“Come potrebbe essere un prete in una prigione” di Giovanni Farina dal carcere di Siano Catanzaro


Un confessore di uomini condannati che invecchiano insieme, a molti di loro che cosa può consolare, che anima può salvare..

…unità di pietra…

non sente più la crocifissione, il fuoco che brucia.

Che cosa mi ha detto quest’uomo di suo? Nulla di sofferto che venisse dal suo cuore la mio…nulla di suo per me…

E pio recita una lezione ripetuta chissà quante volte, un tema dimenticato a forza d’essere saputo.

Non si può avere il paradiso nel cuore tra le mura di una prigione.

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“Non vivo, respiro” di Giovanni Farina dal carcere di Siano Catanzaro


Appena ricevuta, copiata e pubblicata…

Cella di espiazione.

Se il giorno ancora non appare – che devo fare della notte.

Segno col pensiero i quattro muri della cella, ci scrivo delle frasi a memoria, ci faccio dei disegni, frasi e disegni si accavallano in continuazione per ore nella mia mente.

Disegno a matita, scrivo a penna in tutti i colori, li calco nel sasso.

Compongo un libro che sfoglio senza guardare con gli occhi, senza il bisogno di un lume che illumini il pensiero.

Leggo un libro fatto di pietra, di ferro, marcato dalla ruggine del cemento.

Trovo nelle sue pagine frammenti di pensiero, nomi di uomini che hanno sofferto, amato, gridato il senso della loro vita mutilata, smembrata dai giorni che passavano veloci o non passavano mai dentro le immaginazioni di colpe che non ti abbandonano mai.

Di uomini che sognano di svegliarsi, di fuggire lontano dalla loro stessa vita, dalla nebbia creata dal loro cervello giorno dopo giorno sempre più vuoto. Incatenati nella tomba della loro inutile esistenza.

Sensibilità Chimica Multipla: è la malattia del secolo e nessuno lo sa


di Paola Simonetti

In Italia la sindrome resta una patologia ‘fantasma’: mancano dati, ma la percezione è che colpisca migliaia di persone. Gravi le lacune nella ricerca e nella diagnostica, che rendono un vero calvario la vita di chi ne soffre.

Foto di Samuel Golay per Tipress
Fonte: Immagine dal web

L’aria della città per l’inquinamento, quella

delle campagne coltivate con pesticidi, ma anche quella della montagna d’inverno per i fumi dei camini, senza tralasciare quella dell’ufficio per i profumi dei colleghi, la polvere, le onde elettromagnetiche, e infine l’aria di casa per la presenza di detersivi, lacche, mobilio nuovo. Per un soggetto sofferente di Sensibilità Chimica Multipla (Mcs), il mondo che lo circonda può diventare un abbraccio fatale.

La Mcs, è considerata una delle sindromi più

insidiose e diffuse al mondo, ma anche la più misconosciuta. In Italia soprattutto, dove mancano centri ospedalieri di riferimento, come pure un monitoraggio della casistica. Non pochi studiosi nostrani e stranieri ritengono di poter affermare che sia in realtà la malattia del secolo, ma che la difficile e controversa questione della diagnostica ne ritardi un pieno e globale riconoscimento.

IL PROFILO DELLA MCS.

Si tratta di una patologia con vari stadi di gravità che, secondo quanto descritto nel sito dell’associazione che riunisce i malati in Italia, ‘Amica’, “Si sviluppa in seguito ad un’esposizione acuta o cronica a sostanze tossiche che producono una sensibilizzazione a più sostanze chimiche. In pratica il malato presenta diversi sintomi se esposto a tali sostanze, anche se in piccolissime quantità subtossiche, ritenute del tutto innocue per la popolazione generale”.

L’ipotesi più accreditata della causa della MCS, sottolinea

l’organizzazione, “è una ridotta capacità di metabolizzazione di queste sostanze a causa di una carenza genetica o della rottura dei meccanismi enzimatici di metabolizzazione a seguito dell’esposizione tossica”.

La gamma di sostanze che possono indurre reazioni anomale è pressoché

infinita: quella maggiormente incriminata comprende profumi, prodotti per l’igiene personale, detersivi, deodoranti ambientali, ammorbidenti, insetticidi, erbicidi, solventi, smog e fumi industriali, sgasamento delle materie plastiche, farmaci, ecc. “I sintomi – spiega Francesca Romana Orlando, presidentessa di Amica – variano da rinite, asma, dermatite, mal di testa, irregolarità cardiocircolatoria, disturbi digestivi, stanchezza cronica, dolori articolari e muscolari, disturbi uditivi e della vista, ecc. Inizialmente i sintomi compaiono a seguito dell’esposizione e scompaiono nel momento in cui il soggetto non è più esposto”.

LE CONSEGUENZE SULLA SALUTE.

La malattia, tuttavia, è progressiva e con il passare del tempo i sintomi si cronicizzano con uno stato infiammatorio generale che produce un danno organico irreversibile e, prosegue la Orlando, “l’insorgenza di numerose patologie associale: ictus, infarto, cancro, patologie autoimmunitarie, Sclerosi Multipla, artrite reumatoide, Parkinson, solo per fare degli esempi”.

Ma, secondo Giacomo Rao, ricercatore dirigente medico legale dell’Inail e

autore di numerosi studi sulla Mcs, il quadro è molto più vasto e preoccupante: “Studi di epidemiolgia molecolare sperimentali in vivo e in vitro, ci portano a considerare che la sindrome da ‘Sensibilità chimica multipla’ rappresenta un paradigma di una serie di sindromi, la punta dell’iceberg di una piu vasta sindrome ambientale che va dalla ‘sindrome dell’edificio malato'(SBS)  alla ME/CFS: encefalomielite mialgica- sindrome da stanchezza cronica, endometriosi, gulf war, alcune malattie neurodegenerative, disturbi neurocomportamentali nei bambini (come l’autismo)”.

Le ampie ricerche messe insieme dal dottorRao, prendono in causa anche

numerose evidenze registrate da studi di profilo internazionale: “Due  ricercatori della Harvard School of Pubblic Health, spiega lo studioso dell’Inail,  hanno definito pandemia silenziosa una serie di danni neuro-psichici da interferenti endocrini (bisfenolo A, Ftalati, diossine,  policlorobifenili (PCBs), idrocarburi poliaromatici (PAHs), furani,  pesticidi, xenostrogeni) che si starebbero diffondendo, nell’indifferenza generale, interessando ormai almeno il 10 per cento dei bambini. Si stima – sottolinea Rao -, che circa il 10 per cento delle donne, in Europa, sia affetto da endometriosi, e che dal 30 per cento al 40 per cento dei casi di infertilità femminile sia dovuto a endometriosi; in Italia le donne con diagnosi conclamata di endometriosi sono 3 milioni”.

MALATTIA SOCIALE.

In un recente studio, l’Accademia Nazionale delle Scienze Americana ha valutato, sottolinea il dottor Rao, “in 37 milioni di statunitensi i malati di Sindrome MCS, in Italia intorno ai 700mila.  Anche lo stesso ministero della Salute afferma che non si tratta di malattia rara ma di malattia sociale. E mi sento di dire che tale sindrome sia effettivamente una emergenza sociale”.

Prendendo in causa l’epidemiologia europea, spicca il dato reso noto

dall’Osservatorio sulla MCS del ministero dell’Ambiente della Danimarca, che ha stimato come circa 50mila danesi siano sensibili a composti presenti nei prodotti di largo uso, con una percentuale inferiore di casi di MCS grave. “Un comunicato stampa dell’Istituto Superiore di Sanità del 2004 – aggiunge Amica -, annunciava che i malati di MCS fossero circa 4mila, ma riteniamo che la cifra sia nettamente sottostimata a causa della mancanza di medici in grado di diagnosticare la malattia”.

LA DIAGNOSTICA.

La comunità scientifica internazionale non ha trovato un’analisi precisa e univoca per la diagnosi della MCS e questa viene fatta sulla base dei parametri del Consenso Internazionale del 1999, della storia clinica del paziente e delle indagini cliniche relative ai suoi sintomi specifici. In Italia, la situazione è aggravata, secondo quanto denunciato dai malati, da una grave ignoranza sul tema, che spesso la fa associare a problemi di tipo psichiatrico.

LE TERAPIE.

La complessità e la soggettività della sindrome, porta ad un difficilissimo trattamento della patologia: “I farmaci, per malati come noi, possono non essere la soluzione, ma addirittura l’aggravamento del problema – prosegue la Romana Orlando -, poiché anche nei medicinali possono essere presenti sostanze avverse. Gli approcci sono complessi e molto personalizzati, occorrono per ogni paziente, risposte diverse per problemi diversi, che andrebbero forniti da medici estremamente esperti – aggiunge la presidente di Amica -. Nel caso dell’intossicazione da amalgama dentale (le comuni otturazioni) che contengono mercurio, sarebbe inutile mettersi a fare flebo, antiossidanti, occorre rimuovere l’otturazione”.

Dunque, ad oggi, in base ai più recenti studi internazionali e alle leggi

messe in campo negli Usa, si può migliorare attraverso interventi incrociati: “Un adeguato evitamento delle sostanze che producono le reazioni è decisamente la soluzione migliore – spiega Francesca Romana Orlando -, senza tralasciare l’adozione di controlli ambientali (purificatori per l’aria e per l’acqua, maschere di cotone e ai carboni, ecc) o terapie che promuovono l’abbassamento del carico tossico totale nel corpo (flebo, integrazione nutrizionale, ossigeno-terapia, camera iperbarica specifica per MCS, rimozione delle tossine dentali con protocollo di sicurezza e rimozione di eventuali protesi, ecc.). In particolare è preferibile scegliere farmaci e integratori senza additivi chimici, contenuti in flebo di vetro piuttosto che di plastica”.

“Chi ha possibilità economiche smisurate – spiega la Orlando -, può

cambiare casa anche cinque volte in un anno, alla ricerca dell’ambiente migliore per vivere. Chi invece non può, deve arrangiarsi a mettere in atto uno stile di vita a dir poco invalidante”. Eppure, nonostante il quadro paralizzante che la malattia fornisce, vivere meglio sia per i malati che per gli altri cittadini sarebbe quando di più facile, secondo la presidente di Amica: “Si dovrebbe riprogettare tutta la produzione con sistemi sostenibili e naturali – prosegue -, la stessa filosofia valida quando si parla di rispetto per l’ambiente e un futuro più verde”.

LA SITUAZIONE IN ITALIA.

Tra 2004 e 2006 quattro Regioni (Toscana, Emilia-Romagna, Abruzzo e Lazio) hanno riconosciuto la MCS come malattia rara, anche se l’organizzazione Amica, segnala l’improprietà del termine ‘raro’, vista la sua altissima incidenza nel mondo. “Avremmo bisogno di una ricerca indipendente, finanziata da strutture pubbliche – segnala la Romana Orlando -, visto che finora ci si è troppo spesso affidati da studi e consulenze di medici legati alle industrie. Attendiamo che lo Stato si mobiliti”. Nel nostro Paese restano pochi, secondo l’esperienza dell’organizzazione, i centri in grado di effettuare alcuni tipi di analisi utili: fra questi l’Istituto dermopatico l’Immacolata di Roma o l’Istituto Ricerca Medica e Ambientale (I.R.M.A.) di Acireale, in Sicilia.

Ma qualcosa si muove anche a livello regionale nel Lazio: “La Regione

ha deliberato l’apertura di un centro di riferimento regionale per questa malattia presso il Policlinico Umberto I. Il progetto è ancora tutto da realizzare, ma ci conforta che ci sia un provvedimento che si ricorda di noi”. Tutte le informazioni sui centri dedicati in Italia, sono raccolti in un piccolo compendio distribuito, dietro piccola offerta, sul sito dell’organizzazione.

da http://www.nannimagazine.it

Sexy in carrozzina: parola di Antonietta Laterza


di Luca Baldazzi

Chi l’ha detto che una donna disabile non può essere bella e mostrarsi un po’? “Io mi sento una sirena postmoderna, solo che ho la carrozzina al posto della coda. Le barriere a volte ce le abbiamo dentro”. La filosofia di vita di una cantautrice

Antonietta Laterza

ROMA – “Chi sono io? Un’opera d’arte vivente. Un’installazione mobile, per di più. Sulla mia due ruote elettrica, vedi?”. E giù una risata che risuona forte sotto i portici. Quando gira in carrozzina per il centro di Bologna, Antonietta Laterza si diverte un mondo. “Soprattutto a vedere le facce della gente, se appena appena mi vesto un po’ scollata e appariscente. Niente di esagerato, eh? Non ho nemmeno la parrucca blu che uso spesso in scena. Eppure si voltano ancora a guardarmi: certe donne anziane di traverso, certe ragazze con gli occhi fuori dalle orbite, gli uomini poi… quelli sono sempre arrapati. Insomma, mi fanno sentire una Maddalena peccatrice. Ma perché, una donna in carrozzina non può essere sexy e mostrarsi un pochino? Le altre sì e io no? Ma andiamo!”.

Cantautrice (quattro dischi all’attivo), attrice (ha collaborato con Carlo Verdone nel film “Perdiamoci di vista”), performer teatrale e presidente dell’associazione Sirena project-arte e diversità, Antonietta Laterza è soprattutto se stessa. Su e giù dal palco, come direbbe Ligabue, la storia non cambia: è quella di una donna che non si fa imporre limiti dalla poliomielite che l’ha costretta sulla sedia a ruote fin dalla prima infanzia. La potete incontrare sul suo blog: www.antoniettalaterza.wordpress.com. Intanto si racconta.

Lei sembra giocare a ribaltare tutti gli stereotipi e i tabù sulla sensualità e la bellezza, sul corpo e sul sesso…
“Io mi sento un po’ una sirena postmoderna. Come le creature dei miti greci che seducevano i naviganti, e che danno il titolo anche al mio nuovo spettacolo. Solo che ho la carrozzina al posto della coda. Sono per metà miss Mondo e per metà mostro: voi, mi raccomando, guardate solo la metà di sopra. Lo dico scherzando ma lo penso davvero: ognuno di noi dovrebbe fare della propria vita un’opera d’arte. Perché la vita può essere difficile, bisogna prenderla con ironia e sapersi valorizzare. Le barriere ce le costruiscono intorno, ma tante volte ce le abbiamo dentro”.

E Antonietta Laterza le barriere le butta giù a colpi di provocazioni?
“Ma se parlo tanto di eros e sesso, amore e diversità, non è in modo gratuito. Rovescio gli schemi, ma lo faccio quando mi sento colpita da una valutazione discriminante. Perché, ripeto, una donna in carrozzina non può essere sexy? Io ho cercato mille sfide nella vita, ho sedotto uomini e ne sono stata sedotta, ho avuto una figlia, sono salita giovanissima su un palco per cercare di conquistare gli altri con la mia voce, una chitarra e una carrozzina. E poi di recente ho capito una cosa”.

Cioè, si spieghi meglio…
“Oggi la mia ‘diversità’ è diventata veramente un valore aggiunto. Perché la presunta perfezione fisica ora si raggiunge facilmente con la chirurgia estetica, che ci rende tutte uguali. Le donne si rifanno il seno per diventare maggiorate. Poi magari, come è successo a una mia amica, se lo fanno nuovamente ridurre perché altrimenti viene la scoliosi. Ma il fatto è che rincorrere la perfezione fisica è un comportamento infantile. Le donne diventano tutte fotocopie, ‘bellezze’ stereotipate modello veline. Ma è una bellezza artificiale, costruita. E finisce che l’uomo si stufa. Così la diversità assume valore: sto diventando una merce rara! Magari fra un po’ le ragazze faranno a gara per imbruttirsi ed essere diverse. Ma scherzi a parte, sono ottimista. Un po’ sta passando il messaggio che la diversità è preziosa. E questo vale per tutti, non solo per le persone disabili”.

Ma dove sta di casa la bellezza autentica, quella che non si rimedia dal chirurgo?
“Ti rispondo con un luogo comune, ma io l’ho sempre trovato giustissimo. Più una persona è positiva, spiritosa e bella dentro, più diventa affascinante. La bellezza interiore migliora lo sguardo e l’aspetto fisico. Alla fine è tutta una questione di personalità, e quella non si compra. Non puoi mica fare un intervento chirurgico alla personalità”.

E le donne di carattere e positività ne hanno da vendere…
“Io ho la fortuna di conoscere donne ‘toste’ che sanno ribaltare i conformismi e gli stereotipi. Come le mie amicheSyusy Blady e Jo Squillo, la scrittrice Caterina Cavina e tante altre. In generale, però, oggi le donne sono in fase di transizione. Siamo come crisalidi, non ancora farfalle: dobbiamo cambiare pelle per realizzarci. Sul piano della parità sociale sono stati fatti passi avanti, ma resta tanto da fare per vincere l’insicurezza, l’aggressività… abbiamo molte barriere mentali da superare”.

A proposito, e con le barriere fisiche e architettoniche per i disabili come andiamo?
“Maluccio. Ne abbattono di vecchie, e intanto ne costruiscono di nuove. Anche qui, sarebbe ora di cambiare tutti mentalità. Proprio l’altro giorno, in un teatro dov’ero in scena, non c’era il gabinetto attrezzato per i disabili. Risultato: mi sono tenuta la pipì dalle due di pomeriggio, quando abbiamo iniziato le prove, fino a tarda sera dopo la fine dello spettacolo. Bella, eh, la vita da diva”.

da http://www.superabile.it

Perchè i canguri non saltano più?


Perchè i canguri non saltano più? Colpa dei cambiamenti climatici del continente australiano degli ultimi secoli. Sono i risultati di quello che è il primo studio a ricostruire un albero genealogico completo della famiglia dei marsupiali e a ricollegare le variazioni ambientali con la variata struttura ossea di questi animali.

La famiglia dei macropodi, che include i canguri, gli wallaby e molte specie di marsupiali di piccole dimensioni e diffuse a livello locale, come il canguro arboricolo che si sposta di ramo in ramo con grande agilità, si sarebbe allargata a dismisura a causa dei cambiamenti ambientali. Nuove conformazioni del terreno e della vegetazione dovute al surriscaldamento avrebbero fatto sì che l’evoluzione di questi animali presenti sulla Terra già da 30 milioni di anni ne variasse la struttura ossea, la forma dei piedi, la dentatura, peso e altezza per raggiungere nuovi territori e cibarsi in nuovi modi.

Canguri e wallaby dimostrano ancora una volta il loro ruolo di “barometro animale” per i cambiamenti climatici della nazione, come riconoscono gli studiosi che hanno condotto la ricerca pubblicata sul Zoological Journal of the Linnean Society.

I paleontologi australiani della Flinders University di Adelaide e della Murdoch University di Perth hanno confrontato l’anatomia degli scheletri dei fossili di 35 specie di canguri con altrettanti animali diffusi oggi scoprendo che le nuove caratteristiche fisiche sono dovute a un adattamento dei marsupiali al clima arido e alla vegetazione mancante: meno foreste e terreni ricchi di erba e piante, avrebbero imposto alla loro struttura ossea variazioni importanti, come quella delle ossa dei piedi, oggi meno capaci di saltare verso l’alto e sempre più abituate a correre e compiere lunghi balzi per coprire distanze superiori e arrivare rapidamente al cibo.

da http://www.blitzquotidiano.it

Ciao Elvira, che libro sarai?


di Roberto Puglisi

Scrive il poeta Valerio Magrelli: “Essere matita è segreta ambizione. Bruciare sulla carta lentamente e nella carta restare”. Se c’è un Dio e ha una biblioteca infinita per diletto, il destino è compiuto. Elvira Sellerio – oggi i funerali a Sant’Espedito – sarà per sempre un libro. Un’associazione libera di carta bianca e parole nere nello scaffale o sul comodino accanto al letto di Dio.
La Signora dei capelli bianchi si è preparata tutta la vita per il salto. Si è agghindata a festa. Viveva con i piedi immersi nel guano di Palermo e con la testa in cielo. Non tra le nuvole dei distratti, nel cielo terso delle idee, nella rarefazione che permette di conservare pensieri di cristallo, per riportarli agli indegni nani che attendono al suolo una bricola di mangime superiore. Elvira Sellerio è stata il cibo migliore di una città disgraziata. E’ stata il sentiero di carta. Una mappa accessibile alle dita di tutti. Un tocco ed ecco Sciascia, l’intrico illuminista di Sciascia, il volto imberbe del capitano Bellodi, la smorfia di don Mariano, il cane che sbava e morde dentro “Parrineddu”. E ancora: l’acume inquieto dell’ispettore Rogas, l’impostura rivelatrice dell’abate Vella, il volto “da uomo grasso” del canonico Gregorio, il ghigno del poeta Meli, descritto come un mercante già morto e sepolto in vita…
Elvira Sellerio ci ha dato la vita eterna dei libri, ecco perchè le spetta un’esistenza senza fine come diritto acquisito. Il riflesso delle parole che non muoiono mai. Lei ha stampato per noi un altro mondo a portata di scaffale. Davide Faraone dice che sarebbe stato decoroso il lutto cittadino. Invece, questa Palermo cialtrona, sporca e violenta non esibisce più da tempo la dignità necessaria per ricevere la coccarda nera del dolore in occasione della dipartita dei suoi figli eccelsi. Le lacrime bisogna meritarsele.

Sarà resurrezione e non solo memoria? Noi lo speriamo. Resta solo da capire il titolo incastonato che accoglierà l’anima di una donna valorosa per custodirla e perpetuarla nel piacere della lettura, nella gioia di essere sfogliati. Non abbiamo suggerimenti da dare a Dio, a riguardo. Ma ci piace citare di nuovo Magrelli: “C’è chi tramonta solo col suo corpo: allora più doloroso ne è il distacco”. Non è la storia di Elvira.

da http://www.livesicilia.it