Riflessioni sul cuore e sui suoi… cassetti!!!


di Daniela Domenici

Se parli con un medico ti dirà che il cuore è un muscolo con  certe dimensioni e caratteristiche fisiche specifiche, fondamentale per la sopravvivenza umana.

Io, invece, ho sempre immaginato il cuore come un’entità senza forma né dimensioni, elastico, espandibile, modellabile, insomma un qualcosa che deve contenere miliardi di ricordi, emozioni, dolori, immagini, tutti e tutte racchiuse in infiniti cassetti e cassettini di dimensioni diverse.

So che ogni cassetto appartiene a una storia vissuta, più o meno lunga, più o meno bella, più o meno dolorosa; ogni persona che, per breve o lungo tempo, è passata nella mia vita ha un suo cassetto in cui si va a riporre e conservare tutto quello che la/lo riguarda.

Ci sono cassetti con le chiavi e quelli senza e ora vi spiego il perché: credo che quando decidi tu di chiudere, volontariamente, una storia, d’amore o d’amicizia, quando concludi un ciclo, più meno lungo, per i motivi più vari, chiudi a chiave, nel relativo cassetto, quella storia; l’hai voluto e deciso tu consapevolmente e quando vuoi ripescare qualche emozione o immagine di quel ciclo giri la chiave, apri e scegli cosa vedere o sentire.

Ma quando una storia, d’amore o d’amicizia, viene interrotta dall’altra persona che decide autonomamente, spesso senza neanche avvertirti, senza comunicartene i motivi, cambiando talvolta anche le carte in tavola a suo uso e consumo, allora quel cassetto rimarrà sempre un po’ aperto, non avrà la chiave, non si potrà mai chiudere definitivamente perché riaffioreranno sempre, nei momenti più impensati, attimi di piacere, gocce di dolore, immagini di dolcezza, sorrisi caldi, lacrime silenziose che faranno riaprire continuamente quel cassetto-ferita mai rimarginata.

Due poesie erotiche di Francesco Sabatino


Francesco è un caro amico di Augusta, è un ragazzo non vedente di 24 anni che scrive poesie da tanto tempo e ogni tanto si diletta a scriverne e a mandarmene alcune un po’ erotiche, oggi gliene pubblico due, se volete leggere altre sue liriche qui nel mio sito gli ho dedicato una pagina tutta sua…:-)

Il sole muore

Il sole muore

e in me divampa l’amore.

Ti accarezzo piano

e la mia mente vola nel cielo

lontano.

Se ti odo respirare,

sento frusciare

l’onde del mare.

E ti lasci amare,

e mi lasci giocare

con il tuo candido fiore

peccaminoso,

facendo danzare il mio cuore

romantico e burrascoso

di piacere gaudioso.

Il sole muore,

ma la notte

è illuminata

dal tuo desioso canto,

profumata

dalla tua bellezza d’incanto.

Il sole muore,

ma in noi

è nato

Amore.

…………………………………………………..

Regina dell’amore

Con te giacerei ore ed ore
per nutrirmi del tuo corpo,
della tua anima
e del tuo cuore.
M’inchinerei al tuo cospetto,
bacerei i tuoi piedi,
leccherei le tue cosce ignude,
soddisferei la tua voluttà
e contemplerei estatico
la tua beltà.
Regina del mio cuore,
vorrei avere l’onore
di innaffiare
il tuo fiore,
di servire
il tuo amore.

La situazione. Il Consiglio d’Europa condanna l’Italia per troppa violenza e suicidi


di Valter Vecellio

  Nuova condanna per l’Italia. Il Consiglio d’Europa condanna il nostro paese per le troppe violenze “istituzionali” e i suicidi. La condanna si riferisce a una “ispezione” effettuata nel 2008, ma è da credere che in due anni la situazione non sia mutata troppo; anzi, è forse perfino peggiorata. L’agenzia “Ap-Com” così riassume il rapporto-denuncia:

  “Troppa violenza nelle carceri italiane, dove il sovraffollamento e le continue risse pesano sull’altissimo numero di detenuti suicidi. Lo rileva il comitato del Consiglio d’Europa per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani o degradanti (Cpt), che ha pubblicato il rapporto relativo alla sua quinta visita periodica in Italia, effettuata dal 14 al 26 settembre 2008, corredato dalla relativa risposta del Governo italiano.

Troppe violenze – Per quanto concerne il trattamento dei detenuti da parte delle forze dell’ordine, il rapporto riferisce che la delegazione del Cpt ha ricevuto un certo numero di denunce di presunti maltrattamenti fisici o di uso eccessivo della forza da parte di agenti della polizia e dei carabinieri, e, in minor misura, da parte di agenti della guardia di finanza, soprattutto nel Bresciano. I presunti maltrattamenti consistevano essenzialmente in pugni, calci o manganellate al momento dell’arresto, e, in alcuni casi, nel corso della permanenza in un centro di detenzione. “Per certi casi – si legge nel rapporto – la delegazione ha potuto riscontrare l’esistenza di certificati medici attestanti i fatti denunciati”. Nella loro risposta, le autorità italiane “hanno indicato che sono state emanate delle direttive specifiche per prevenire e punire il comportamento indebitamente aggressivo delle forze dell’ordine. Inoltre, le autorità hanno fornito le informazioni richieste sui punti sollevati dal Cpt in materia di garanzie procedurali contro i maltrattamenti”.

Le condizioni di detenzione – Sono state inoltre esaminate le condizioni di detenzione presso il Centro di identificazione e di espulsione (Cei) di Via Corelli a Milano. Il Cpt ha raccomandato, tra l’altro, che siano garantiti agli immigrati irregolari che vi devono essere trattenuti “maggiori e più ampie possibilità di attività”. Per quanto concerne le carceri, la delegazione che ha effettuato la visita a nome del Comitato ha posto l’accento sul sovraffollamento delle prigioni, sulla questione delle cure mediche in ambiente carcerario e sul trattamento dei detenuti sottoposti al regime di massima sicurezza (il “41-bis”).

Allarme a Cagliari e Brescia – Il Cpt ha espresso “viva preoccupazione” per il livello di violenza registrato all’interno delle carceri di Brescia-Mombello e di Cagliari-Buoncammino, dove episodi di violenza tra detenuti nel corso del 2008 hanno causato lesioni gravi e, in un caso, la morte di un carcerato. Inoltre, il Comitato ha ricevuto a Cagliari alcune accuse relative al fatto che il personale carcerario non sarebbe sempre intervenuto tempestivamente per sedare le risse tra detenuti. Le autorità italiane hanno indicato nella loro risposta che “la direzione generale delle carceri ha invitato le prigioni di Brescia e di Cagliari a prendere tutte le misure necessarie per impedire la violenza tra detenuti. Hanno inoltre affermato – riferisce il Comitato – che dall’autunno del 2008, si è ottenuta una diminuzione degli episodi di violenza, a seguito di una convenzione conclusa tra il carcere di Cagliari e la Caritas”.

L’ospedale psichiatrico – Per quanto concerne l’ospedale psichiatrico giudiziario Filippo Saporito (Opg) di Aversa, il rapporto pone in evidenza le scadenti condizioni della struttura e la necessità di migliorare il regime quotidiano di degenza dei pazienti, aumentando il numero e la varietà delle attività trattamentali quotidiane loro garantite. La delegazione ha inoltre riscontrato che alcuni pazienti erano stati trattenuti nell’Opg più a lungo di quanto non lo richiedessero le loro condizioni e che altri erano trattenuti nell’ospedale anche oltre lo scadere del termine previsto dall’ordine di internamento. Le autorità italiane hanno fatto valere nella loro risposta che l’ospedale è in corso di ristrutturazione e che la legge non prevede un limite per l’esecuzione di misure di sicurezza temporanee non detentive. In merito al Servizio psichiatrico di diagnosi e cura (Spdc) presso l’ospedale San Giovanni Bosco di Napoli, la delegazione ha concentrato l’attenzione sul ricorso al trattamento obbligatorio dei pazienti. Il Comitato raccomanda di apportare miglioramenti alla fase giudiziaria della procedura relativa al trattamento sanitario obbligatorio”.

 Ora la parola spetta al Governo, al ministro della Giustizia; alle forze politiche, di maggioranza e di opposizione. Per giorni, settimane, i radicali offrono una costante, puntuale, precisa, dettagliata informazione, accompagnandola a soluzioni politiche praticabili e ragionevoli. Finora hanno prevalso indifferenze e calcoli meschini di partiti come la Lega e l’Italia dei Valori, che hanno fatto della demagogia il loro programma politico; favoriti da un PD che appare paralizzato e paralizzante. La condanna del Consiglio d’Europa, anche se si riferisce al 2008 impone che si esca da questa palude. Questa vergogna dura da troppo tempo, questa aberrazione deve finire.

da www.radicali.it

Michele in autobus


 di Alessandro Mascia

Ci sono bambini che si innamorano dei carabinieri, altri dell’ambulanza. Io ero innamorato delle navi, le sognavo, realizzavo scafi anche con poco: mi bastava una foglia di oleandro e un rigagnolo d’acqua per sottrarmi dal mondo per buone ore. Mio figlio, invece, si è innamorato degli autobus, quindi, ultimamente, ci siamo ritrovati a una fermata per fare un giro della città. Una mano al bambino che, con sguardo attento, scrutava l’orizzonte in attesa dell’autobus e nell’altra una copia di Diario clandestino, un’eccezionale cronaca umoristica degli anni trascorsi dentro un lager da Giovanni Guareschi. Quando viaggio in autobus, di solito, leggo pagine e pagine. Il problema è che al servizio di trasporto pubblico, che ritengo non affidabile, preferisco la macchina e il tempo che potrei dedicare alla lettura è sottratto dalla guida. Sarà per questo che nel Nord Europa, dove i servizi di trasporto pubblico funzionano bene, si legge di più? Guidare meno e leggere di più. Ottimo tandem pubblicitario per Trenitalia e Mondadori. Dovrei proporglielo. C’è da dire che anche il clima soleggiato della nostra terra gioca a sfavore della carta stampata. Aprendo i battenti la mattina, alle nostre latitudini, siamo investiti da una gagliarda giornata fatta di luce, di chiacchiericcio, di profumi. Io, poi, che vivo sopra un panificio…! Da noi si esce per strada, si va al mercato, si incontra un sacco di gente e il tempo che il nord europeo dedica alla lettura, noi lo si dedica al ‘cuttigghio’, una forma meno nobile, certamente, ma ugualmente appagante di lavorìo cerebrale. Di qui il nostro inclito vezzo a socializzare anche con gli sconosciuti.

Un luogo dove si attacca facilmente bottone è proprio sull’autobus. Non fosse che io preferirei leggere, ci sarebbe da fare edificanti chiacchierate. Nell’ultimo viaggio, però, mi sono fatto distrarre dalla biodiversità che transitava sul pianale del mezzo, fuoriuscita dalle proprie dimore per spostarsi, a buon prezzo, dal punto A al punto B della città. Quando ho visto l’autobus sbucare dall’angolo e dondolare la testa verso gli astanti alla fermata, mi sono ricordato del dragobruco, un divertente traslato dell’autobus urbano, descritto da Stefano Benni nel suo Achille piè veloce. Il dragobruco ha accostato pesante alla pensilina con quell’occhietto laterale che fiammeggia ammiccante verso gli utenti sempre più addensati nell’intento di varcare per primi la soglia della sua bocca famelica. E a ogni fermata è così, il dragobruco aspira ed espira gente. Siccome mio figlio pretende sempre di compiere un viaggio da capolinea a capolinea, ho avuto un bel daffare a studiare le varietà di homo sapiens che si sono presentate alla mia analisi informale.

Nel viaggio a cui si ispira questa mia cronaca c’era un tizio smilzo e malvestito che dormiva già prima della nostra salita a bordo con la testa reclinata sul vetro del finestrino. Ha dormito durante il tragitto e anche dopo la nostra discesa. No, non era morto e dopo spiego il perché.

La vignetta più dolce e universale, a ogni modo, è quella della caratteristica coppia di anziani. Lui sui 70, giacca, cravatta, pochette candida, loden verde oliva, i capelli residui piegati all’indietro. Lei, poco più giovane, legata a braccetto al suo uomo, distinta, un velo di rossetto sulle labbra. Sono saliti sorridenti sul mezzo, portando un saluto cordiale. Due personcine a modo, d’altri tempi, tutte rappresentanza e buon cuore.

A una fermata centrale, in una boccata di gente inspirata dal dragobruco, è salito un ragazzo invecchiato dall’evidente abuso di sostanze esogene. In mano stringeva gelosamente una bottiglietta di birra marrone malcelata in una busta di cartone, a cui si aggrappava nei frequenti momenti di scoramento. E parlava a voce altissima, arrabbiato, di cose sue che, non fosse stato per l’inintelligibilità di una pronuncia approssimata e pastosa, sarebbero diventate cose anche nostre. Questo tale, che mal si reggeva sui suoi propri piedi, ha ritenuto socialmente utile risvegliare quell’altro tale che dormiva con il capo riverso. E grida che ti grida il risveglio è avvenuto, ma i due, che dovevano essere imparentati dall’uso smodato di xenosostanze, dopo poco, si sono abbandonati entrambi a un sonno tenebroso che nessuno ha osato perturbare.

Davanti a noi era seduta una signora sui 50 che non dava l’impressione di avere tutte le rotelle al posto giusto. Sarà stato l’abbigliamento bizzarro o l’acconciatura arruffata, insomma, qualcosa non andava. Ho avuto certezza quando si è rivolta di scatto all’indietro, con occhi sbarrati, chiedendomi se mio figlio, ormai rapito dall’incedere del dragobruco, fosse maschio o femmina. Sbigottito e tachicardico ho risposto alla sua domanda, dopo di che è ritornata nella posizione originaria come fosse una di quelle statue viventi che stazionano nelle piazze delle città. A pensare che la gente è pazza ci vuol poco se ti fai un paio di fermate sull’autobus urbano.

Alla fine è entrata una zaffata di sporco che si è fatta spazio tra la gente prima di manifestarsi sotto forma di passeggera. Si trattava di una signora attempata, grassa, che dico grassa?, ridondante. Le carni esondavano dalle fessure delle vesti, volevano scappare da quel corpo evidentemente mal lavato che olezzava di giorni e giorni trascorsi senza il bene dell’acqua. Ho proposto a mio figlio di imboccare l’uscita alla fermata immediatamente successiva, ma al suo candido perché? ho fatto spallucce, non volendo condizionarlo con una considerazione che, probabilmente, era soltanto mia.

Finalmente siamo scesi al capolinea del dragobruco. Io non avevo sfogliato neppure una pagina del libro che avevo tra le mani, mi sentivo, tuttavia, in grado di scriverne uno. Un tuffo tra la gente. Tra normali e stravaganti, ordinari e straordinari, lindi e puzzoni. Anche questo è Augusta.

Una sentenza pilatesca


di Adele Parrillo

DIRITTI. Mentre in Italia la Consulta rigetta il ricorso sulla questione del matrimonio omosessuale, negli altri Stati il nodo è stato risolto con un’evoluzione dell’interpretazione giuridica. Il caso della Spagna.

Di certo, la comunità gay e non solo, ha nutrito più di una speranza di vedere riconosciuti una “possibilità” e la pari dignità e uguaglianza degli altri cittadini nelle proprie scelte affettive e familiari. Questa speranza si è infranta al pronunciamento, lo scorso 14 aprile, da parte della Corte Costituzionale, sulla questione del matrimonio omosessuale rigettando il ricorso. La richiesta era arrivata dinanzi alla Corte italiana il 23 marzo, presentata da una coppia omosessuale di Venezia e una di Trento che chiedevano la pubblicazione delle loro nozze all’albo pretorio del Comune.

Nelle motivazioni della sentenza, per la Consulta l’articolo 29 della Costituzione, “la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio” «non dà luogo a discriminazione in quanto le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio». Occorre però distinguere due problemi che vengono talvolta confusi e cioè se l’art. 29 tuteli soltanto la famiglia fondata sul matrimonio tra persone di sesso diverso e se lo stesso articolo si opponga alla tutela di famiglie fondate su una unione diversa dal matrimonio.

«È vero che i concetti di famiglia e matrimonio non si possono ritenere cristallizzati con riferimento all’epoca in cui la Costituzione venne scritta, mutano seguendo l’evoluzione della società e dei costumi, ma – aggiungono i giudici della Consulta – la loro interpretazione “non può spingersi fino al punto di incidere sul nucleo della norma, modificandola in modo tale da includere fenomeni e problematiche non considerati in alcun modo quando fu emanata».

La Costituente non prese in esame la questione delle unioni omosessuali ma adottò la nozione di matrimonio contenuta nel codice civile del 1942, il quale dice che «i coniugi devono essere persone di sesso diverso». In sintesi, il concetto di matrimonio non può essere esteso alle coppie gay perché resta un’unione tra persone di sesso diverso, ma i diritti di una coppia omosessuale devono essere garantiti e tutelati. Tocca al Parlamento colmare il vuoto normativo con una legge. Eppure, in altri Paesi la questione è stata risolta brillantemente.

In Spagna, l’art. 32 della Costituzione recita: «L’uomo e la donna hanno diritto di sposarsi con piena eguaglianza giuridica»; il rimando alla nozione ontologica della diversità di genere non potrebbe essere più esplicito. Eppure l’articolo è stato interpretato, alla luce del potente faro del principio di eguaglianza formale, nel senso che «l’uomo ha diritto di sposarsi con chi vuole, e la donna ha diritto di sposarsi con chi vuole», consentendo di modificare il codice civile sostituendo in ogni articolo il termine «i coniugi» alla locuzione «marito e moglie». In Italia invece, non si riesce a dare uno straccio di diritto alle famiglie omosessuali, ma nemmeno ai conviventi etero.

Dobbiamo solo sperare che il Parlamento faccia finalmente la sua parte, lasciando indietro pregiudizi vecchi e nuovi, trattando la famiglia come sostanza e non come forma ideologica.

Fonte: http://www.terranews.it

21 aprile: Natale di Roma – “RoMagnificat 2010”


Una festa di suoni, luci e colori, è come se facessimo del cinema all’aperto in luogo storico”. Così il soprintendente ai Beni culturali del comune di Roma Umberto Broccoli descrive all’ADNKRONOS lo spettacolo del regista Paolo Micciché, ‘RoMagnificat 2010’, previsto questa sera a piazza del Popolo in occasione del Natale di Roma.

”Micciché è un artista – aggiunge il soprintendente – con lui abbiamo lavorato per evidenziare tutte le caratteristiche storiche di piazza del Popolo, è quindi uno spettacolo su Roma colto e popolare. Piazza del Popolo diventerà una sorta di quinta per la rappresentazione di tante suggestioni come frammenti di film, luci, giochi di acqua in cui si materializzeranno alcuni personaggi con una tecnica che si chiama water screen, schermo d’acqua. Il pubblico sarà affascinato da una sorta di caleidoscopio”.

Nessun problema di sicurezza, quindi, per una delle piazze storiche più belle di Roma. Nessun pericolo, anzi, ”io auspico che le piazze di Roma – sottolinea il soprintendente – vengano utilizzate in questo modo e farò di tutto con il mio ruolo perché succeda. Questo è uno spettacolo gratuito dove vengono proiettati frammenti di Ettore Scola, Zeffirelli, Fellini, Anna Magnani. Ma non è solo cinema, è uno spettacolo di grande impatto artistico”.

Si tratta di uno spettacolo di luce che il soprintendente definisce ”non invasivo”, lo stesso che lo scorso anno fu proposto ai Fori con grande successo, quest’anno ”la scelta su Piazza del Popolo è dovuta alla vicinanza del Pincio che abbiamo riaperto da poco – continua Broccoli – e da dove faremo i fuochi d’artificio”.

Un format che sarà riproposto anche per gli eventi della prossima estate per cui, sottolinea il soprintendente, ”pensavo a Trastevere dove in quel periodo si riversa molta gente”.

“Vogliamo fare in modo che gli spazi e i musei diventino luoghi dove la gente s’incontra – prosegue Umberto Broccoli -. Un occhio sulle periferie dove ci sono poche piazze ma c’è bisogno senz’altro di superare il centro di Roma. Degli spettacoli di luci come questo proporli anche fuori il centro significa realizzare momenti di aggregazione e dare un’alternativa, un’altra occasione. La luce ricama”.

”Dopo gli archi di Traiano quest’anno Piazza del Popolo, comunque sempre luoghi di impatto e della quotidianità dei romani e anche delle memorie storiche stratificate che ci offre Roma”, spiega Paolo Micciché all’ADNKRONOS. ”Lo scorso anno abbiamo fatto lo spettacolo negli archi di Traiano sfruttando anche quella che è la caratteristica di quel luogo dei Fori. Abbiamo creato per quel luogo una drammaturgia visiva – racconta – Quest’anno siamo a piazza del Popolo, un luogo che offre una miriade di spunti. Roma sarà protagonista ancora una volta sul grande schermo per trenta o quaranta minuti. Passeremo attraverso una serie di ricordi, come si fa quando si apre una scatola dove una cosa chiama un’altra, riproponendo i grandi protagonisti dello spettacolo romano come Manfredi, Fabrizi, Proietti”. E per il prossimo anno ”pensando che sarà l’anno in cui si celebra l’Unità d’Italia, il sogno di uno come me – conclude Micciché – che lavora con le grandi proiezioni è l’Altare della Patria, uno schermo straordinario dove può esserci una sintesi di questa breve ma intensa Unità d’Italia”.

fonte Adnkronos

Tributi Italia


 di Alessandro Mascia

Il Sindaco di Augusta, Massimo Carrubba, ha spiegato alla web TV di Repubblica.it perché la città versa in pessime condizioni finanziarie. Insieme a lui c’erano anche l’onorevole Rita Bernardini, deputato nazionale del PD, e alcuni sindaci di città italiane che sono incappati nell’affaire Tributi Italia.

La società Tributi Italia si è occupata, per anni, di riscuotere le tasse per conto di molti enti locali tra cui il Comune di Augusta. Ma non ha versato le somme dovute ai committenti. Così alcuni comuni si sono trovati a essere fortemente penalizzati, anche nell’amministrazione ordinaria, per mancanza di liquidità.

Lo Stato, tramite il Ministero delle Finanze, avrebbe dovuto esercitare un’attività di controllo sulle società incaricate di riscuotere le tasse, ma, secondo l’onorevole Rita Bernardini, alcuni personaggi, riconducibili a dette società, sarebbero stati in forza proprio nella Commissione ministeriale deputata alla sorveglianza.

Nella top ten dei comuni vittime della Tributi Italia, quello di Augusta si è piazzato al terzo posto vantando un credito di quasi 5 milioni di euro. Al vertice della triste classifica il Comune di Aprilia e a seguire il Comune di Pomezia. Il Sindaco di Augusta ha spiegato quali difficoltà è costretta a fronteggiare la sua amministrazione che, tra l’altro, riesce a stento a ricostruire l’elenco dei contribuenti augustani che per trent’anni è stato gestito da ditte esterne. Con la mancanza di liquidità dovuta al mancato versamento da parte di Tributi Italia, che secondo Carrubba ammonterebbe a 12 milioni di euro, non sarebbe possibile far fronte alle spese ordinarie per i servizi essenziali, per la raccolta dei rifiuti, per l’Enel, per la Telecom, per le ditte che appaltano i lavori, e non si potrebbero programmare nemmeno le spese future. Alla domanda del conduttore, Edoardo Buffoni, sull’aggio, cioè il guadagno, che Tributi Italia percepiva per le tasse riscosse ad Augusta, Carrubba ha dichiarato che andava da un minimo di 2,25%, per le riscossioni ordinarie, a un massimo di 11% per le procedure esecutive, un valore irrisorio se confrontato, ad esempio, con l’aggio del 30% che Tributi Italia applicava nel Comune di Aprilia. Secondo la Bernardini non ci ha guadagnato soltanto la Tributi Italia ma anche quei partiti politici che, per anni, l’avrebbero sostenuta.

Il Sindaco Carrubba ha confermato di aver stipulato una polizza assicurativa per mettere al riparo i soldi pubblici riscossi da Tributi Italia. Il problema, però, è che i due istituti assicurativi coinvolti si starebbero rimpallando le responsabilità. Per questo motivo è stato aperto un contenzioso da parte della sua Amministrazione contro tali assicurazioni e, ovviamente, contro Tributi Italia.

Secondo Carrubba il Governo nazionale dovrebbe intervenire a sostegno dei comuni incappati in Tributi Italia, come ha fatto con il Comune di Catania elargendo 140 milioni di euro, con quello di Palermo a cui ha versato 200 milioni di euro e con Roma sostenuta con ben 500 milioni di euro. Bisognerebbe istituire un fondo di garanzia per salvarli dai debiti contratti a causa dei mancati versamenti delle ditte di riscossione. Franco Tentorio, Sindaco di Bergamo, città al VI posto della suddetta classifica, con un credito di 2 milioni di euro, si è espresso a favore della auto-riscossione. I comuni si dovrebbero attrezzare per riscuotere da sé le tasse dei contribuenti. La Bernardini, invece, ha parlato di un’interrogazione parlamentare presentata nel 2008 dal PD e a cui il Governo ancora non ha risposto. Per regolamento della Camera, spiega, il Governo avrebbe dovuto rispondere entro 15 giorni.

La Tributi Italia, per tramite del suo Amministratore Delegato, Patrizia Saggese, ha depositato una proposta di concordato al Tribunale di Roma mettendo sul piatto 116 milioni di euro a titolo di risarcimento nei confronti dei creditori. Le nebbie in cui ha manovrato impunemente la Tributi Italia finora, si stanno diradando. L’augurio è che presto i comuni danneggiati vengano risarciti debitamente in modo da poter proseguire l’attività amministrativa che già, per gli esigui trasferimenti statali, risulta essere sempre più difficile.