ho resistito alla tentazione

di svuotare il mio tormento sul desiderio di scissione

quando la vita m’ha condotto

a tu per tu con quelle scarpe impolverate

che i sentieri dell’Amore hanno percorso.

Tutto mi riconduce

alla stagione dei sorrisi

prima di precipitare dentro vortici senza bocche

dove l’intera scatola dei pastelli colorati

insieme alla leggerezza se ne è andata.

Riallacciando ricordi col presente

ho udito

il silente grido che le divideva

ma io non l’ho ascoltato

e, almeno loro, insieme ho conservato.

“Grida di dolore” – sempre dal diario, ancora inedito di Claudio Crastus


Se già da prima avevo l’intenzione d’interrompere qualsiasi terapia e di non sottopormi alle analisi, dopo questa legge medioevale il mio rapporto con l’infermeria è giunto a termine. Trovo vergognosa quest’agonia in cui, nostro malgrado, saremo costretti a “vivere”. Che cosa c’entriamo noi con chi è uscito e ha commesso un nuovo reato? Quante volte dovrò pagare? Quando si finirà di lapidarmi? Come si sentiranno quando morirà il primo malato tra queste mura, quando morirà il primo innocente?

Oggi è morta l’umanità, la giustizia, non c’è più proporzione tra reato e castigo. Ha forse senso la condanna a morte? Io non posso accettare di morire in questi recinti, non posso e non voglio sfiorire in cortili squallidi dove la vita è gettata con arroganza e le speranze vengono falciate con crudeltà.

Stanotte ho sognato l’inferno: era identico alla mia realtà. Lui, il demonio, ci ha messi in fila per tre e a drappelli ci destinava al patibolo. Due esseri orrendi mi hanno portato alla ghigliottina e mi hanno invitato ad appoggiare la testa sotto la lama. Pochi minuti, un ultimo sguardo al mio cuore ferito, poi più nulla: era scesa la lama.

Ho aperto gli occhi, e mi sono ritrovato nella mia cella, le lenzuola inzuppate di sudore, il cuore impazzito, sballottato da un incubo a un altro, tra il buio e il silenzio di un’interminabile notte.