Concerto per corno e orchestra n°1 in D major di W.A.Mozart


Uno dei concerti di Mozart che amo di più, quello per corno e orchestra, godiamocelo, buona serata…:-)

http://www.youtube.com/watch?v=3wsLPSs4jxA&feature=related

Carcere: due suicidi in due settimane non meritano una riflessione?


  di Elton Kalica

 Vivere in galera mi ha insegnato che un ruolo importante nei suicidi ce l’ha anche il modo in cui il carcere si occupa della salute dei detenuti.

La domenica mattina per molti detenuti significa indossare la camicia più pulita è andare a messa. Stamani però, nella Casa di Reclusione di Padova, un agente ha interrotto la messa per avvisare il cappellano che un detenuto si era appena tolto la vita.

La notizia ha cominciato a fare il giro del carcere. Il detenuto suicida si chiamava Giuseppe Sorrentino ed era un isolato. Il suo nome è noto solo a pochi detenuti e il fatto che era isolato ha lasciato una scia invisibile di sospetto per molte ore. Solo due settimane fa si è suicidato un altro isolato. Era stato messo tra i protetti perché sospettato di violenza sessuale – quella categoria di persone che molti politici dicono di voler castrare e che noi detenuti, purtroppo, diciamo di voler bastonare – e si era tolto la vita, mentre il carcere continuava la sua, di vita, nel quotidiano silenzio di chi preferisce soffrire in pace.

Tuttavia, solo qualche ora dopo tutti hanno cominciato a capire chi era Giuseppe. O meglio si sono ricordati delle sue urla, che uscivano con rabbia dalla finestra della sua cella avvolgendo tutto il carcere e provocando spesso fastidio e insofferenza. Soprattutto perché a volte si scatenava durante la notte; i suoi erano lamenti e accuse rivolti a tutto e a tutti: un malessere che si esprimeva in uno stretto dialetto napoletano, che spesso non suscitava né pietà né curiosità, ma solo disprezzo e insulti.

Nessuno sa cos’aveva fatto Giuseppe per finire in carcere, ma si sa che era stato messo in isolamento forse perché l’aveva voluto lui, o forse, dicono in parecchi, perché la collera di chi aveva perso il sonno per le sue urla poteva metterlo in pericolo. Una procedura standard che il carcere attua per proteggere le persone, solo che, evidentemente, su lui incombeva un altro pericolo, proveniente dall’interno della sua mente e che ha avuto la meglio sulle misure di sicurezza.

Probabilmente ora ci saranno degli accertamenti amministrativi per capire se ci sono state responsabilità o negligenze individuali da parte del personale di turno, ed è ovvio che non si potranno imputare a chi si occupa della sicurezza colpe che hanno origine da problemi sanitari. In carcere il tasso dei suicidi è molto più alto rispetto a fuori, ma ancora si pensa che i suicidi dimostrino solo mancanza di attenzione da parte di chi deve vigilare, come se quello del controllo fosse l’unico obbligo a cui il carcere deve adempiere.

Il carcere di Padova è considerato un carcere “buono” perché ci sono delle cooperative che impegnano in attività lavorative quasi un centinaio di detenuti, e c’è un’offerta didattica e culturale che ne coinvolge altrettanti. Nonostante questo però, si sono suicidate due persone in due settimane. Ciò significa che anche nelle “migliori” carceri italiane esiste un mare di problemi pesantissimi, e individuarli solo nella mancanza di controllo, o nella mancanza di attività, non è sufficiente.

Vivere qui dentro mi ha insegnato che un ruolo importante nei suicidi lo ha ad esempio anche la qualità del servizio sanitario. Dieci anni fa è stata fatta una legge che prevedeva il passaggio di competenza di questo servizio dal Ministero della Giustizia a quello della Salute. L’obiettivo era quello di offrire anche a noi detenuti lo stesso servizio che ricevono i cittadini liberi. Ma in questi anni ho visto tanti tagli ai finanziamenti per la salute, e così si sono prolungati i tempi d’attesa per le visite specialistiche e si è ridotto il numero di medicinali a disposizione dell’infermeria del carcere. Mentre il numero dei detenuti continua a crescere a dismisura. Mi domando allora: quanti altri detenuti devono suicidarsi perché chi si occupa di sanità penitenziaria capisca che ci vuole finalmente un servizio serio, affinché ci sia una vera presa in carico della persona malata?

Stamani, nel carcere di Padova si è consumata un’altra tragedia, che domani sarà solo un numero da aggiungere alla statistica delle morti in carcere. Stamani ho avuto anche la percezione che qualcuno tirasse, forse inconsciamente, un sospiro di sollievo ricordando le urla notturne di Giuseppe, come se al continuo bisogno di silenzio che abbiamo noi detenuti per mantenere l’equilibro mentale o che hanno gli agenti per svolgere il loro lavoro in serenità, non si possa rinunciare nemmeno di fronte alla morte di un altro essere umano. È un sentimento comprensibile, ma abbiamo tutti così tanti problemi, e tanti bisogni, che mi spaventa l’idea che qualcuna di queste nostre miserie possa prevalere sulla morte. E quindi, se questa domenica pomeriggio ho voluto scrivere di Giuseppe Sorrentino è perché spero che la galera, e tutti quelli che ci vivono o ci lavorano, non siano mai più costretti a misurarsi con simili casi di gravi patologie mentali, che trovano oggi l’unica cura nell’isolamento di una cella, oppure nella morte di una domenica mattina.

da www.ristretti.it

“Il primo giorno di primavera” – Dik Dik


G. Rapetti – C. Minellono – B. Lavezzi  (1969)

E’ quasi giorno ormai
e non ho tra le braccia
che il ricordo di te
ma è tardi
devo correre
non c’è tempo per piangere.

Salgo sopra un autobus
mentre guardo la gente
mi domando perché
mi sembrano
tante nuvole
che nascondono te.

E’ il primo giorno di primavera
ma per me
è solo il giorno
che ho perso te.

Qui in mezzo al traffico
c’è un pezzetto di verde
ed io mi chiedo perché
mentre nasce
una primula
sto morendo per te.

http://video.libero.it/app/play?id=c9882591a7062ec4ac4a10221e5a28dc

Italia si accorda con Google per digitalizzare le biblioteche di Roma e Firenze


Il ministero dei beni culturali italiano e Google hanno raggiunto un accordo per la digitalizzazione di una parte dei volumi conservati nelle due biblioteche nazionali di Roma e Firenze.

L’intesa sarà presentata domani alla stampa dal ministro dei beni culturali Sandro Bondi insieme con il Presidente, Global Sales Operations and Business Development di Google, Nikesh Arora e il direttore generale valorizzazione del Mibac Mario Resca, e riguarda per il momento circa un milione di volumi delle biblioteche nazionali di Roma e Firenze, volumi storici pubblicati fino al XIX secolo e quindi non protetti dal diritto d’autore.

Le biblioteche gestite direttamente dal ministero dei beni culturali sono 45 e custodiscono in totale quasi sette milioni di libri ai quali vanno aggiunti circa 30 mila tra manoscritti, incunaboli e carte sciolte. A questi si sommano i 9 milioni di volumi conservati nelle due biblioteche nazionali.

Nel mondo sono già una trentina le biblioteche nazionali e universitarie che hanno raggiunto un accordo con Google Books per la digitalizzazione dei propri libri. All’inizio sono state le biblioteche universitarie di Oxford e Harvard, cui si sono unite quelle di Stanford e dell’università del Michigan, oltre alla New York Pubblic Library. Aperta la breccia dell’innovazione, l’elenco ha cominciato ad allungarsi e hanno aderito al progetto la Biblioteca Nazionale Catalana, la Biblioteca pubblica bavarese, la biblioteca nazionale francese.

Accese anche le polemiche: contro l’accordo di digitalizzazione realizzato da Google Books sono scesi in campo Microsoft, Yahoo! e Amazon dando vita ad una coalizione insieme all’Internet Archive, associazione no profit di San Francisco che lavora alla realizzazione di una libreria libera di contenuti internet chiamata Open Book Alliance.

Tra i contrari all’esportazione in Europa del modello Usa, anche la Federazione degli editori europei, tanto che la commissione Ue ha dato vita nei mesi scorsi ad una serie di audizioni per valutare la possibilità di mettere a punto interventi normativi per adattare le norme del copyright alle esigenze dell’era digitale. Un problema che l’accordo fatto dal ministero italiano dei beni culturali di fatto supera, mettendo in gioco solo le opere più antiche non tutelate da diritto d’autore.

da www.blitzquotidiano.it

Coazione a ripetere


FReud conia questo termine per definire quella particolare indole del carattere delle persone che le porta a cercare sempre la stessa situazione sentimentale e svilupparla inconsciamente,almeno credo, portandola sempre allo stesso tragico finale. Quante volte sentite dire frasi come:”OH MA LE TROVO TUTTE COSì…..“,oppure “SN TUTTI STRONZI/TROIE“,e la mia preferita: “TI CREDEVO DIVERSA/O DAGLI ALTRI“???
Secondo quel capoccione di Sigmund Freud spesso gli esseri umani cercano di creare sempre la stessa situazione sentimentale nn perchè questi siano stupidi e nn sono in grado di evitare i patimenti amorosi, ma per il semplice motivo che riguarda il fatto che l’uomo ha una PAURA FOTTUTA di quello che nn conosce quindi…..FA MENO PAURA UNA COSA CHE SI CONOSCE PER QUANTO SIA BRUTTA CHE UNA CHE NN SI CONOSCE.

da http://yavoice.wordpress.com

(dedicato a G e C, buona vita:-)

A Firenze affiora un Giotto inedito


Riaffiora un Giotto sconosciuto e straordinario dall’esame compiuto per la prima volta con raggi ultravioletti degli affreschi della Cappella Peruzzi della basilica di Santa Croce a Firenze. Esame condotto dalla Getty Foundation di Los Angeles in collaborazione con l’Opificio delle pietre dure. Il risultato, è stato spiegato stamani dagli esperti, è “il vero Giotto oggi scomparso, in quanto il maestro ha usato la pittura a secco per superare alcuni limiti propri dell’affresco usando leganti proteici che non hanno resistito al tempo e che hanno nascosto ai nostri occhii l’immagine complessiva dell’affresco originale, ritenuto dai contemporanei il capolavoro del maestro”. La nuova tecnologia ha permesso così di scoprire i volumi, i volti, i ricchi panneggi e i decori sontuosi delle vesti, i modellati, la tridimensionalità dei dipinti come realmente creati dal pittore e che oggi non sono più visibili con questa definizione.

fonte ANSA

Una canzone per l’autismo


di Serenella Pascali

“Anche noi” presentata a Torino sabato 6 marzo con la collaborazione delle associazioni Cuamj e Adm. Il ricavato in beneficenza per l’acquisto di materiali didattici, computer, giochi per i bambini autistici

un microfono

TORINO – Si chiama “Anche noi” ed è il brano realizzato da Enzo Gioia e Piero Marino (arrangiamenti musicali Tony Mastrullo) interamente dedicato all’autismo. Un’idea nata da un vero e proprio progetto sociale che ha coinvolto i due cantanti piemontesi e l’associazione Luna Spettacoli Eventi di Torino. Un progetto sociale che nasce innanzitutto dall’impegno dei due autori che per un mese intero hanno osservato un ragazzo autistico, hanno vissuto a stretto contatto con lui, comprendendo la complessità della malattia e traducendo la difficoltà comunicativa delle persone autistiche in versi e in melodia musicale.

Al progetto oltre al coinvolgimento della Luna Spettacoli di Torino, partecipano l’associazione Cuamj (Centro Universo Autismo meridionale Jonico) di Taranto e l’ADM (associazione dipendenti ministeriali). Obiettivo comune quello di diffondere informazione sulla malattia e al contempo sensibilizzare anche quelle persone che in maniera più distratta ascoltano una canzone alla radio. Ma insieme all’intento di sensibilizzare anche quello di raccogliere fondi in favore di tutte le associazioni che si prendono cura dei bambini e dei ragazzi colpiti dall’autismo, per l’acquisto di materiali didattici, computer e giochi. Il brano è inserito all’interno di un tour musicale che toccherà dal nord al sud della penisola, con tappe non ancora note.

“Il progetto è nato grazie al contatto con il presidente dell’associazione Luna Spettacoli di Torino, Maasimo Ledda – commenta Maria Pia Vernile del Centro Cuamj – che desiderava essere supportato  nella realizzazione esecutiva da associazioni che avessero più esperienza con l’autismo. Ho appoggiato la sua causa – continua la Vernile – perchè penso che attraverso la tournée si possa contribuire alla diffusione di informazioni e alla sensibilizzazione nei confronti di una malattia molto diffusa ma poco conosciuta. A differenza di tante altre patologie, ad esempio il cancro, attorno all’autismo c’è un silenzio assordante. Non ci risulta infatti che siano mai stati realizzati spot o canzoni”.

da www.superabile.it