“Dove vanno a finire gli aquiloni”


di Angela Ragusa

Dove vanno a finire
gli aquiloni,
che fuggono dalle mani dei bambini….
Dove…in quale cielo azzurro,
tra le strie di un arcobaleno…
o trascinati dal soffio di quel vento
che ne anima il loro stesso esistere
e che su e giù ,li fa roteare
come delicati petali colorati
di primule appena sbocciate
al sole di primavera.

Chissà, se finiranno tra le stelle
come i sogni di quei bimbi
che di lacrime velano il volto
quando il buio della notte
impaurisce il loro cuore.

Dove poseranno i loro brandelli variopinti
dopo che per lungo vagare
stramazzeranno a terra esausti
e dilaniati dal tempo e dalle intemperie.

Poveri aquiloni ,dalla sorte così effimera,
come farfalle dalla vita
lunga un solo giorno,
ma dal cuore così grande
quando lasciano, dolcemente,
che manine delicate
srotolino inconsapevolmente,
il loro destino!

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Carceri: allarme suicidi, in Italia tre tentativi al giorno. Dal primo gennaio sono diciannove i detenuti che si sono tolti la vita


  Emergenza suicidi nelle carceri italiane. Ogni giorno, nei 206 istituti penitenziari della Penisola, si registrano almeno tre tentativi di suicidio da parte dei detenuti. L’anno scorso sono stati 800 e quest’anno, in poco più di tre mesi, già 250. Grazie al lavoro di vigilanza degli agenti di polizia penitenziaria, la maggior parte di questi tentativi si riesce a sventare, ma in alcuni casi non si fa in tempo a intervenire.

 Un ‘bollettino di guerra’ che cresce ogni giorno: dal primo gennaio 2010 ad oggi sono già 19 i detenuti che si sono tolti la vita in carcere. L’anno scorso, considerato un anno ‘nero’, si sono registrati 52 suicidi (ma potrebbero essere di più: per alcune fonti si arriva a 70), praticamente uno a settimana. Se continua così, quindi, il 2010 rischia di essere ricordato come un tragico anno record per le morti in carcere.

 Le cause di questo scenario allarmante sono molteplici, ma in primo luogo sembrano esserci le cattive condizioni di vita carceraria dovute al sovraffollamento, ai troppi detenuti: 67.271, di cui 42.288 italiani e 24.983 stranieri, a fronte di una ricettività regolamentare pari a circa 43 mila posti. La conseguenza di questo sovraffollamento e’ presto detta: “Detenuti stipati in cella come ‘sardine’, a volte 3-4 persone in 4 metri quadrati, con convivenze molto difficili”. E’ la fotografia sulle condizioni di vita nelle carceri italiane scattata dall’”AdN-Kronos Salute”, che ha interpellato il segretario generale del Sindacato autonomo polizia penitenziaria (Sappe), Donato Capece, il Garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, e il coordinatore del Centro prevenzione suicidio dell’ospedale Sant’Andrea della II Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’università Sapienza di Roma, Maurizio Pompili.

 Secondo gli esperti, questi problemi investono quasi tutti gli istituti di pena, in alcuni casi “vecchi e fatiscenti”. Ma non mancano le ‘eccellenze’, in negativo però. Un carcere dove le condizioni di vita di chi e’ dietro le sbarre sono assai problematiche sembra essere per esempio quello di Sulmona, dove proprio il 9 aprile si è registrato il 19esimo caso di suicidio del 2010. Ma anche all’Ucciardone di Palermo, al San Vittore di Milano e al Poggioreale di Napoli non mancano le difficoltà.

 Per arginare il triste fenomeno dei suicidi in carcere, il Centro prevenzione suicidio dell’ospedale Sant’Andrea della II Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’università Sapienza di Roma, in collaborazione con il Dap (Dipartimento amministrazione penitenziario), fara’ partire a giorni un programma di prevenzione ad hoc.

 “Il progetto – spiega il coordinatore del Centro, Pompili – si basa su due capisaldi: l’informazione e la formazione attraverso specifici seminari. Rivolti sia ai detenuti che al personale degli istituti, tra cui gli psicologi. Si cercherà di insegnare a riconoscere i soggetti piu’ a rischio e a non sottovalutare alcuni segnali, come ad esempio le comunicazioni di suicidio fatte da alcuni detenuti, che spesso vengono sottovalutate”.

 Diversi i segnali di malessere possibili campanelli d’allarme. “I più evidenti – dice l’esperto – sono dormire e mangiare poco, o trascurarsi nell’igiene personale”. Il progetto, nelle intenzioni,

dovrebbe ‘coprire’ tutti gli istituti di pena del Paese. “Dipenderà dalle risorse che si vorranno investire”, precisa Pompili. “L’idea, comunque, e’ quella di partire con gli istituti per cosi’ dire più ‘difficili'”.

 Per migliorare le condizioni di vita in carcere è sceso in campo anche il Governo, che sta lavorando a una riforma del sistema penitenziario. Il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha presentato un piano mirato, proprio per affrontare e risolvere i problemi degli istituti di pena nazionali. “Due mesi fa – ricorda Capece – il ministro ha presentato un piano-carceri, già approvato dal Consiglio dei ministri. Questo piano prevede risorse per 700 milioni di euro, destinate alla costruzione di 47 nuovi padiglioni detentivi più 17 carceri leggeri. E ancora, l’implementazione di 2 mila unità dell’organico della polizia penitenziaria. Il piano prevede inoltre il potenziamento delle pene alternative come i domiciliari, ma non solo”.

 Nel frattempo, però, la situazione nelle carceri è ‘esplosiva’. “L’anno scorso – continua Capece – ci sono stati 800 tentativi di suicidio, quest’anno in poco più di tre mesi già 250. E’ necessario intervenire al più presto per aumentare gli spazi e migliorare le condizioni di vita nelle carceri. Abbiamo anche suggerito delle soluzioni, come ad esempio la costruzione immediata di piattaforme galleggianti o sistemi modulari di sicurezza. Questi  ultimi si costruiscono in 6 mesi, sono capaci di contenere circa un migliaio di detenuti e hanno un costo di realizzazione che varia dai 20 ai 25 milioni di euro”.

 Ma non è solo un problema di spazi. “Mancano gli agenti di polizia”, osserva Capece. “Ne servirebbero almeno 6 mila in più. Al momento, nelle sezioni detentive lavorano circa 24.300 agenti. A volte un solo sorvegliante si ritrova a controllare 100 detenuti. Reclusi che, per mancanza di spazi, vivono in condizioni molto difficili, spesso costretti a restare ognuno nella proprio branda anche solo per poter parlare tra loro. Il sistema, così, rischia di implodere”.

 A scarseggiare non sono solo gli agenti della polizia penitenziaria. “Mancano anche psicologi, educatori, medici e operatori sanitari”, avverte Capece. “L’assistenza sanitaria all’interno delle carceri ora e’ in mano al Servizio sanitario nazionale. Naturalmente questo comporta che tutti i problemi che affliggono il Ssn si riflettono inevitabilmente anche sul servizio all’interno degli istituti. Da qui la carenza di medici”.

 Sulla stessa lunghezza d’onda anche il Garante dei detenuti del Lazio, Marroni, che denuncia le stesse problematiche: “L’affollamento all’interno delle carceri produce insofferenza. Molti spazi dedicati al sociale vengono trasformati in celle. Si riducono gli spazi e si riduce la vivibilità per i detenuti”.

 Per Marroni, la carenza degli agenti di polizia penitenziaria è una vera e propria emergenza. “Ne servirebbero almeno altri 5-6 mila. Anche per avere più attenzione nei confronti degli atti di autolesionismo e dei tentativi di suicidio dei detenuti, alcuni dei quali – puntualizza – sono persone con disturbi psichici”. Per arginare il problema legato al sovraffollamento, anche per Marroni sarebbe necessario pensare a misure detentive alternative. “Soprattutto – conclude – per le 25 mila persone detenute per piccoli reati legati alla tossicodipendenza. Non dovrebbero stare in prigione ma nelle comunità terapeutiche e nei centri di disintossicazione”.

 fonte Adnkronos

I timidi pensano più a fondo


di Sara Ficocelli

Il cervello delle persone timide percepisce il mondo esterno in modo diverso rispetto a quanto accade per i soggetti estroversi. E si attiva per una lavorazione più profonda degli input. Lo sostiene una ricerca americana
Guance che si arrossano, atteggiamento impacciato, difficoltà a fare amicizia: la timidezza non è solo una patina che ricopre di mistero e delicatezza le nostre azioni ma una caratteristica capace di condizionare la vita sociale in maniera invalidante. I ricercatori della Stony Brook University di New York, dell’Università del Sud Est e dell’Accademia Cinese delle Scienze hanno analizzato i meccanismi che regolano l’introversione, scoprendo che il cervello delle persone timide percepisce il mondo esterno in modo diverso rispetto a quanto accade per i soggetti estroversi.

“Sensibilità per la Percezione Sensoriale – SPS”: è questo il tratto della personalità che porta il 5-6 per cento della popolazione mondiale a comportarsi in modo inibito o addirittura nevrotico, e questo perché chi nasce con questa predisposizione è più sensibile della media agli input del mondo esterno, e ha bisogno di più tempo per prendere decisioni e riflettere. I soggetti “altamente sensibili” sono più coscienziosi, si annoiano facilmente con le chiacchiere inutili e manifestano queste caratteristiche fin da piccoli. I bambini timidi sono infatti “lenti a scaldarsi” nelle situazioni sociali, piangono al primo rimprovero, fanno domande insolite e hanno pensieri fin troppo profondi per la loro età. Da adulti, prestano maggiore attenzione ai dettagli e, quando elaborano le informazioni visive, mostrano un’attività cerebrale più intensa rispetto a coloro che non hanno la “SPS”. Chi è timido, spiegano i ricercatori, vive insomma ogni esperienza con maggiore intensità e paga il prezzo di questa doppia sensibilità con una intolleranza genetica a rumore, dolore e caffeina, ovvero a tutto ciò che potenzialmente può minare l’equilibrio del sistema nervoso.

Per giungere a queste conclusioni gli studiosi si sono serviti di un gruppo di volontari, sottoponendo loro un questionario per distinguere i soggetti più da quelli meno sensibili. Successivamente, a 16 dei partecipanti è stato chiesto di mettere a confronto due vignette simili e di osservarne tutti i particolari, e contemporaneamente il cervello di ciascuno è stato esaminato con la Risonanza Magnetica Funzionale (fMRI). Le persone timide hanno osservato le varie differenze per un tempo più lungo di quelle estroverse e hanno mostrato un’attività elevata nelle aree cerebrali che si occupano di associare percezioni visive e sensoriali. Il loro cervello insomma non ha semplicemente elaborato la percezione visiva, ma si è attivato per una lavorazione più profonda degli input.

Questa caratteristica della personalità si trova in oltre 100 specie animali diverse, dai moscerini della frutta ai primati, il che, secondo gli scienziati, sarebbe la spia di un vantaggio evolutivo. Questo è uno dei motivi per cui i biologi hanno iniziato a prendere in considerazione l’ipotesi che, all’interno della stessa specie, ci siano non una ma due personalità vincenti: il tipo sensibile, che rappresenta una minoranza e sceglie di riflettere più a lungo prima di agire, e quello capace di spingersi oltre ogni limite. La strategia della persona timida non è vantaggiosa quando le risorse sono abbondanti o c’è bisogno di azioni veloci e aggressive, ma è utile nelle situazioni di pericolo, quando è più difficile scegliere fra due opportunità ed è necessario un approccio particolarmente cauto e intelligente.

“La timidezza è sicuramente un problema nella società moderna – spiega lo psicologo Walter La Gatta, Presidente dell’AIRT, Associazione Italiana Ricerca sulla Timidezza – perché chi è timido percepisce molti più dettagli e ha bisogno di tempo per elaborarli. Tempo che spesso i ritmi moderni non offrono. Ma non dimentichiamo che le persone molto timide sono anche altrettanto intelligenti e sensibili, quindi questa caratteristica è senz’altro una risorsa”.

Non sono in molti però a pensarla così. Secondo un sondaggio online condotto dallo stesso psicologo e dalla sua collaboratrice Giuliana Proietti (autrice del libro “La timidezza. Conoscerla e superarla”, ed. Xenia), nel 68 per cento dei casi la timidezza è vissuta come una limitazione a tutto tondo, sia dal punto di vista della carriera che dello sviluppo della vita sociale, mentre il 14 per cento degli italiani la considera addirittura una malattia. Solo il 2 per cento del totale dichiara di vivere questa condizione come un privilegio, mentre veramente “malate di timidezza” sono il 13 per cento delle persone.

“Considerare l’introversione come un limite è un errore madornale”, spiega lo psichiatra psicanalista Luigi Anepeta, presidente della Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi (LIDI). L’autore del libro “Timido, docile, ardente. Manuale per capire ed accettare valori e limiti dell’introversione (propria o altrui)”, ricorda che il 60 per cento dei personaggi più geniali di tutti i tempi, da Nietzsche a Marx, erano degli introversi e che questa condizione è un modo di essere come un altro, “anzi – conclude – è una condizione che arricchisce moltissimo. Ma purtroppo il mondo moderno ha deciso di esaltare l’estroversione ed emarginare il diverso. E’ questo l’unico problema”.

da http://www.canali.kataweb.it

Montserrat Caballè 12 aprile 1933


Oggi è il compleanno di una celebre soprano, Montserrat Caballè, per festeggiarla pubblico questo video in cui interpreta l’aria “Casta Diva” dalla “Norma” di Bellini.

Today it’s the birthday of a famous opera singer, the Spanish soprano Montserrat Caballè, to celebrate her I publish this video in which she sings the aria “Casta Diva” from Bellini’s “Norma

http://www.youtube.com/watch?v=8MfUsCP6d3U&feature=related

“L’incredulità di San Tommaso” ad Augusta


di Daniela Domenici

Ieri alla chiesa del Cristo Re ad Augusta è stato donato un quadro, di dimensioni davvero ragguardevoli, da parte di Franco Di Maura, un nostro concittadino con l’hobby della pittura e specializzato in “falsi d’autore”, in particolare nella copia dei quadri più celebri del grande Caravaggio.

E’ la terza tela che Di Maura mette a disposizione della propria città regalandola ai frati cappuccini di questa chiesa nella zona Paradiso in fondo all’isola di Augusta, gli altri due quadri, sempre copie d’autore, sono “La cena di Emmaus” e “San Francesco in meditazione”; il titolo di quest’ultima opera è “L’incredulità di San Tommaso” ed è stata scelta appositamente la data di ieri per svelare il quadro agli occhi dei fedeli presenti alla Messa perché il Vangelo era dedicato all’episodio di Tommaso e della sua incredulità.

Dal Vangelo secondo Giovanni 20, 19-31 “La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.  Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome”

Josephine Baker 12 aprile 1975


Oggi nel 1975 moriva Josephine Baker, per ricordarla pubblico una sua interpretazione della celebre “La vie en rose”

Today in 1975 Josephine Baker died, to celebrate her I publish this interpretation of hers of the famous “La vie en rose

http://www.youtube.com/watch?v=rk5yn8q6GNM

Premio speciale “PENSIERO CHE RIDE” a Franca Rame per “Una vita all’improvvisa”


Più che un Festival, è un ripasso. Sì, perché di comicità è impregnata tutta la nostra civiltà latina, fin da Plauto, che ha insegnato ai romani a ridere di sé. E allora via a una vera Olimpiade dell’umorismo, perché “quando un popolo non sa più ridere, diventa pericoloso” come sostiene Dario Fo. Lo hanno battezzato “Forme del pensiero che ride”, questo primo Festival del Comico” che sarà a Genova dal 20 al 25 maggio, ideato da Margherita Rubino e promosso dalla Fondazione Cultura di Palazzo Ducale: una settimana di spettacoli, premi ed eventi con una moltitudine di artisti. Per sfatare l’idea che la comicità sia un’arte di serie B. Una volta per tutte. “Oggi si espellono i comici dalla tv perché se ne ha paura – commenta Moni Ovadia – ma ridere dei politici in modo spietato è la prova della democrazia. Il vero spartiacque del ‘900 è stato Chaplin, che ha smontato il meccanismo della seriosità con la serietà poetica del ridere. Ecco, oggi ci vogliono politici capaci di cogliere i loro lati ridicoli”. E Genova era davvero il luogo ideale, per fare da teatro a sguardi dissacranti: la tradizione è lunga, infatti: dalla goliardia della Baistrocchi all’umorismo corrosivo della maschera di Gilberto Govi, dai personaggi creati da Paolo Villaggio a quelli di Maurizio Crozza.

Che risata sia. Si parte giovedì 20 maggio: un convegno inaugurato da Edoardo Sanguineti con interventi di Siro Ferrone, Moni Ovadia, Gioele Dix. Durante la prima serata, il sindaco Marta Vincenzi consegnerà il premio speciale “Pensiero che ride” a Franca Rame per l’autobiografia “Una vita all’improvvisa”. I comici saliranno alla ribalta con delle “serate d’onore”: Dario Fo, Pupi Avati, Paolo Villaggio, Daniele Luttazzi e Alessandro Bergonzoni. Venerdì 21 maggio Gino Paoli e Sergio Staino inaugureranno quattro stanze espositive: quella che ricostruirà lo studio di Gilberto Govi, una dedicata al Signor Bonaventura di Sergio Tofano, un’altra per la mostra dei collage di Tonino Conte “Che cosa c’è da ridere” e un’ultima per i fumetti di Gualtiero Schiaffino. Le firme più graffianti, poi, si sfideranno a colpi di matita con le “Lavagne comiche”: Sergio Staino si confronterà con Leonardo Brizzi, Vincino dialogherà con Federico Sanguineti, Massimo Bucchi con Simone Regazzoni. E sabato 22, dalle 20.30, maratona non stop di spettacoli fino a notte fonda tra i Palazzi di Strada Nuova. E siccome non c’è niente di più straniante – e comico – di vedersi attraverso gli occhi degli altri, quest’anno partirà il concorso “Risate dal mondo”, per le migliori pagine comiche in italiano scritte da stranieri: le opere dovranno essere inviate, anche via web entro il 10 maggio.