Un pomeriggio letterario in riva al mare – alcune note “leggere” di uno spettatore presente: Gianfranco Iannuzzo


Lo scenario in cui si svolge questa riunione è la spiaggia di Torvajanica dove la leggenda dice che sia approdato Enea (infatti il tratto di spiaggia viene chiamato “Porto di Enea”). Non immaginavamo che tutto si dovesse svolgere praticamente a ridosso della battigia. Quando arriviamo è già quasi tutto pronto: microfono, sedie per i quattro poeti e, a semicerchio, lettini da spiaggia a mò di poltrone. Non conosciamo nessuno ma non possiamo fare a meno di notare che quattro persone (tre donne e un uomo) sono tutti vestiti di bianco. Tra di loro crediamo di riconoscere Tiziana Mignosa, ci facciamo un pò sfacciati e le chiediamo se sia lei; a presentazione avvenuta ci presenta le altre poetesse (l’ unico “maschietto” è impegnato a chiacchierare con altri). Poi andiamo a sceglierci una “postazione” che riteniamo essere buona per le eventuali riprese. Nel frattempo un ragazzo inizia a trasmettere da una console della musica molto romantica (inizialmente, da profani, non ne capiamo il motivo), ci colpisce molto “All by Myself”. Rivolgiamo la nostra attenzione ai protagonisti della serata: tutti e quattro sono impegnatissimi, chi li chiama a destra, chi a sinistra. Alla canzone precedente segue la musica dei Buddha Bar. Capiremo il perchè di questa musica di sottofondo quando verrà intervistata Rita Minniti. Il cielo si rannuvola un pò ma nel complesso si sta bene. Alle 19.50 circa si inizia. Vengono presentati i poeti e il signore con il cappello (che, se non andiamo errati, si chiama Gottardo) inizia a leggere le poesie di cui non ricordiamo l’esatto ordine cronologico. Sappiamo per certo che per ultima è stata letta la poesia di Nunzio Buono a cui è seguita la relativa intervista biografica quindi partiamo dal presupposto che inizialmente sia stata letta la poesia di Rita Minniti a cui è seguita l’ intervista. Poi crediamo che sia toccato a Maria Grazia Vai, quindi a Tiziana Mignosa della quale è stato letto un brano del suo secondo romanzo: “Perchè”. Dopo di lei (o prima di lei, non ricordiamo esattamente) si è messo a piovere e per cercare un riparo per la videocamera, ci siamo un attimo distratti saltando la poesia di Maria Grazia Vai ma in compenso abbiamo salvato l’ intervista. Chi è stato presente non ha potuto fare a meno di ammirare il bel tramonto che minuto dopo minuto si realizzava all’ orizzonte. Poi, finite la lettura delle poesie e le interviste, si era pensato bene di leggere qualche altra poesia dal libro “Piuma d’ anima” ma il tempo ieri sera aveva deciso di essere dispettoso così, recitati i primi versi della prima poesia, ci si è dovuti arrendere a chi in quel momento sembrava essere il più forte: la pioggia; pioggia che ha smesso di “onorarci” della sua presenza solo quando ha capito che ormai ci eravamo arresi: niente lettura delle poesie! Si acquistino i libri prima che diluvi! Invece… ha smesso! Così abbiamo avuto l’ opportunità di scambiare qualche parola con i protagonisti della serata magari “estorcendo” loro qualche dedica sul libro. Poi, inesorabilmente, il sole è scomparso oltre l’ orizzonte e a noi è toccato andar via. Peccato…proprio una bella serata!

Annunci

Trapianti: primo detenuto ‘samaritano’ offre rene


E’ il primo caso del genere in Italia

Un detenuto di una casa circondariale piemontese ha chiesto di poter diventare un donatore samaritano, cioé senza un legame di parentela o di affetto, offrendo un rene. Il caso, il primo del genere in Italia, è stato già posto all’attenzione del Centro Nazionale Trapianti. L’organismo, sulla base della segnalazione arrivata nei giorni scorsi e in discussione anche in una riunione in corso oggi, ha avviato una nuova riflessione a causa della delicata questione etica posta dalla nuova offerta. Al momento le persone che si sono candidate a diventare donatori samaritani sono state meno di una decina, da tutti e’ arrivata l’offerta di un rene. Anche per questo caso il potenziale donatore dovra’ essere sottoposto agli esami clinici e psichici per verificare se e’ idoneo a questo tipo di intervento. Contemporaneamente e gli esperti valuteranno la nuova questione bioetica posta dal caso singolare.

fonte ANSA

“Detenuti e diversamente abili” di Giovanni Lentini dal carcere Dozza di Bologna


Dio ha scelto per entrambi lo stesso destino, ponendoci diversi limiti che ci accomunano. Da quando abbiamo cominciato questo corso si è parlato spesso delle cose che accomunano noi detenuti con le persone diversamente abili e devo ammettere che sono tantissime, dalle barriere architettoniche che limitano i nostri movimenti fisici ai pregiudizi della gente e al bisogno costante che abbiamo degli altri. Non è autocommiserazione, anzi, voglio esternare la voglia di vivere e di combattere che c’è dentro ogni detenuto, per superare tutti i deficit, facendo conoscere al mondo questa cruda realtà, anche al fine di evitare spiaceevoli disgrazie che possono travolgere chiunque. Perché la mala informazione porta spesso a far credere alla gente cose assolutamente non vere, sia sulla certezza della pena e sia sull’espiazione della stessa, pubblicando statistiche non corispondenti alla realtà. Mi è capitato di leggere o sentire ai telegiornali che per un omicidio non si sta in carcere più di otto anni, o per un sequestro di persona 5 o 6 anni, sono solo menzogne e penso che questa male informazione non fa altro che incentivare la delinquenza, “la gente pensa che può commettere qualsiasi reato, tanto in Italia le pene non sono certe”. Diciamo che non è così, raccontiamo come si espia una condanna in Italia e che esiste l’ergastolo, che ergastolo significa FINE PENA MAI. Una condanna perpetua proprio come quella di un disabile che è costretto a stare per tutta la vita su una sedia a rotelle. Mi viene da citare un passo di Seneca dal libro “La Provvidenza”, probabilmente solo per farmi una ragione di quanto mi sta accedendo e per farmi forza. Seneca scrisse che chi viene colpito da malattie, dolori o altre disgrazie è stato giudicato degno di sperimentare sulla propria pelle la resistenza ella natura umana, quindi dovremmo considerarci fortunati e affrontare le avversità quotidiane combattendo con orgoglio e tenacia. La prima domanda che mi faccio riguarda la detenzione: cosa si vuole ottenere da una persona detenuta isolandola dal resto del mondo senza dargli la possibilità di rendersi utile in qualche maniera nei confroti della società, di se stesso e della propria famiglia? La seconda domanda riguarda invece la realtà carceraria: la società conosce la realtà del carcere e dell’espiazione di una condanna, di come si vive in carcere, pardon, forse è meglio scrivere di come si sopravvive in carcere? A questa domanda mi rispondo da solo. Secondo me, la maggior parte della popolazione libera non si avvicina minimamente nemmeno con il pensiero alla cruda realtà dei detenuti. E allora perché non cerchiamo di far conoscere al mondo la nostra realtà? Come sappiamo, la pena di un condannato dovrebbe essere afflittiva e soprattutto rieducativa e portare l’individuo piano piano al reinserimento nella società civile, ma come può un detenuto reinserirsi se la prima cosa che fa il carcere è tenerlo isolato dal resto del mondo, negandogli persino la possibilità di coltivare i rapporti con i propri cari? Come è possibile coltivare un rapporto con le misere ore di colloquio visivo che si differenziano da detenuto a detenuto e che comunque non superano mai le sei ore al mese e delle 4 telefonate mensili da 10 minuti ciascuna, quando si è fortunati e si usufruisce di tutti questi “benefici” si arriva a un totale di circa 80 ore che rappresentano poco più di tre giorni in un anno. E’ possibile secondo voi mantenere un rapporto solido con i propri cari? E’ difficile se non impossibile se si aggiunge che durante gli incontri con i propri familiari non si può avere nemmeno un secondo di privacy perché c’è sempre la presenza di un agente di custodia e comunque gli incontri avvengono in sale con altri detenuti mentre i colloqui telefonici nella maggior parte dei casi sono sempre registrati. Il solo pensiero di perdere gli affetti della propria moglie e dei propri figli è devastante anche se è un pensiero che assilla costantemente il detenuto e gli fa pensare che sarà impossbile un reinserimento nella società senza l’affetto dei propri cari. Bisognerebbe fare qualcosa per modificare le leggi vigenti affinchè si possa avere la possibilità di trascorrere più tempo con i propri familiari in quanto è proprio la famiglia il pilastro fondamentale della società e di ognuno di noi. Fortunatamente questa idea è condivisa sia dalla chiesa che dai partiti politici che ne fanno il loro cavallo di battaglia poiché solo con una famiglia solida si può affrontare un serio percorso di reinserimento sociale. Mi chiedo spesso se tutti i magistrati sono a conoscenza delle modalità e di come si espia una condanna. Perché mi è capitato di chiedere un’autorizzazione di colloqui durante un’udienza del mio processo ed il Magistrato competente rivolgendosi verso la gabbia dove ero rinchiuso mi chiese se le sei ore di colloquio che chiedevo erano giornaliere ed io gli risposi “magari”, controllò il codice penitenziario e si accorse che non era possibile, quindi capii che nemmeno lui che è un Magistrato era al corrente di come si espia una condanna. Facciamo conoscere al mondo le molteplici relatà di vita in carcere e soprattutto facciamo sapere cche le carceri non sono hotel o nights dove si beve champagne e le celle non sono delle suite con tutti i comfort ma luoghi di 12 metri quadri dove viviamo in 2 o 3 persone, all’interno cuciniamo, mangiamo, dormiamo e facciamo i nostri bisogni fisiologici, gli animalisti giustamente si allarmano quando vedono leoni o tigri rinchiusi in gabbie di almeno 20 metri quadri e sono soli, noi esseri umani cosa dobbiamo dire? I diritti umani che fine fanno? Fortunatamente la realtà in cui vivo io qui nel carcere di Bologna mi permette di frequentare un corso di ragioneria, un corso di etica e filosofia, un corso di teatro dove tra l’altro l’anno scorso siamo riusciti ad ottenere ottimi risultati portando in scena qui in carcere, aperto anche al pubblico civile, una tragedia greca “Anfitrione”, hanno parlato di noi diverse testate giornalistiche “stavolta positivamente”. Purtroppo nel circuito dove mi trovo recluso ci sono tante limitazioni per motivi di sicurezza e di conseguenza non possiamo frequentare altre attivitàche ci sono in questo istituto, non abbiamo la possibilità di lavoraree di renderci utili in nessun modo né per noi né tanto meno per i nsotri familiari, siamo ei parassiti della società e delle nostre famiglie. I giornali non fanno altro che parlare in maniera negativa dei detenuti e di conseguenza la popolazione civile ha dei pregiudizi altrettanto negativi su di noi. Abbattiamo questi muri di negatività e facciamo capire alla gente che dietro l’etichetta “detenuto” ci sono degli esseri umani con un cuore che pulsa, con un animo e con tanta voglia di vivere. In ognuno di noi si nasconde qualcosa di buono, bisogna lavorarci e tirarlo fuori, solo così si potrà costruire qualcosa di positivo per noi e per l’intera società. Se non si conoscono i problemi che ci affliggono è impensabile riuscire a trovare una soluzione. Anche io prima di frequentare questo corso di etica ignoravo i problemi delle persone disabili, adesso non dico che mi sto adoperando per risolverli, sarebbe troppo bello, ma almeno sto imparando a capire quali sono le loro esigenze e cosa c’è dietro l’etichetta “diversamente abile” o “handicappato”, anche dietro queste persone c’è tantissima voglia di vivere e tanto da imparare. Fortunatamente ci sono varie associazioni di volontariato che si occupano dei disabili e insieme a loro hanno combattuto e comabttono giorno per giorno per i propri diritti e per essere considerati persone normali quali sono. Combattiamo anche noi per essere considerati uomini e non de mostri, combattiamo per renderci utili e per non rimanere lo scarto della società o solo dei parassiti. Sarò ripetitivo ma è troppo importante far conoscere a tutti i nostri deficit affinchè ci aiutano a non farli diventare handicap.

Martoglio a Catania


di Daniela Domenici

Terzo e ultimo capitolo del “Progetto Martoglio 08-10 per una trilogia teatrale” ieri sera al teatro Canovaccio di Catania, uno per ogni anno: nel 2008 “I cunti”, l’anno seguente “I cunfidenzi” e infine “Cuttigghi e cattigghi”; “fil rouge” che lega questi tre “momenti” sull’opera omnia del grande scrittore catanese sono la regia di Elio Gimbo, l’elaborazione del testo a cura di Eliana Esposito, le scene di Bernardo Perrone e i costumi di Rosy Bellomia.

Perché scegliere un autore così rappresentato come Martoglio? A questa domanda il regista Elio Gimbo ha risposto affermando che “Martoglio ci consente di rintracciare una tradizione di letteratura civile che ci appartiene … entrambi (Pippo Fava e lui) hanno raccontato Catania con l’intento di risvegliare le coscienze al cambiamento e al progresso sociale”.

E in quest’ottica vanno quindi sia l’accuratissima elaborazione di Eliana Esposito che le perfette e originali scelte registiche di Elio Gimbo che hanno reso attuale e contemporaneo il testo martogliano.

L’intervallo tra i due atti è stato reso “turning point” dello spettacolo che nel primo atto è colorato dalla celebre comicità  leggera, tutta in stretto dialetto catanese, a cui ci hanno  abituato le numerose precedenti “mises en scene” delle commedie martogliane mentre il secondo è stato volutamente avvolto da un velo grigio di dolore e malinconia per narrare la guerra che irrompe nelle vite dei protagonisti.

In breve la trama di quest’ultimo atto della trilogia: torna dal “continente” don Procopio ‘mpallaccheri, interpretato da Cosimo Coltraro, una specie di “deus ex machina” per gli abitanti del quartiere popolare in cui si svolge la vicenda, e per questo evento tutte le donne vanno in sollucchero, donne che sono divise da una rivalità latente in due “fazioni” sempre in lotta, sempre pronte a “cuttigghiare” l’una dell’altra e che don Procopio tenta, non sempre con successo, di sedare: da una parte Tidda e Sara, madre e figlia, interpretate da Cinzia Caminiti e Sabrina Tellico, dall’altra Lona e Betta, anche loro madre e figlia, Iolanda Fichera e Amalia Contarini, e Anna, interpretata da Alice Ferlito, cognata di Lona che è fidanzata con suo fratello Marianu, i cui panni sono vestiti da Giuseppe Calaciura.

Tutto il cast senza eccezioni, compresi Pietro Lo Certo nel ruolo dell’assistente di don Procopio, Saro Pizzuto in quello dell’anziano fidanzato di Sara e Salvo Musumeci nel duplice ruolo di giudice e predicatore, meritano i nostri sentiti e convinti complimenti e gli applausi calorosi conditi da “bravi” che hanno ricevuto alla fine della serata.

Vogliamo sottolineare ancora quanto i costumi di Rosy Bellomia e le scene di Bernardo Perrone abbiano “contribuito sensibilmente a dare vita alle colorite creature di Martoglio” e quanto siano state pertinenti le scelte operate dal regista Elio Gimbo per i brani della colonna sonora che, inizialmente, a un primo impatto potevano sembrare azzardate ma che si sono poi rivelate assolutamente ad hoc.