Terremoto Haiti: la storia di Stefano Zannini, eroe italiano


Nessun ospedale da poter utilizzare, nessuna sala operatoria, pochi medicinali. Poco cibo e poca acqua. Tutto intorno solo morte e macerie. Tanti, tantissimi i feriti che vanno a chiedere aiuto. E lui, insieme agli altri ragazzi della organizzazione cui sta a capo, girano giorno e notte a Port-au-Prince, in mezzo ai cadaveri, in cerca dei vivi. Unica luce che li accopagna è la speranza di poter salvare delle vite umane. Una corsa contro il tempo e contro il terrore.

ha 37 anni, è italiano, di Belluno ed è il capo missione di ad . In una parola, è un eroe. Come ce ne sono tanti in questo momento che stanno lottando, anche contro le proprie paure e la spinta a fuggire dall’inferno, per salvare i centinaia di feriti del terribile che ha colpito l’isola caraibica. Ma Stefano non è solo un eroe. Per noi italiani è anche qualcosa di più. È il simbolo di quell’altruismo che troppo spesso la nostra società ci fa dimenticare. In più è anche un po’ il simbolo di un rinato orgoglio nazionale. Grazie a lui l’Italia è protagonista della ricostruzione di e, per una volta, non è solo simbolo di spaghetti, mafia e mandolino.

Dai suoi racconti, quelli che ha donato all’etere e alla rete, si capisce il terrore di queste ore ad . E allora il suo impegno, come quello degli altri che lavorano con lui e come lui, assume ancora più valore.

«La città è piena di detriti – racconta – la gente vaga sconvolta senza meta, piangendo e disperandosi. Non ci sono sale operatorie, mancano le attrezzature, in molte non c’è neppure il personale. E’ la prima emergenza, questa, perché bisogna curare i feriti. Ci sono migliaia di persone con traumi, gente che ha fratture e che giace per strada in attesa di essere soccorsa. Ma mancano anche i mezzi di trasporto».

«Ho visto la gente che vagava senza meta per le strade sconvolte – contonua – Li ho visti urlare, piangere, crollare in ginocchio, alzare i pugni verso il cielo. Rabbia e disperazione. Il cielo era basso, le nuvole nere. Sono uscito al buio, cercavo di dirottare questo fiume umano verso i punti di raccolta. Mi fermavo ad aiutare, a sostenere. La gente mi bloccava, si aggrappava alla maglietta, ai pantaloni che non hanno più colore». Poi il dolore che, però, non si fa mai rassegnazione: «So già che molti non sopravviveranno. E questo mi avvilisce, mi riempie di frustrazione».

spiega che i volontari lavorano con turni di 12 ore, hanno visitato già 2mila persona ma non è ancora abbastanza. La sfida è operare al più presto possibile il maggior numero di feriti, per ridurre i casi di decesso per infezione o per complicazioni.

Ma questo piccolo grande italiano, questo eroe internazionale, insieme a tutti gli altri eroi di , italiani e non, un miracolo lo hanno già fatto. Un parto d’urgenza. Un parto cesareo, in mezzo alle macerie, all’aria aperta. Un miracolo che ha salvato la madre e ha dato la vita al figlio.

«Il nostro primo intervento chirurgico dopo il è stato un parto cesareo per una gravidanza a rischio». A parlare è ancora Stefano, con l’emozione ancora nelle vene. «Abbiamo salvato la madre e il bambino. Sono molto fiero».

da www.blitzquotidiano.it

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