Il nostro personaggio dell’anno: Stefano Cucchi


Vogliamo ricordare questo giovane perché la sua morte non sia vana. Non era un eroe, non era un martire, non era un personaggio pubblico e non era famoso. Era solo un ragioniere di 31 anni con tanti problemi. Come tanti ragazzi come lui aveva solo bisogno di cure e di amore. Per lui lo stato ha scelto il carcere e la morte.

 Il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria e Capo della Polizia Penitenziaria Franco Ionta, in relazione alle indagini svolte dalla Procura di Roma per il decesso di Stefano Cucchi, esprime piena fiducia nell’operato degli organi inquirenti.

Il Capo del DAP rivolge parole di stima e riconoscimento agli uomini della Polizia Penitenziaria che, pur nella difficile situazione in cui si trovano ad operare, a causa del sovraffollamento e della carenza di organico, assicurano le condizioni di legalità nelle carceri, con piena professionalità, spirito di sacrificio e senso di umanità.

Il Capo del DAP si dichiara orgoglioso del Corpo di Polizia Penitenziaria che con senso del dovere continua quotidianamente a svolgere il proprio operato.

E’ a queste persone, dichiara Franco Ionta, che dobbiamo solidarietà e rispetto.

E noi concordiamo con Ionta. Ne condividiamo completamente la dichiarazione, riconoscendo alla polizia penitenziaria un ruolo insostituibile nel’amministrazione della giustizia. Sono uomini che lavorano in condizioni difficili, con una popolazione carceraria doppia rispetto alle capacità del sistema, abituati a convivere con un sentimento che si chiama “paura”, un sentimento che da bravi cittadini deleghiamo in cambio di un salario, a questi oscuri lavoratori.

Mai abbiamo pensato di mettere sotto accusa la loro categoria. Anzi, ogni giorno siamo coscienti di dover rivolgere loro un pensiero di gratitudine e di riconoscenza.    

Questo non toglie l’obbligo di capire perché un ragazzo normale, con i suoi problemi e la sua famiglia a sostenerlo è morto dopo sei giorni dal suo arresto, un ragazzo qualunque, con i suoi amici, la palestra e la Lazio allo stadio la domenica.  Forse un po’ più fragile ma allo stesso tempo pieno di vita e di amore. Purtroppo però è morto: solo dopo sei giorni il suo ingresso in carcere, dopo il suo arresto perché è stato trovato in possesso di alcune dosi di sostanze stupefacenti. Come è morto si sa. È stato picchiato, umiliato e lasciato morire in una barella. Per mano di chi è morto ancora no. Perché sotto accusa sono finiti nell’ordine secondini, carabinieri, agenti, medici. Ma ancora non si riesce a capire di chi sia la responsabilità

La famiglia ha avuto il coraggio di pubblicare le immagini di quel corpo straziato dalle botte restituito ai suoi cari solo dopo l’autopsia. Un corpo esile, con una smorfia di terrore che rimarrà scolpita per sempre nel cuore degli italiani. Come lo ha definito il referto «è morto in modo disumano e degradante». Se non fosse stato per quelle immagini probabilmente questa storia sarebbe rimasta ai margini dei giornali.

Ma la storia di Stefano, nella sua tragicità, ha avuto i suoi aspetti positivi. Perché questa triste vicenda ha costretto tutti a prendere atto delle proprie responsabilità. A cominciare dai benpensanti sempre pronti a erigersi a giudici delle disgrazie altrui, a cominciare dal ministro Giovanardi, che dopo qualche esternazione sciocca, ha dovuto chiedere scusa alla famiglia e al popolo italiano. Utile a risvegliare le coscienze di tutti coloro che ancora credono nello stato di diritto, che hanno a cuore le istituzioni, la civiltà che nasce e si misura anche negli istituti di rieducazione. Utile allo Stato che non ha recitato la solita parte ma ha da subito attivato i meccanismi di indagine: anche se ancora però non si riesce ad abbattere il muro di omertà e l’insopportabile rimpallo di responsabilità. Utile alla politica che si è ritrovata unita nel non ricercare alcuna forma di autoassoluzione, e lo ha fatto istituendo un comitato unitario. Utile alla società civile, che dalle piazze ai forum della rete, si è stretta attorno alla famiglia chiedendo con civiltà una sola cosa: verità per Cucchi.

Ecco perché è giusto e doveroso mantenere alta l’attenzione mediatica e politica su questa storia. Lo dobbiamo a Stefano che nel 2010 non ci sarà. Lo dobbiamo alla sua famiglia che ha così decorosamente e con senso civico esemplare lottato per la verità. Lo dobbiamo al figlio di Ilaria, la sorella di Stefano, che si chiede il perché suo zio non tornerà a giocare con lui.

Ecco perché Stefano Cucchi è il personaggio dell’anno.

Perché ci ha costretto ad affrontare problemi tabù come quello delle carceri e della violenza.

Perché fare i conti con la sua storia sarà la cartina tornasole di che paese siamo. Di che razza di paese racconteremo ai nostri figli se non facciamo nulla affinché questa storia si concluda con una sola parola: giustizia.

da www.informarezzo.com

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