“Figlia”


Dedicata a mia figlia  🙂

di Roberto Vecchioni – 1991

Sapeva tutta la verità
il vecchio che vendeva carte e numeri,
però tua madre è stata dura da raggiungere,
lo so che senza me non c’era differenza:
saresti comunque nata,
ti avrebbe comunque avuta.
Non c’era fiume quando l’amai;
non era propriamente ragazza,
però di aver fatto del mio meglio,
così a volte guardo se ti rassomiglio,
lo so, lo so che non è giusto,
però mi serve pure questo.

Poi ti diranno che avevi un nonno generale,
e che tuo padre era al contrario
un po’ anormale, e allora saprai
che porti il nome di un mio amico,
di uno dei pochi che non mi hanno mai tradito,
perché sei nata il giorno
che a lui moriva un sogno.

E i sogni, i sogni,
i sogni vengono dal mare,
per tutti quelli
che han sempre scelto di sbagliare,
perché, perché vincere significa “accettare”
se arrivo vuol dire che
a “qualcuno può servire,
e questo, lo dovessi mai fare,
tu, questo, non me lo perdonare.

E figlia, figlia,
non voglio che tu sia felice,
ma sempre “contro”,
finché ti lasciano la voce;

vorranno
la foto col sorriso deficente,
diranno:
“Non ti agitare, che non serve a niente”,
e invece tu grida forte,
la vita contro la morte.

E figlia, figlia,
figlia sei bella come il sole,
come la terra,
come la rabbia, come il pane,
e so che t’innamorerari senza pensare,
e scusa,
scusa se ci vedremo poco e male:
lontano mi porta il sogno
ho un fiore qui dentro il pugno.

http://www.youtube.com/watch?v=aUjNcaEhkKk&feature=related

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“Perla caduta”


di Angela Ragusa

Dove sei perla caduta…

Scivolasti tintinnando
sui tasti del suo piano
mentre mani segnavano note
come orme sulla tua anima…

Dove sei….nascosta tra pieghe di dita …

La tua luce risalta
tra eburnee intonazioni
che sciolgono il ritmo
e lento accompagna ogni pensiero.

Rincorri quel ritmo
nota dopo nota..

Un’ onda immensa travalica
e possiede
e tu piccola perla sballottata
tra schiume di un mare
che tutto invade e pervade
come suono che lascia all ‘ascolto
sensazioni di immenso,
resisti cullata da un pianto lontano
a cercare quel filo dal quale cadesti….

Salute: il 16 maggio giornata nazionale del malato oncologico


di Loretta Dalola

Assicurare e tutelare i diritti dei malati di cancro per migliorare i servizi di cura e assistenza al paziente. E’ questo l’obiettivo della Giornata nazionale del malato oncologico, iniziativa giunta alla sua quinta edizione e in programma il 16 maggio 2010.

il programma di Canale 5, ha dedicato la puntata proprio alla lotta contro il cancro.

Il cancro cambia la vita, ma è  cambiata anche la nostra visione del cancro.

Parlarne, è il primo risultato che  scardina questo tabù, e ben venga anche in contributo della televisione, che contribuisce al confronto con i concittadini affinché l’opinione pubblica sia informata e consapevole della loro esistenza anche per evitare la dolorosa emarginazione che troppo spesso è generata dall’ignoranza.

Ascoltando le testimonianze dei malati, che con la paura convivono, che si sono abituati a combatterla quotidianamente, a partire dal momento in cui viene diagnosticato il cancro… ascoltare le parole, farle scivolare dentro di noi, immedesimarci e capire che, se oggi ci sono più malati rispetto al passato è altrettanto vero che la mortalità è decisamente inferiore.

Grazie ai risultati della ricerca sperimentale, ai progressi della diagnostica, della medicina e della chirurgia, le nuove terapie contro il tumore, stanno mostrando effetti positivi sul decorso della malattia, allungando e migliorando  sensibilmente, la vita dei malati.

In Italia sono 2.000.000 i malati. Ogni anno circa 270 mila cittadini sono colpiti dal cancro. Si pronostica che nel 2010 arriveranno a 400 mila.

Attualmente, il 50% dei malati riesce a guarire, con o senza conseguenze invalidanti.

E’ ovviamente lecito farsi accompagnare dalla paura, ma è necessario fermarsi a pensare che qualsiasi scoraggiamento deprime il sistema immunitario, diventando un fertile terreno per il tumore. È di estrema importanza portare avanti una prospettiva personale positiva, per trovare la forza interiore che nessuno pensa di avere, ma che balza fuori, quando si ha la necessità di affrontare vere e importanti difficoltà.

Diventa allora vitale  la relazione umana, l’amore che circonda i malati e la fiducia nel personale che cura,  la comunicazione medico-paziente che spesso risulta insoddisfacente e priva di umanità;  i colloqui non  devono essere rapidi e limitarsi ad una interazione fredda con il paziente accentuando un distacco psicologico che mette in condizioni di disagio il malato che differentemente vorrebbe instaurare una sorta di umana complicità con il medico. Ma, anche il lavoro contribuisce diventando una vera e propria terapia.

Il malato vuole avere il diritto di vivere e di continuare la propria vita.

Una vera e propria  vita, da parte di chi ha imparato ad amarla ed a difenderla con la forza del dolore, avendo vissuto la paura di perderla.

da http://lorettadalola.wordpress.com

Che Dyskolos !!!


di Daniela Domenici

Quale conclusione migliore di una stagione teatrale se non quella di lasciare il proprio pubblico con il sorriso sulle labbra e nel cuore? E’ quello che ha fatto il direttore artistico del teatro Vitaliano Brancati di Catania, Tuccio Musumeci, che ha voluto mettere in scena come ultimo spettacolo di cartellone “Il Dyskolos di Menandro” per la regia di Romano Bernardi che si è divertito a mescolare situazioni  e personaggi tanto che, pur rispettando la vicenda raccontata da Menandro, ne è scaturita una commedia del tutto nuova. L’opera d Menandro è venuta alla luce solo nel 1957 grazie al rinvenimento di alcuni rammenti di quindici delle cento e più commedie da lui composte, l’unica ritrovata intatta è proprio il “Dyskolos” del 317 a.C.

Al centro della vicenda un vecchio scontroso e misantropo, Cnemone, che dovrà ricredersi sulla bontà umana e dare in sposa l’amatissima figlia Criside a Sostrato, il giovane che insieme al suo servo lo salva da una situazione di difficoltà. Questa in breve la trama per non togliervi il piacere di andare a ridere di cuore per tutta la durata dello spettacolo e ad applaudire tutti i formidabili interpreti.

Prima di parlare di loro vorremmo tributare un “bravissimo” allo scenografo Giuseppe Andolfo che ancora una volta ha saputo immaginare una scenografia ad hoc con il pozzo che è anche oracolo e sembra davvero fatto di pietra; nei costumi, poi, soprattutto quelli della maga Panfile e dei suoi particolari “aiutanti”, ha dato liberamente spazio alla sua fantasia creativa così come nel trucco “esagerato” della serva Simiche: applausi meritati.

E ora vogliamo regalare una standing ovation a tutta la compagnia, perfettamente affiatata nei tempi delle battute e nella gestualità che in un testo umoristico, come ben sapete, sono elementi fondamentali per provocare la risata e l’applauso. E ci riescono tutti perfettamente: da Tuccio Musumeci che interpreta un servo Pirrìa molto imbranato che però sarà il “deus ex machina” della vicenda a Olivia Spigarelli, una forza della natura di comicità travolgente, truccata da megera; da Agostino Zumbo che dà vita a un Cnemone che da scontroso misantropo si trasforma in un uomo bisognoso solo di affetto e coccole a Salvo Piro che impersona un Sostrato innamorato ma ancora un po’ immaturo.

Un “brave” a parte lo meritano Debora Bernardi e Maria Rita Sgarlato; la prima ha saputo ben rendere Criside, la figlia del misantropo, una ragazza inesperta che ha voglia di scoprire cosa sia l’amore anzi, “la differenza” e la Sgarlato ha dato vita a una maga molto sui generis, anche grazie al make up e al costume, che riesce a prendersi gioco dei protagonisti aiutata, in questo, da due personaggi un po’ “alternativi”, diremmo in termini moderni, i suoi seguaci Sicone e Davo, che giocano a essere Eros e Giunone in versione gay, interpretati deliziosamente da Giovanni Santangelo e Plinio Milazzo a cui è stato affidato anche il compito di raccontare una sorta di “incipit” iniziale nelle vesti di un improbabile dio Pan.

L’unica nota negativa, se ce lo permettete,  è stata la musica di Mikis Theodorakis che, secondo il nostro modesto parere, poteva essere evitata perché non aggiunge niente allo spettacolo e anzi, in alcuni momenti, disturbava la recitazione sovrastandola.