Sarà un derby tutto italiano ai quarti di finale del WTA di Parigi di tennis


Flavia Pennetta classe 1982, n.12 del mondo
Flavia Pennetta classe 1982, n.12 del mondo

Flavia Pennetta è ai quarti di finale nel torneo WTA di Parigi ($700,000, cemento indoor).
La giocatrice italiana, wild card e testa di serie n.2, ha eliminato al secondo turno la russa Alisa Kleybanova, classe 1989, n.31 del mondo, con il risultato di 76 (4) 61 in 1 ora e 26 minuti di partita.

Nel primo parziale Flavia avanti per 4 a 2 e tre palle break consecutive per il 5 a 2, subiva il recupero della russa che portava la frazione al tiebreak.
Ma qui l’azzurra era brava a non rammaricarsi e conquistava il set per 7 punti a 4.

Nel secondo set dominio della Pennetta che portava a casa frazione e match per 6 a 1.

Ai quarti di finale ci sarà quindi un derby tutto italiano tra Flavia Pennetta e Tathiana Garbin.

da www.livetennis.it

“Donna (io la chiamo femmina)”


di Angela Ragusa

Fiore delicato
offerta sincera,
cascata impazzita
sperde gocce di passione
irrorando terre limacciose .

Di suo sangue e voluttà
rinverdiscono languori
di maschi
inebriati di profumi
che dalla grotta del suo ventre
vengono fuori..

E accoglie doglie
di intera umanità
frantumandosi in mille pezzi di se…

…fragile cristallo rosa delicato
lasciato cadere da mani
di uomini nani di mente
ed immensi di niente.

Torneo WTA di tennis di Parigi


di Daniela Domenici

Si è appena concluso l’incontro tra la l’azzurra Tathiana Garbin e la russa Elena Vesnina vinto dalla nostra atleta nel tempo di gioco di 1h 55’ 28” col risultato finale di 6-4, 2-6, 6-2 che così passa ai quarti di finale del torneo di Parigi.

E’ stato un match abbastanza equilibrato tra le due atlete anche se la Garbin ha messo a segno 4 aces contro i 2 dell’avversaria e ha commesso meno “double faults”, 3 contro i 5 della Vesnina che ha ottenuto molti più “break points” che, però, non le sono serviti a battere l’azzurra.

Nei quarti di finale Tathiana affronterà la vincente del match trae Flavia Pennetta e Alisa Kleybanova.

Daniela… l’eremita


di Daniela Domenici

Daniela, la sottoscritta, nella sua vita

ha vissuto già tante fasi tra cui anche l’eremita:

quando era adolescente volle andare

da una sua amica eremita per sperimentare

se sarebbe riuscita

a condividere quel suo tipo di vita.

Dopo più di trent’anni Daniela sta vivendo

una situazione da eremita anche se non volendo;

si può essere eremiti pur vivendo in mezzo alla gente

sperimentando un isolamento che può essere molto dolente.

Anche le piante hanno l’ormone della gravidanza


Per la prima volta l’ormone della gravidanza, il progesterone, è stato scoperto in una pianta. Il risultato, che si deve a un gruppo di ricerca coordinato da Guido F. Pauli dell’università dell’Illinois a Chicago, potrebbe, secondo gli esperti, cambiare la comprensione scientifica dell’evoluzione e la funzione del progesterone nei viventi, animali e vegetali.

Finora si riteneva che solo gli animali avessero questo ormone, uno steroide secreto dalle ovaie, che prepara l’utero alla gravidanza e la sostiene. «Mentre il ruolo biologico del progesterone è stato esattamente studiato nei mammiferi, la ragione per la sua presenza nelle piante è meno evidente» ha osservato Pauli.

Si ritiene che l’ormone, come gli altri steroidi umani, potrebbe non essere un antico bioregolatore che si è evoluto miliardi di anni fa, prima della sua apparizione nelle moderne piante a animali. La scoperta, pubblicata sulla rivista della società chimica degli Stati Uniti, Journal of Natural Products, è stata possibile grazie a due potenti tecniche di laboratorio, quali la risonanza magnetica nucleare e la spettroscopia di massa per individuare il progesterone nelle foglie di Noce Inglese.

I ricercatori hanno anche identificato cinque steroidi collegati al progesterone in una pianta che appartiene alla famiglia dei ranuncoli.

da www.blitzquotidiano.it

“Chi vigila sul controllore” di Carmelo Musumeci dal carcere di Spoleto


Sarebbe importante che il luogo carcere diventasse spazio aperto per i giornalisti.

L’appello del giornale “Il Manifesto”  e dell’Associazione Antigone per  favorire l’accesso ai giornalisti in carcere è di fondamentale importanza.

 La prigione è un mondo ignoto per tutti quelli che sono liberi:  far  conoscere ai cittadini l’inferno che i politici hanno creato e mal governato sarebbe vitale per portare la legalità in carcere.

Sarebbe importante che i giornalisti, e quindi i cittadini, sapessero degli abusi, dei soprusi, delle ingiustizie, dei pestaggi e delle  violenze che accadono in carcere.

Sarebbe di grande interesse che i cittadini sapessero che la galera in questi ultimi anni è diventata uno spazio solo per “allontanare, emarginare, isolare e controllare” il disagio sociale.

Sarebbe importante che i cittadini sapessero che in carcere  ci sono sempre  meno delinquenti e sempre più emarginati, tossicodipendenti, barboni, extracomunitari e “avanzi sociali”.

Un carcere trasparente e aperto alla stampa, come qualsiasi luogo pubblico, ovviamente con delle regole, farebbe bene al carcere, ai detenuti e alla polizia penitenziaria, per affrontare le contraddizioni di questo “non luogo”.

Rendere trasparente il luogo carcere farebbe bene alla democrazia.

 In questi anni alcuni giornalisti, anche qualcuno della stampa estera, hanno cercato d’intervistarmi per il mio attivismo per l’abolizione dell’ergastolo e, anni fa,  per essere stato uno dei promotori di una lettera al precedente Presidente della Repubblica, firmata di 310 ergastolani, per tramutare l’ergastolo ostativo in  pena di morte.

Il Dipartimento Amministrativo Penitenziario ha sempre negato l’autorizzazione affinché qualsiasi giornalista mi potesse intervistare,  come se non solo il mio corpo ma anche i miei pensieri fossero prigionieri dell’Assassino dei Sogni (come io chiamo il carcere).

Non molto tempo fa “ Tg3 Linea notte” mi aveva chiesto un’intervista,  ma non ho saputo più nulla e ne deduco che anche stavolta il DAP non l’abbia autorizzata.

Le uniche interviste che ho potuto rilasciare, finora, sono state solo per iscritto.

Mi viene spontanea una domanda:

-Perché l’Assassino dei Sogni ha paura che si sappia com’è fatto, cosa fa e cosa pensa?

Spero che un giorno non lontano i giornalisti possano entrare in carcere per fare conoscere all’opinione pubblica quello che accade nelle prigioni di stato  e per far sapere perché molti detenuti preferiscono suicidarsi che vivere. Ma questo ve lo posso dire anch’io:  il carcere in Italia non ti toglie solo la libertà, ti toglie soprattutto la dignità, ti prende a calci l’anima, ti strappa il cuore e ti ruba quel poco d’amore che ti è rimasto dentro.

 In questi nostri giorni, innocenti o colpevoli, tutti possono entrare in carcere,  ed è meglio per tutti che si  sappia quello che si può trovare dentro.

Malato di Sla, figlio vuole vendere rene: “Abbandonati dallo Stato”


Domenico Pancallo A vent’anni ha deciso di vendere un rene: il padre è malato di Sla e lui non può permettersi le cure di cui il genitore ha un disperato bisogno.

 Il dramma dei malati di Sla non colpisce solo nel fisico e negli affetti, anche la dignità ne esce ferita irrimediabilmente se, come è successo a Vercelli,  un figlio disperato intende vendere un suo organo sano pur di garantire un’assistenza minima  al padre bisognoso di cure specialistiche e continue.

 «Ho deciso di vendermi un rene perché ci sentiamo abbandonati dallo Stato italiano e non abbiamo le possibilità economiche per permetterci una badante che allevi le nostre sofferenze».

 E’ Andrea Pancallo a rilasciare una dichiarazione che interpella le coscienze di tutti: suo padre Domenico dal 2004 lotta contro la Sla, la sclerosi laterale amiotrofica.

 «Papà si è ammalato all’età di 44 anni – ha detto – ed in poco tempo la malattia lo ha reso incapace di essere autonomo in tutto e per tutto. Oggi è completamente immobile, non comunica più neanche con gli occhi, è attaccato ad un respiratore e nutrito per via artificiale. Ci siamo trovati da un giorno all’altro catapultati in una realtà di dolore e di sofferenza che non ci ha risparmiato nemmeno un minuto, e da allora siamo soli».

 L’odissea dei malati di Sla purtroppo rientra tra le normali emergenze del nostro paese: ogni tanto si accende qualche riflettore, episodiche iniziative benefiche riaccendono deboli speranze, popi tutto ritorna come prima, solitudine e abbandono delle istituzioni pubbliche.

 Già in novembre lo sciopero della fame di un gruppo di malati di Sla riuscì a sollecitare un recalcitrante  ministero della Salute chefino ad allora non aveva visto, ascoltato, parlato. Di fronte a un paese distratto lo scandalo di persone allo stremo delle forze costrette a non  alimentarsi per cercare un po’ di attenzione. L’hanno ottenuta: un incontro c’è stato, seguito da uno scambio di lettere con il viceministro Fazio. Poi è tornato il silenzio, più forte di prima, visto che Salvatore Usala, il malato che guidò quella protesta estrema, quasi ci lasciava la pelle

 da www.blitzquotidiano.it