Il ragazzo senza un nome


di Roberto Puglisi

Si chiamava Ajbib. No, forse si chiamava Kabib. O forse no, chissà. Ma come si fa a ricordare qualcuno, se nemmeno conosci il suo nome? La memoria presuppone l’aggancio personale. Pensate a un prete durante le esequie. Potrebbe benedire una bara generica, senza un cognome scolpito? Si può inventare qualcosa, non conoscendo neanche l’inizio dell’invenzione, il nome di battesimo? Magari per i giornalisti è diverso. La notizia, prima di tutto. E la notizia di qualche giorno fa era: ragazzo africano investito in via Oreto. Stop. Incidente mortale. Stop. Arrestato il pirata della strada. Stop. Poche concessioni al ricordo. Pochissimi riferimenti a una traccia che portasse alla storia. Quella vittima è stata subito trasfigurata in cifra. Come tale è andata ad arricchire gli almanacchi locali degli incidenti. Il fatto conta più della persona. La sociologia vale di più. Eppure, di solito, quando i fanti di questa guerra palermitana degli schianti stradali cadono come mosche sul selciato, si mette in moto la macchina mnemonica. Si dà spazio al rito del dolore. Si intervistano i parenti. Si raccontano i funerali. Si conteggiano le lacrime e i sospiri. Accade, se il morto è uno di noi. I giornali c’entrano fino a un certo punto. Stavolta è mancato l’interesse del pubblico per la biografia. Sono mancati su Livesicilia i consueti commenti di cordoglio. Era ghanese, non conoscevamo nemmeno il suo nome, non era uno di noi.
Solo colpa dei giornali, insisterà qualcuno.  Per esempio, Claudia Brunetto di “Repubblica” ci ha narrato con apprezzabile esattezza la vicenda di Ajbib, o come si chiamava. Lui, il ragazzo morto in via Oreto, era bravo a giocare a pallone. Alla Missione di Biagio Conte aveva una squadretta. Biagio, il missionario che vede crescere in lucentezza i suoi occhi azzurri, man mano che invecchia, l’uomo che accoglie i poveri della città, organizza mini-Coppe d’Africa nella sua Cittadella del povero e della speranza in via Decollati. E il ragazzo senza nome se la cavava. Pare che corresse a piedi nudi, tra i cocci di vetro e il vento, col consueto coraggio dei miserabili. E non si faceva male. E poi sapeva riparare radioline e televisori. E poi mandava i soldi a casa. E poi basta, inquadratura finale in via Oreto. Ma come si chiamava Kabib, Abib? Quando muore un ragazzo di colore nero, nella Palermo della munnizza e degli incidenti stradali, perfino il severo caposervizio del giornale più scrupoloso che c’è, può chiudere un occhio. Nessuno verrà a reclamare che il nome sia scritto come era, con tutte le consonanti a posto. Sono vite straniere e incomprensibili. Che importa se il nome è scritto diverso sui giornali. Sbagliato. Tranquilli, perciò. Tutti noi possiamo chiudere un occhio, mentre il ragazzo senza nome chiude gli occhi. Gli unici occhi aperti restano quelli di Biagio Conte. Lui lo sa che queste vite hanno la speranza martoriata come pane quotidiano, la meraviglia del normale, e la doppia disperazione di essere arrivate, quando si credevano appena cominciate. Biagio lo sa, le conosce davvero. Forse è per questo che i suoi occhi diventano via via più azzurri e somigliano al mare che tutto ricorda.

da www.livesicilia.it

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