Morire dietro le sbarre per il furto di due teli da mare


di Roberto Puglisi

Roberto Pellicano dal carcere dell’Ucciardone scriveva preghiere, con scarna  grammatica e abbondante dolore.  Le scriveva su un foglio a quadretti e le imbustava. Destinazione ignota. Roberto scriveva: “Sono un ex tossico, ma me ne sono pentito! Ero un tossico e non mi vergogno a dirlo! Ma prego Dio che mi fa guarire di questa maledetta malattia! Sono stanco di questa vita di merda che facevo. Quindi ti chiedo Dio di farmi uscire di questa maledetta droga! Dio io ti prometto che farò di tutto per riuscire a smettere! Ma ti chiedo solo di aiutarmi. Dio aiutami: Roberto”. E’ uscito, alla fine, ma non come aveva chiesto.
Roberto Pellicano era sieropositivo. Era un ladro di piccole cose, furti minuti che gli servivano per acquistare la roba. La sua storia misera è racchiusa in poche righe e in qualche documento spiegazzato. Il due luglio scorso il furto di due teli da mare, di accessori balneari e creme da spiaggia a Capaci. L’arresto, il processo e la condanna a otto mesi, visto che l’imputato è recidivo . Due istanze di scarcerazione per motivi di salute non esaudite. La prima – parrebbe – per il rifiuto di farsi visitare opposto da Roberto.  La morte dietro le sbarre, ai primi dello scorso dicembre.
Di Roberto Pellicano  restano tracce labili. Gli articoli di giornali scritti per “Repubblica” da Romina Marceca, una cronista onesta e coraggiosa. Restano gli effetti personali non ancora restituiti ai familiari. Resta un foglietto con la preghiera, con qualche foto pallida, piena di sorrisi illividiti. Tutto scomparirà, tutto passerà. Non per sua madre che continua a ripetere: “Non è giusto, non si può morire così. E’ una fine da animali”.
L’avvocato Tommaso De Lisi spiega: “Roberto, anni fa, è stato il mio primo cliente. C’era un rapporto speciale. La prima istanza di scarcerazione non ha dato i risultati sperati. Ho presentato la seconda, nel frattempo il fascicolo è finito sul tavolo del magistrato di sorveglianza”. Un “nel frattempo” di troppo. Roberto non ha mai smesso di scrivere lettere accorate ai familiari, ai fratelli e alle sorelle dall’Ucciardone. Lì, d’inverno si muore di gelo, d’estate di afa. E si muore davvero, talvolta. La madre ricorda il figlio ai colloqui: “Piangeva. Supplicava: mamma, tirami fuori di qui”.
La casa dei Pellicano è in fondo a via Mozambico, nella Palermo rovinata e periferica. Un palazzo popolare in mezzo a orizzonti di cassonetti ripieni. Una casa ammobiliata con gusto. Con papà e mamma, i fratelli e le sorelle di Roberto. “Siamo povera gente – spiega la mamma – non abbiamo soldi per lottare o per chiedere giustizia. Rivolgiamo un appello all’Italia: qualcuno ci aiuti”. Un appello all’Italia, dice così questa signora chiusa nella veste nera del lutto. Questa è via Mozambico. L’Italia è altrove.
Carta canta. Ha anticipato “Repubblica”:“Roberto Pellicano è morto per un attacco di asma acuto. È il responso dell’autopsia eseguita sul corpo del detenuto di 39 anni deceduto nel carcere Ucciardone il 3 dicembre scorso. Una perizia che scagiona, in prima battuta, i medici del penitenziario. Roberto Pellicano, tossicodipendente affetto dal virus Hiv, era stato arrestato per avere rubato un telo da mare in spiaggia (erano due, ndr). Il suo avvocato, Tommy De Lisi, per due volte aveva chiesto la sua scarcerazione.  “Quella su Roberto Pellicano – spiega Paolo Procaccianti, direttore dell’istituto di medicina legale dell’ospedale Policlinico – è stata un’autopsia dalla perizia complessa che è stata riassunta in 50 pagine. Il ragazzo assumeva metadone e bisognava comprendere con accurati esami cosa ne avesse provocato la morte. L’asma era una patologia misconosciuta ai medici del carcere”.
L’inchiesta marcia verso l’archiviazione. L’avvocato De Lisi si domanda: “Perché uno come Roberto stava in carcere? Fu rinchiuso in Sardegna molti anni fa e liberato per le sue infelici condizioni di salute”. Dagli archivi della famiglia spunta un documento del Tribunale di sorveglianza di Sassari. Si legge: “Risulta dalla documentazione medica che l’istante è affetto da una seria forma di broncopolmonite e presenta una grave sintomatologia clinica, accompagnata da una rilevante depressione del sistema immunitario dovuta alla accertata sussistenza di Aids conclamato e le sue condizioni di salute non sono compatibili con lo stato di carcerazione”. Chissà se vorrà dire qualcosa. 
In via Mozambico, la madre scarica piano la rabbia: “Non doveva stare all’Ucciardone Roberto. Il medico di lì glielo ripeteva: Pellicano che ci fai qua?”. E lui, Roberto Pellicano, scriveva a Dio. Il tre dicembre “è deceduto”. Suo padre non ha più nemmeno tempo di piangere, deve andare a lavorare come i fratelli. Lavori precari, tra i mercatini e l’incertezza.
Chi ricorderà il detenuto Pellicano Roberto di via Mozambico che rubò due teli da mare e morì in galera? Chi protesterà? Chi gli vorrà sempre bene a parte i suoi? E in  fondo, quella di Roberto è  una storia come tante, dietro le sbarre. Una storia di povera gente senza voce. Scriveva Sciascia, pressapoco: la giustizia è una macchina, che senso ha dire era innocente ed è finito sotto una macchina?  Stavolta è toccato a un “tossico” e alla sua vicenda di normale passione e morte. Sotto la macchina c’è finito lui. C’è finito il detenuto Roberto Pellicano che sperava di uscire dall’Ucciardone e di ricominciare, perché scriveva lettere a Dio.

da www.livesicilia.it

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