“Every time we say goodbye”


Everytime we say goodbye, I die a little,
Everytime we say goodbye, I wonder why a little,
Why the Gods above me, who must be in the know.
Think so little of me, they allow you to go.
When you’re near, there’s such an air of spring about it,
I can hear a lark somewhere, begin to sing about it,
There’s no love song finer, but how strange the change from major to
minor,
Everytime we say goodbye.

When you’re near, there’s such an air of spring about it,
I can hear a lark somewhere, begin to sing about it,
There’s no love song finer, but how strange the change from major to
minor,
Everytime we say goodbye

John Coltrane 1961

Sesto suicidio in cella dall’inizio dell’anno, uno ogni 60 ore


Un detenuto originario dell’Africa del Nord si e’ tolto la vita nel carcere di San Vittore a Milano. Dall’inizio dell’anno sono gia’ 6 i detenuti suicidi: in media, un morto ogni 60 ore. E’ quanto sottolinea l’Osservatorio permanente sulle morti in carcere, rilevando che “con la morte di Mohamed El Aboubj, ritrovato esanime nel bagno della sua cella nel carcere di San Vittore salgono a 6 i detenuti suicidi dall’inizio dell’anno: una frequenza mai registrata prima”.

fonte Repubblica.it

Terremoto Haiti: la storia di Stefano Zannini, eroe italiano


Nessun ospedale da poter utilizzare, nessuna sala operatoria, pochi medicinali. Poco cibo e poca acqua. Tutto intorno solo morte e macerie. Tanti, tantissimi i feriti che vanno a chiedere aiuto. E lui, insieme agli altri ragazzi della organizzazione cui sta a capo, girano giorno e notte a Port-au-Prince, in mezzo ai cadaveri, in cerca dei vivi. Unica luce che li accopagna è la speranza di poter salvare delle vite umane. Una corsa contro il tempo e contro il terrore.

ha 37 anni, è italiano, di Belluno ed è il capo missione di ad . In una parola, è un eroe. Come ce ne sono tanti in questo momento che stanno lottando, anche contro le proprie paure e la spinta a fuggire dall’inferno, per salvare i centinaia di feriti del terribile che ha colpito l’isola caraibica. Ma Stefano non è solo un eroe. Per noi italiani è anche qualcosa di più. È il simbolo di quell’altruismo che troppo spesso la nostra società ci fa dimenticare. In più è anche un po’ il simbolo di un rinato orgoglio nazionale. Grazie a lui l’Italia è protagonista della ricostruzione di e, per una volta, non è solo simbolo di spaghetti, mafia e mandolino.

Dai suoi racconti, quelli che ha donato all’etere e alla rete, si capisce il terrore di queste ore ad . E allora il suo impegno, come quello degli altri che lavorano con lui e come lui, assume ancora più valore.

«La città è piena di detriti – racconta – la gente vaga sconvolta senza meta, piangendo e disperandosi. Non ci sono sale operatorie, mancano le attrezzature, in molte non c’è neppure il personale. E’ la prima emergenza, questa, perché bisogna curare i feriti. Ci sono migliaia di persone con traumi, gente che ha fratture e che giace per strada in attesa di essere soccorsa. Ma mancano anche i mezzi di trasporto».

«Ho visto la gente che vagava senza meta per le strade sconvolte – contonua – Li ho visti urlare, piangere, crollare in ginocchio, alzare i pugni verso il cielo. Rabbia e disperazione. Il cielo era basso, le nuvole nere. Sono uscito al buio, cercavo di dirottare questo fiume umano verso i punti di raccolta. Mi fermavo ad aiutare, a sostenere. La gente mi bloccava, si aggrappava alla maglietta, ai pantaloni che non hanno più colore». Poi il dolore che, però, non si fa mai rassegnazione: «So già che molti non sopravviveranno. E questo mi avvilisce, mi riempie di frustrazione».

spiega che i volontari lavorano con turni di 12 ore, hanno visitato già 2mila persona ma non è ancora abbastanza. La sfida è operare al più presto possibile il maggior numero di feriti, per ridurre i casi di decesso per infezione o per complicazioni.

Ma questo piccolo grande italiano, questo eroe internazionale, insieme a tutti gli altri eroi di , italiani e non, un miracolo lo hanno già fatto. Un parto d’urgenza. Un parto cesareo, in mezzo alle macerie, all’aria aperta. Un miracolo che ha salvato la madre e ha dato la vita al figlio.

«Il nostro primo intervento chirurgico dopo il è stato un parto cesareo per una gravidanza a rischio». A parlare è ancora Stefano, con l’emozione ancora nelle vene. «Abbiamo salvato la madre e il bambino. Sono molto fiero».

da www.blitzquotidiano.it

“Le vessazioni e l’art.27: la rieducazione” di Francesco dal carcere di Augusta


Caro amico lettore,

le condizioni di vita di un carcere incidono molto sull’aggressività dei carcerati e dei carcerieri. La salubrità delle prigioni, intesa non solo come vivibilità dei luoghi ma anche come tica dei rapporti fra tutti gli abitanti, è un fortissimo deterrente contro i rigurgiti della cultura del “machismo”.

Ed è un argine potente alla vessazione che, ben più dei pestaggi, dilaga nelle galere italiane ostacolando la costruzione di una pena sensata.

La vessazione è il frutto avvelenato della “filosofia del camoscio” e “dell’accamosciato” che relega i detenuti ad animali da controllare e trasforma gli operatori più disponibili in personaggi di cui diffidare perché troppo vicini al camoscio.

Questo avanzo di barbarie è un modo distorto per esprimere la pur comprensibile esigenza di non confondere i ruoli all’interno dell’istituzione totale e, quindi, ddi combattere il rischio di “osmosi”; ma trasfigura il significato della pena e la professionalità degli operatori.

“Accamosciato” è un termine molto usato dagli agenti. L’ho ascoltato da un ispettore mentre parlava con un volontario ringhiando un sorriso beffardo, di scherno. Miserrimo! E’ un modo per marcare distanza.

La verità è che nei nostri carceri la vessazione è tentacolare.

In un contesto verticistico dove l’unico titolo di merito sembra essere l’anzianità o il grado e si comunica per ordini di servizio formali, l’atteggiamento vessatorio rischia di diventare la modalità di comunicazione e di gestione del carcere.

“Ti pitto” (ti dipingo, in siciliano) è la minaccia del rapporto disciplinare sbandierata dai superiori verso i sottoposti, carcerati o carcerieri che siano.

La minaccia paralizza trasformando il poliziotto o il detenuto in un mero esecutore privo di qualsiasi capacità critica.

Il detenuto è fortemente esposto al ricatto di essere “pittato” per aver violato qualche regola interna (anche quelle più formali e insensate) e, quindi, di perdere i benefici premiali.

Appendere una foto al muro, rifiutare un lavoro, spostare i mobili della cella senza permesso…si può incorrere in un rapporto anche per questo.

“Il detenuto mi ha apostrofato in arabo” scrive l’agente di turno sardo, calabrese, napoletano, siciliano nel “rapportino” che prelude alla sanzione disciplinare.

“Da quanto tempo non ci facciamo una bella perquisa?” dice un altro agente al detenuto che fa parte della “commissione vitto” e che ha rilevato, coerentemente alla sua funzione, la scarsa qualità del cibo. E il detenuto come reagisce? Rinuncia all’incarico.

Chi rivendica i propri diritti, presenta reclami, denuncia vessazioni, chi, insomma, si rivolge all’istituzione per segnalare irregolarità, abusi, disfunzioni nel rispetto della legge e senza offendere nessuno, rischia di essere punito, trasferito (come  successo a me), isolato se detenuto; emarginato, spostato di servizio, rapportato se è un agente.

La vessazione qualifica il potere, dà forza all’autorità ma è sempre gratuita. Fa parte di quel bagaglio di “afflittività” aggiuntiva aborrita dalla legge perché totalmente antieducativa.

Il carcere più avveniristico, fucina dei più promettenti progetti rieducativi, è destinato al fallimento se la quotidianità si consuma sul terreno delle piccole variazioni.

Può sembrare una cosa stupida ma certi gesti…le chiavi sbattute ripetutamente sul blindato da un agente mentre sei nel bagno, un segnale “freddo” nell’unico momento di privacy della vita di un detenuto. Oppure la luce della pila puntata in faccia che ti sveglia in piena notte durante la conta. In tutti questi anni di carcere sono tanti di questi episodi. Quotidiani!

Forse questa è la cosa più odiosa: l’autorità di queste persone che gli permette di dire e di fare certe cose sono nefande nequizie che talvolta consentono  l’offesa e il ludibrio della dignità dell’uomo detenuto.

Alla fine ti dovresti sentire “trattato”, sei sempre e comunque “trattato, in questo senso devo dire che sono stato trattato peggio di un animale perché gli animali non capiscono.

Quando la legge parla di “trattamento rieducativo” non prende l’adesione supina del detenuto alle regole interne del carcere, spesso anacronistiche e usate in modo vessatorio. Pretende che i carcerieri lavorino per la partecipazione attiva, motivata, consapevole del detenuto alle attività organizzate durante la giornata. Pretende che si dia ascolto alle sue richieste, soprattutto quando si rivolge all’istituzione per la tutela dei propri diritti.

Tutto questo significa riconoscerlo come persona. E restituire dignità ed efficacia al trattamento.

Le linee guida della legge che nel 1975 e poi nel 2000 ha riformato l’ordinamento penitenziario italiano, inteso come normativa che presiede all’esecuzione della pena, sono inequivocabilmente rinvenibili nella Carta Costituzionale all’art 27, comma 2,3.

Di tali indicazioni è immediatamente visibile il riflesso nei principi direttivi della legge laddove (art. 1 comma 6) si fa menzione di un trattamento rieducativo, ovviamente rivolto ai condannati. Il trattamento è attuato secondo un criterio di individualizzazione in rapporto alle specifiche condizioni dei soggetti. In aggiunta alla regola dell’umanità del trattamento, nella norma viene sancita, rispetto al dettato costituzionale, quella del rispetto della dignità del detenuto, molto importante in quanto introduce il principio dell’autodeterminazione dello stesso.

Pertanto solo uno sviluppo centrato sull’umanità che si basi sul pieno rispetto dei diritti umani può guidare verso uno sviluppo equo e adeguato di ognuno dei “ristretti”.

E’ un concetto forte a sostegno di uno sviluppo coerente indirizzato alla costruzione di un carcere in cui il conflitto sia sostituito dal dialogo e da una cultura basata ssul senso di GIUSTIZIA.

Il trattamento, come precisato nell’art.1 del Regolamento di esecuzione, consiste nell’offerta di interventi diretti a sostenere nei detenuti i loro interessi umani, culturali e professionali e diretto a promuovere un processo di modificazione degli atteggiamenti che sono di ostacolo a una costruttiva partecipazione sciale.

Il nostro ordinamento penale edificato ull’assioma della funzione rieducativa della pena espresso all’art.27 è il prodotto sapiente di molteplici interventi legislativi che, talvolta, presenta talune discrasie contenutistiche.

E’ notorio che il legislatore costituzionale espressamente statuisca all’art. 27 comma 3:”le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Ciò che immediatamente si rileva è l’inserimento della “rieducazione” come obbiettivo tendenziale perseguibile. In particolare la rieducazione come obbiettivo perseguito (art. 27 comma 3 e art.25 comma 2) allude al processo di riappropriazione, da parte del reo, dei supremi principi della convivenza sociale. Su questa bifronte linea, “vessazione-rieducazione”, è lo stato di cose in cui versa il carcere italiano.

La vessazione è una vergogna per l’uomo detenuto, bisogna dire “BASTA!” a questo sopruso. Una limitazione al DIRITTO che ha il sapore di un ulteriore fattore di aggravata afflizione della pena.

Vi lascio riflettere!!!

“Era già tutto previsto”


di Riccardo Cocciante

Era già tutto previsto
fin da quando tu ballando
mi hai baciato di nascosto
mentre lui che non guardava
agli amici raccontava
delle cose che sai dire
delle cose che sai fare
nei momenti dell’amore
mentre ti stringevo forte
e tu mi dicevi “ti amo
e non lo amo,
non lo amo”.

Era già  tutto previsto
fino al punto che sapevo
che oggi tu mi avresti detto
quelle cose che mi dici
che non siamo più felici
che io sono troppo buono
che per te ci vuole un uomo
che ti sappia soddisfare
che non ti basta solo dare
ma vorresti anche avere
nell’amore
ma quale amore …

Era già  tutto previsto
anche l’uomo che sceglievi
il sorriso che gli fai
mentre ti sta portando via
ho previsto che sarei
restato solo in casa mia
e mi butto sopra il letto
ed abbraccio il tuo cuscino
non ho saputo prevedere
solo che però adesso io
vorrei morire.

“Odore di talco”


di Angela Ragusa

rimesto
nel calderone
della mia mente.

Bolle arcane
di antiche fantasie
risalgono in superficie…
…ricordi dimenticati,
relegati al fondo
vengono a galla…

Uno strano odore
si sprigiona
di colonia, di talco…

Evapora nell’aria
e si dissolve.

“La pena della morte viva”


 La pena dovrebbe essere la medicina dell’anima (Platone)

Maria Luisa Boccia, docente di Filosofia politica all’università di Siena, Senatrice nella XV legislatura, mi ha donato un saggio che in questi giorni è in libreria, dal titolo “Contro l’ergastolo” dalla Casa editrice Ediesse.
La Fata rossa degli ergastolani, così viene chiamata da noi “Uomini Ombra” Maria Luisa, mi ha dedicato queste parole: “A Carmelo con amicizia e gratitudine per quello che mi ha aiutato a capire e a fare sul carcere e sulla giustizia.”
Il libro è stato curato da Stefano Anastasia e Franco Corleone, con uno scritto di Aldo Moro e con testi di Maria Luisa Boccia, Guido Calvi, Francesco Saverio Fortuna, Patrizio Gonnella, Alessandro Margara, Giuseppe Mosconi, Salvatore Senese.
Consiglierò di leggerlo soprattutto agli ergastolani perché sono assolutamente convinto che l’ergastolo continuerà ad esistere fin quando noi ergastolani lo faremo esistere.
Il libro è un vero saggio capolavoro perché, come capita ormai di rado con la carta stampata e la televisione, dà notizie ed informa.
Ma è parzialmente incompleto, a dimostrazione che sulla pena dell’ergastolo si sa ancora ben poco, soprattutto sull’ergastolo ostativo.
Pochi sanno che i tipi di ergastolo sono due: quello normale, che manca di umanità, proporzionalità, legalità, eguaglianza ed educatività, ma ti lascia almeno uno spiraglio; poi c’è quello ostativo, che ti condanna a morte facendoti restare vivo, senza nessuna speranza.
Premetto che, a parte quello collettivo del 2008, ho un ricorso personale che sto curando da solo.( n° 2792/05 Musumeci c. Italia, terza sezione), pendente alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo.
Da autodidatta e con umiltà mi permetto di fare emergere sull’argomento alcuni punti, sia in diritto che nel merito.
Per meglio comprendere la questione bisogna avere presente la legge 356/92 che introduce nel sistema di esecuzione delle pene detentive una sorta di doppio binario, nel senso che, per taluni delitti ritenuti di particolare allarme sociale, il legislatore ha previsto un regime speciale, che si risolve nell’escludere dal trattamento extramurario i condannati, a meno che questi collaborino con la giustizia: per questo motivo molti ergastolani non possono godere di alcun beneficio penitenziario e di fatto sono condannati a morire in carcere.
Sembra inverosimile, ma un ergastolano che ha ammazzato e violentato una o cento donne ha la possibilità di uscire, gli stessi coniugi di Erba un domani possono usufruire dei permessi, della semilibertà e della condizionale, chi invece ha ammazzato per non essere ammazzato a sua volta in una guerra fra bande in un territorio mafioso, non potrà mai uscire.
L’ergastolano del passato, pur sottoposto alla tortura dell’incertezza, ha sempre avuto una speranza di non morire in carcere, ora questa probabilità non esiste neppure più.
Dal 1992 nasce l’ergastolo ostativo, ritorna la pena perpetua, o meglio la pena di morte viva.
Ora, che non c’è più il monarca assoluto o l’eventuale rivoluzione sociale che poteva capitare nei secoli passati, la pena dell’ergastolo è certa.
Ora l’ergastolano con l’ergastolo ostativo, se non accetta il ricatto dello stato, se non fa il delatore, se non usa la giustizia per uscire dal carcere, ha la certezza e la sicurezza di morire in carcere.
Ecco un esempio di un ex ragazzo arrestato a 19 anni, Rapisarda Carmelo Ivano, ora quarantenne: il Magistrato di Sorveglianza di Spoleto nella sua ordinanza n. 1813/2008 SIUS scrive: “Rilevato come la cartella personale dell’istante non rechi traccia di alcun accertamento di condotta collaborativa con la giustizia, ex art. 58 ter o.p., ovvero della c.d. collaborazione irrilevante o impossibile, dichiara inammissibile l’istanza di permesso premio.”

In pratica, Ivano, come il sottoscritto e tanti altri, è un cadavere che respira, se non fa la spia, se al suo posto non ci mette un altro, invecchierà e starà in carcere per il resto dei suoi giorni.
L’ergastolano ostativo per sperare di uscire deve togliere la libertà ad un altro, deve insomma uccidere un’altra volta, questa volta lo deve fare per lo Stato.
Molti pensano che alcuni non accettano per omertà, perché sono ancora criminali.
No! Non è così, la maggioranza dei collaboratori di giustizia sono i veri mafiosi, invece quelli che decidono e accettano di scontare la propria pena, a mio parere, meritano una vera possibilità.
Nel libro vengono scritte numerose sentenze della Corte Costituzionale, ma non viene citata l’ultima in data cronologica, la più importante, che fa dell’ergastolo ostativo una “actual lifer” letteralmente “I malcapitati”.
Questa sentenza è la numero 135 del 2003, dove la Corte Costituzionale respinge l’eccezione d’incostituzionalità dell’ergastolo ostativo perché anche in questo modo collaborano con la giustizia si può uscire.
Lasciando di fatto, in uno “Stato diritto” la possibilità di uscire al diretto interessato, sic!
Si, è vero, i parenti delle vittime dei reati cercano giustizia, ma questa dovrebbe essere intesa come verità e non come vendetta (una vita per una vita da morto vivente).
La stragrande maggioranza dei 1400 ergastolani sono del sud, condannati per reati di mafia e la cosa incredibile è che molti di questi, come il sottoscritto, non ha la parte civile, perché i familiari delle vittime sanno che i loro parenti rischiavano di ammazzare o di essere ammazzati.
Molti di questi anche se hanno ucciso si sentono innocenti perché sono consapevoli che hanno solo rispettato la cultura e la legge della loro terra.
Molti di noi sono soprattutto colpevoli di essere sopravvissuti.
Il bene e il male sono soggettivi e a secondo i tempi e i luoghi ed in tutti i casi solo il bene e il perdono arrestano il male e il reato.
Senza contare che dopo molti anni di carcere anche il peggiore criminale si sente innocente.
Si può ammazzare in diversi modi, anche tenendo una persona chiusa in una cella per tutta vita o oltre il necessario.
“La pena non ti deve annullare, ma ti deve dare il diritto a capire e per difendere la democrazia bisogna abolire l’ergastolo.” (Fonte: professore di filosofia Giuseppe Ferraro, Università di Napoli Federico II).
L’unica differenza che c’è tra la pena di morte e la pena dell’ergastolo ostativo è che una si sconta da morto e l’altra da vivo.
Una speranza di questi giorni: la Corte europea per i diritti umani ha condannato la Germania per l’applicazione della “ Sicherungsverwahrung”, la detenzione di sicurezza, che consente a un giudice di prolungare a tempo indeterminato la detenzione di un condannato anche dopo l’espiazione della pena. (Application no. 19359/04 del 17 Dicembre 2009)
Per analogia per l’abolizione dell’ergastolo ostativo si potrebbe usare anche questa sentenza.
La pena dell’ergastolo ostativo è inumana, infernale, priva di dignità, perché una persona senza futuro, senza prospettive, senza speranza, senza fine pena, che cosa è?
Un uomo ombra.

Di Carmelo Musumeci (da Carcere di Spoleto)

da www.informacarcere.it