Lettera dal carcere di Velletri


Chi scrive è il detenuto Galante Vito, attualmente detenuto nel carcere di Velletri.
Un carcere spesso rappresentato come fiore all’occhiello ma la realtà non è sempre come viene descritta.
Inizio con il dire che in pochi mesi ci sono stati due suicidi.
In pochi mesi si sono susseguiti tre Direttori, l’attuale ha idee dittatoriali, non rispetta le normative del DPR 230 del 30.06.00, un istituto allo sbando dove la giustizia la si cerca con la fiamma di un accendino acceso proprio come venne rappresentata nelle aule del Tribunale di Milano da un noto avvocato che fece spegnere la luce, prese un accendino, accese e girando attorno a un tavolo, il Presidente del Tribunale gli chiese: “Avvocato che cosa sta facendo?”. L’Avvocato rispose: “sto cercando la giustizia…”. Ecco sono 18 anni che sto cercando io la giustizia per le varie traversie avvenute nelle carceri italiane, dove sono ho soggiornato e dove ho lasciato la mia salute.
Avevo 20 anni quando un reato mi ha visto in concorso, un cumulo pena di anni 30. Avevo un’attività, oggi non ho più niente, non ho neppure la mia mamma che mi ha aspettato invano, sino al 5 febbraio 2009 quando è dipartita.
Con questo appello voglio testimoniare che nelle carceri italiane si muore, ci si ammala proprio come asseriva il filosofo ex senatore Norberto Bobbio: “Il carcere funziona come un ospedale dove ci si facesse ricoverare non per guarire ma per ammalarsi e maggiormente morire”.
Continuo con il dire che bisogna abbattere il muro delle carceri, far entrare un po’ di persone sensibili alle problematiche che avvengono in queste scatolette di carne, sì, scatolette di carne senza valore, senza prezzo, ma con un numero di identificazione, tutto questo non è facile immaginarlo… Viverlo è disumano.
Ribadisco oggi 38enne, preso per il bavero e sbattuto contro il muro della sconfitta, qualcosa dentro di me si è spezzato, qualcosa è andato in frantumi, non è facile ricomporre i frammenti.
Vorrei ribadire che con l’aiuto della fede, del buon Dio, posso dire di aver superato delle tristi realtà, tutto non è una prosa.
Con la presente voglio dire che anche in fondo a un letto, anche in un monastero, anche in una strada, anche in un carcere, se si alimenta la fiamma della speranza si può andare avanti.
Si parla dell’abolizione della pena di morte negli altri stati, quando in casa nostra la pena di morte viene inflitta sotto un’altra forma da parte della Magistratura, sostenendo che nel carcere si può curare le patologie, in un caso il Magistrato negava la libertà a un detenuto affetto da carcinoma epatocellulare perchè nessun miglioramento esterno poteva apportare allo stesso, così poteva benissimo morire in carcere.
Parole che provocano un nodo in gola e ci devono far riflettere che nelle carceri ci sono persone che raggiunto il ravvedimento possono essere reinserite nella società.
Ebbene mi fermo qui, invio i miei saluti, che chi vuol mettersi in contatto per scambio di idee e opinioni può farlo.

Vito Galante
Carcere di Velletri , 02/12/09
Attualmente detenuto a Rebibbia

da www.informacarcere.it

3 risposte a “Lettera dal carcere di Velletri

  1. Leggere queste cose stando fuori, ti strazia l’anima, non riesco a capire come nel 2010 ancora non si pensa realmente ad un reinserimento sociale di chi ha sbagliato, ed è ravveduto, viviamo in un mondo che ci sta coltivando nella cattiveria e nella opacità, abbiamo la vista intorbidita dalle notizie che ci arrivano sulle storie più brutte che avvengono quotidianamente, ma nessuno si sogno di bilanciare i brutti pensieri con delle belle storie di persone che escono e riprendono un giusto percorso di vita sociale, io queste storie non le conosco, sicuramente non perchè non esistono ma percheè non le pubblicano, e quindi non mi resta che immaginarle, e dire che sono più le storie belle di chi si è ripreso rispetto a chi ricasca, e pure se uno ricasca io debbo continuare a salvarlo perchè nessuno ha il libero arbitrio di dire che questa volta non cambia.

  2. sono stato nel carcere di velletri, e voglio dire a quel direttore claudio piccari e la vice direttrice fontana, e a quei 5 guardie che mi avevana massacrato di botte, solo perché avevo scoperto che tutti rubavano, imbrogliavano e in combutta con l’impresa esterna che forniva generi alimentari al carcere: nonostante tutto sono uscito vivooooooooo, non ve lo aspettate ehhh. avevate cercato di tapparmi la bocca addirittura eliminandomi fisicamente, non riesco a credere che la procura di velletri abbia arrestato soltanto 5 agenti penitenziari per aver tentato di uccidermi. voi sapete bene, che io so benissimo che siete state voi a mandarli, a dare l’ordine definitivo di farmi tutto ciò che avevano fatto, ditemi una cosa vi fa onore quello che mi avete fatto? vomitavo, pisciavo e cacavo addosso dalla violenza inumana che si era imbattuta su di me attraverso i vostri cani insensibili. bene, sono vivo e questo significa ho vinto io. ha vinto la ragione, il bene, la giustizia. voi avete fallito brutti maledetti. meritate tutti come minimo una dinamite nel culo. ma non sono piu vendicativo, a differenza di voi io riesco a dare lezione di umanità anche a voi. vi ho dato lezioni di morale, di integrità e di giustizia, mi ha costato fratture alle vertebre, costole, lesioni dapertutto, ricovero in ospedale e 30 giorni costretto su sedia ruotelle, ma sono vivo.

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  3. certo ke di crudeltà non apparente cè nè tanta tutti buoni siamo ma la verità e ke tuttic’è ne freghiamo ma cosa possiamo fare noi ? sopportare vorrei tanto non vedere soffrire nessuno ma non ho la capacità di poterlo fare posso solo soffrire insieme ai detenuti vi voglio bene coraggio dio per fortunac’è per tutti

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