Solidarietà dei detenuti ai lavoratori della Fiat di Pomigliano dal carcere di Spoleto


Ricevuta, copiata e pubblicata

Molti di noi sono in carcere, e siamo quasi tutti del Sud, perché fuori, da giovane, non abbiamo trovato un lavoro.

Mario Pontillo dello Sportello di Segretariato Sociale sul Carcere presso il Circolo PRC Fratelli Cervi di Roma ci ha inviato dei volantini dei lavoratori della Fiat di Pomigliano ed ecco che è scattata subito l’idea di firmare un documento di solidarietà ai lavoratori.

La stragrande maggioranza dei detenuti in carcere è in “ozio istituzionale” e quei pochi detenuti che lavorano sono sottopagati, sfruttati e non hanno nessuna copertura sindacale.

Il lavoro in carcere nella sua accezione più ampia svolge una duplice funzione: ua personale, perché serve alla realizzazione umana e al sostentamento materiale del detenuto, e una sociale, perché facilita l’inserimento di un cittadino che ha sbagliato e che sta pagando il debito alla società.

Dal lavoro in carcere devono scaturire vantaggi anche d‘ordine psicologico e sociale e il detenuto deve essere avviato al lavoro non tanto per essere sottratto all’ozio avvilente quanto perché il lavoro è un dovere sociale, è un diritto costituzionale, perché è un essenziale strumento di rieducazione e di reinserimento sociale.

L’ozio forzato non fa parte della pena cui siamo stati condannati ma è un’afflizione aggiuntiva che nessun tribunale ci ha elargito

Ma se il lavoro in carcere è importante nel mondo libero lo è ancora di più, per questo abbiamo deciso di dare la solidarietà ai lavoratori della Fiat di Pomigliano.

I detenuti e gli ergastolani del carcere di Spoleto ricordano ai padroni e agli azionisti della Fiat che l’uomo è e vale specialmente per quello che fa, non per quello che ha o per le azioni che possiede.

Annunci

Gelato: l’ultima frontiera è ‘verde’, tra contenitori eco e meno additivi


di Valentina Marsella

Le tendenze estive dell’ice-cream: da quello per i golosi a 4 zampe, con ingredienti ad hoc, a quello kosher secondo le regole ebraiche. E ancora, quelli per le intolleranze e per i più piccoli.

L’Ice Bau
Fonte: immagine dal web

Dal gelato kosher a quello per i 4 zampe.

Le aziende del settore manifestano una ricerca in continua evoluzione e aggiornamento, sia nel campo della sicurezza che nella diversificazione dei prodotti. L’ultima frontiera è il gelato ‘verde’. E tra gli ultimi trend coni, coppe e coppette si mettono in mostra dietro le vetrine delle gelaterie e dei bar sfoggiando look eco-sostenibili.

Per la gioia anche di tanti italiani, grandi

consumatori di ice-cream (solo nel 2010 spenderanno una cifra come 2 miliardi, secondo la Coldiretti) che sanno di gustarsi la prelibatezza fredda dell’estate senza inquinare. Il particolare design dei loro abiti-contenitori, più leggeri e naturali, è stato rigorosamente selezionato da alcuni produttori che hanno scelto un packaging meno pesante, per i gelati artigianali o confezionati, che riduce le emissioni di CO2.

Le gelaterie Grom, ad esempio, si

sono affidate a Novamont per sviluppare un gelato sostenibile al 100 per cento, prima eliminando additivi nei propri prodotti artigianali, poi sostituendo la tradizionale plastica di coppe e cucchiaini con il Master-Bi, la famiglia di bioplastiche tutta italiana completamente biodegradabile e compostabile.

Così, mentre Oltremanica la novità

dell’estate delizia soprattutto il palato degli amici a quattro zampe (a Londra il camioncino K99 distribuisce ai cani gelato sorbetto al pollo o prosciutto con tanto di cialda a forma di osso) in Italia si procede a grandi passi non solo nell’elaborazione di gusti sempre più originali, vedi il latte d’asina da consumare direttamente negli allevamenti, ma anche verso la tutela dell’ambiente.

Ma anche il gelato confezionato fa la sua parte. Stavolta l’iniziativa è

partita dalla Nestlé che punta a ‘zero scarti’. La multinazionale ha infatti ridotto il peso delle confezioni multipack di alcuni classici come Mottarello, Maxibon e Coppa del Nonno evitando l’emissione di 123 tonnellate di Co2. Le imprese, dunque, stanno facendo la loro parte. Ma i grandi numeri si conquistano anche con i ‘piccoli gesti’ dei consumatori.

Ad esempio, sottolinea Comieco, Consorzio nazionale per il recupero

e riciclo degli imballaggi a base cellulosica, se ogni italiano in vacanza differenziasse dal resto dei rifiuti 3 riviste, 3 quotidiani, una scatola dei gelati e la scatola della crema solare, sarebbe possibile raccogliere circa 120mila tonnellate di carta e cartone. Insomma, una eco-vacanza eviterebbe un’intera discarica.

C’è dunque più gusto nel nuovo filone benessere-nutrizione. I gelati

‘leggeri’, cioè a minore contenuto calorico, cominciano a vedersi sempre più frequentemente sia nei banchi del supermercato che in quelli delle gelaterie artigianali. Alcune tendenze sono nate per andare incontro alle esigenze di persone che soffrono di disturbi e intolleranze alimentari, come i diabetici, i celiaci o gli intolleranti al lattosio. O ancora le linee arricchite con frutta, cereali, vitamina C, calcio e fermenti lattici.

Poi ci sono i gelati a base di latte fresco e biscotti pensati apposta per

la merenda dei più piccoli e quelli leggeri, con yogurt, frutta e muesli. E ancora il gelato senza grassi idrogenati, una specialità delle gelaterie ecologiche, e sono i preferiti da chi ha un occhio di riguardo per seguire una dieta sana. Alcune gelaterie preparano invece i gelati kosher, cioè puri e permessi nel rispetto delle regole alimentari di tradizione ebraica. I prodotti sono certificati dal rabbino della comunità ebraica.

E infine, Ice Bau, un gelato preparato appositamente per i cani golosi,

privo di zucchero, uova e cioccolato, senza cioè quegli ingredienti che non sono adatti per l’alimentazione canina, studiato con l’ausilio di un veterinario e servito in apposite coppette o coni senza glutine. Ci sono gusti alla vaniglia, limone, fragola o lampone ed è servito in una gelateria della Liguria, a Celle Ligure, in provincia di Savona.

da http://www.nannimagazine.it

Vive da 5 anni a Malpensa come in ‘The Terminal’


E’ bloccata all’aeroporto di Malpensa da cinque anni e, per questioni burocratiche, non riesce a tornare alle isole Mauritius, dove vivono i familiari. A riportare la storia di Cesira Ton, padovana di 71 anni, sono il sito del Corriere del Veneto e il TgUno: la donna non riesce a tornare a casa a causa di ”un visto scaduto” e spiega di aver deciso di rimanere all’aeroporto ”perche’ si sente piu’ vicina a casa”. Alle Mauritius, dove si era trasferita vent’ anni fa con la famiglia dal Veneto, la attendono il marito, anche lui italiano, e due figli di 40 e 45 anni. Cesira vive grazie alla pensione minima. Porta con se’ i suoi bagagli, dorme sulle panchine dello scalo e trascorre le giornate a scrivere poesie e ad aiutare i passeggeri che si perdono a Malpensa. ”L’aeroporto e’ come un tetto per me – ha spiegato Cesira – e mi sembra di avere un piede qui e uno a casa. Non ho fatto nulla di male ma sono condannata come all’ergastolo, a non tornare dalla mia famiglia. Sono molto impegnata, c’e’ tanta gente che non trova la strada – ha concluso – e quello che posso fare per aiutare gli altri lo faccio”. Un regista, come riporta la stampa, si starebbe interessando alla storia di Cesira per girare un film. Una vicenda che ricorda quella raccontata dal film ‘The Terminal’, con l’attore Tom Hanks nei panni di uno straniero trattenuto dalla burocrazia all’aeroporto Jfk di New York.

fonte ANSA