Ian Bostridge l’antitenore


di Alberto Mattioli

Pensate a un tenore-tipo italiano. Vi immaginate subito un fisico sovrabbondante, una voce solare, acuti formidabili e tenuti a perdita di fiato, un repertorio Donizetti-Verdi-Puccini, una preparazione musicale limitata al minimo indispensabile e talvolta meno, una cultura generale più ristretta ancora. Negli intervalli fra un’opera e l’altra, il nostro sarà impegnato a sedurre qualsiasi donna gli passi accanto, a divorare piatti di spaghetti e a cantare ‘O sole mio in uno stadio.

Sono luoghi comuni, che hanno o avevano un fondo di verità (come le mezze stagioni, che effettivamente non ci sono più) e comunque resistono tenacemente nell’immaginario collettivo se non nella realtà, specie delle ultime generazioni che sono assai più evolute. Però servono a descrivere «a contrario» Ian Bostridge, anzi sir Ian dato che è CBE (Commander, commendatore, dell’Ordine dell’Impero Britannico), classe ‘64, che domani alle 21 canta in Conservatorio per l’Unione Musicale accompagnato dal pianista Julius Drake.

Bostridge è l’antitesi antropologica del tenore della tradizione operistica italiana. Intanto, più che magro è filiforme ed è così pallido da sembrare esangue. Poi, è un intelletuale. Laureato a Oxford in Storia, la sua tesi sulla stregoneria nella vita pubblica inglese dal 1650 al 1750 è diventata un libro. Ha collaborato con testate prestigiose come il Guardian, il Times Literary Supplement, Opernwelt, l’Independent e Standpoint. Un volume che raccoglie i suoi scritti è annunciato per l’autunno. Intellettuale anche nella vita privata, Bostridge ha sposato la scrittrice Lucasta Miller, con cui forma una coppia molto «cool Britannia» e molto unita, o almeno si direbbe dopo averli visti di recente, all’Audiutorium di Roma, assistere alla seconda parte di un concerto (nella prima lui era sul palco a cantare) seduti accanto mano nella mano. Anche il fratello di Bostridge, Mark, è uno scrittore e critico, autore di una celebre biografia di Florence Nightingale.

Secondo la solita Wikipedia, i Bostridge sono anche bisnipoti di Joyce: però non James, ma suo cugino John «Tiny» Joyce, un’altra celebrità ma per più pedestri (è il caso di dirlo) ragioni: era un celebre calciatore, indimenticato portiere del Tottenham prima della Prima guerra mondiale.

Bostridge, inteso come il tenore, non ha quella che si definisce una bella voce né una tecnica italiana ortodossa. Anzi esibisce uno di quei timbri tipicamente inglesi, secchi, adenoidei, in bianco e nero, si direbbe anglicani. Le scelte di repertorio vengono di conseguenza: a parte Mozart e Händel, poca opera e per lo più moderna (il debutto sulle scene avvenne nel ‘94 come Lisandro nel Sogno di una notte di mezza estate di Britten in una famosa regia di Baz Luhrmann, quello di Moulin Rouge) e soprattutto molte Liederabend. A Torino porta infatti un programma double face, con una scelta insolita e non banale di pezzi di Schubert nella prima parte e il meraviglioso ciclo Dichterliebe di Schumann nella seconda.

Naturalmente, un cantante così è molto attento alla musica contemporanea. Hans-Werner Henze gli ha dedicato un ciclo di Lieder e lo ha scelto per la prima assoluta della sua Opfergang, recentemente a Roma. Qui Bostridge doveva fare il cane, nel senso che interpretava appunto una misteriosa bestiola che cerca inutilmente di salvare un relitto umano alla deriva e ne viene invece uccisa. Il pezzo di Henze è bello, ma Bostridge è stato fantastico. Quindi andate al concerto: un tenore che canta da cane così bene è da non perdere.

da www3.lastampa.it

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