“Blue moon”


Blue Moon
You saw me standing alone
Without a dream in my heart
Without a love of my own
Blue Moon
You know just what I was there for
You heard me saying a prayer for
Someone I really could care for
And then there suddenly appeared before me
The only one my arms will hold
I heard somebody whisper please adore me
And when I looked to the Moon it turned to gold
Blue Moon
Now I’m no longer alone
Without a dream in my heart
Without a love of my own
And then there suddenly appeared before me
The only one my arms will ever hold
I heard somebody whisper please adore me
And when I looked the Moon had turned to gold
Blue moon
Now I’m no longer alone
Without a dream in my heart
Without a love of my own
Blue moon
Now I’m no longer alone
Without a dream in my heart
Without a love of my own

http://www.youtube.com/watch?v=4218R-gBmts

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“Donna” di Carmine dal carcere di Augusta


Nulla chiedo di materiale

ma ho bisogno di lei che accarezza la mia solitudine,

nutre la mia anima

boccheggiante

in quest’arido deserto…

muto d’amore…

Donna

che m’indica la verità…

che tiene accesa la fiamma…

che m’incendia il cuore…

sciogliendo il gelo dell’indifferenza e del peccato

fiamma che purifica

e porta emozioni

che pensavo smarrite.

Donna

che ha accarezzato la mia solitudine

risvegliando il mio cuore.

Donna

ispiratrice di quel sentimento supremo

necessario per una vita “nuova”

per una vita “vera”.

Donna incinta soccorsa da un carabiniere che l’assiste fino al parto


carabiniere2Aveva finito il turno ed era a due passi da casa. Il maresciallo dei carabinieri, , in servizio alla stazione di , nota un’auto incidentata e dentro una donna in travaglio, pronta a partorire. Il non ci pensa due volte e fa salire la nella sua auto e la porta all’ dove assiste al parto al fianco della donna fino all’arrivo del compagno. Non è un racconto natalizio a lieto fine né la trama di un film Disney. E’ la realtà accaduta a la notte tra l’11 e il 12 dicembre.

A raccontarlo il comandante provinciale dell’Arma, colonnello Antonio De Vita, che ha così sottolineato la “forte funzione sociale” svolta dai carabinieri.

“Ringrazio l’Arma dei carabinieri per la professionalità del suo personale e l’umanità del maresciallo – ha scritto in una lettera alla Stampa una dipendente dell’ospedale – che come un angelo custode ha salvato da quello che poteva essere un dramma una mamma e la sua creatura”.

da www.blitzquotidiano.it

Il nostro personaggio dell’anno: Stefano Cucchi


Vogliamo ricordare questo giovane perché la sua morte non sia vana. Non era un eroe, non era un martire, non era un personaggio pubblico e non era famoso. Era solo un ragioniere di 31 anni con tanti problemi. Come tanti ragazzi come lui aveva solo bisogno di cure e di amore. Per lui lo stato ha scelto il carcere e la morte.

 Il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria e Capo della Polizia Penitenziaria Franco Ionta, in relazione alle indagini svolte dalla Procura di Roma per il decesso di Stefano Cucchi, esprime piena fiducia nell’operato degli organi inquirenti.

Il Capo del DAP rivolge parole di stima e riconoscimento agli uomini della Polizia Penitenziaria che, pur nella difficile situazione in cui si trovano ad operare, a causa del sovraffollamento e della carenza di organico, assicurano le condizioni di legalità nelle carceri, con piena professionalità, spirito di sacrificio e senso di umanità.

Il Capo del DAP si dichiara orgoglioso del Corpo di Polizia Penitenziaria che con senso del dovere continua quotidianamente a svolgere il proprio operato.

E’ a queste persone, dichiara Franco Ionta, che dobbiamo solidarietà e rispetto.

E noi concordiamo con Ionta. Ne condividiamo completamente la dichiarazione, riconoscendo alla polizia penitenziaria un ruolo insostituibile nel’amministrazione della giustizia. Sono uomini che lavorano in condizioni difficili, con una popolazione carceraria doppia rispetto alle capacità del sistema, abituati a convivere con un sentimento che si chiama “paura”, un sentimento che da bravi cittadini deleghiamo in cambio di un salario, a questi oscuri lavoratori.

Mai abbiamo pensato di mettere sotto accusa la loro categoria. Anzi, ogni giorno siamo coscienti di dover rivolgere loro un pensiero di gratitudine e di riconoscenza.    

Questo non toglie l’obbligo di capire perché un ragazzo normale, con i suoi problemi e la sua famiglia a sostenerlo è morto dopo sei giorni dal suo arresto, un ragazzo qualunque, con i suoi amici, la palestra e la Lazio allo stadio la domenica.  Forse un po’ più fragile ma allo stesso tempo pieno di vita e di amore. Purtroppo però è morto: solo dopo sei giorni il suo ingresso in carcere, dopo il suo arresto perché è stato trovato in possesso di alcune dosi di sostanze stupefacenti. Come è morto si sa. È stato picchiato, umiliato e lasciato morire in una barella. Per mano di chi è morto ancora no. Perché sotto accusa sono finiti nell’ordine secondini, carabinieri, agenti, medici. Ma ancora non si riesce a capire di chi sia la responsabilità

La famiglia ha avuto il coraggio di pubblicare le immagini di quel corpo straziato dalle botte restituito ai suoi cari solo dopo l’autopsia. Un corpo esile, con una smorfia di terrore che rimarrà scolpita per sempre nel cuore degli italiani. Come lo ha definito il referto «è morto in modo disumano e degradante». Se non fosse stato per quelle immagini probabilmente questa storia sarebbe rimasta ai margini dei giornali.

Ma la storia di Stefano, nella sua tragicità, ha avuto i suoi aspetti positivi. Perché questa triste vicenda ha costretto tutti a prendere atto delle proprie responsabilità. A cominciare dai benpensanti sempre pronti a erigersi a giudici delle disgrazie altrui, a cominciare dal ministro Giovanardi, che dopo qualche esternazione sciocca, ha dovuto chiedere scusa alla famiglia e al popolo italiano. Utile a risvegliare le coscienze di tutti coloro che ancora credono nello stato di diritto, che hanno a cuore le istituzioni, la civiltà che nasce e si misura anche negli istituti di rieducazione. Utile allo Stato che non ha recitato la solita parte ma ha da subito attivato i meccanismi di indagine: anche se ancora però non si riesce ad abbattere il muro di omertà e l’insopportabile rimpallo di responsabilità. Utile alla politica che si è ritrovata unita nel non ricercare alcuna forma di autoassoluzione, e lo ha fatto istituendo un comitato unitario. Utile alla società civile, che dalle piazze ai forum della rete, si è stretta attorno alla famiglia chiedendo con civiltà una sola cosa: verità per Cucchi.

Ecco perché è giusto e doveroso mantenere alta l’attenzione mediatica e politica su questa storia. Lo dobbiamo a Stefano che nel 2010 non ci sarà. Lo dobbiamo alla sua famiglia che ha così decorosamente e con senso civico esemplare lottato per la verità. Lo dobbiamo al figlio di Ilaria, la sorella di Stefano, che si chiede il perché suo zio non tornerà a giocare con lui.

Ecco perché Stefano Cucchi è il personaggio dell’anno.

Perché ci ha costretto ad affrontare problemi tabù come quello delle carceri e della violenza.

Perché fare i conti con la sua storia sarà la cartina tornasole di che paese siamo. Di che razza di paese racconteremo ai nostri figli se non facciamo nulla affinché questa storia si concluda con una sola parola: giustizia.

da www.informarezzo.com

Campagna shock in Campania per prevenire gli incidenti da botti di fine anno


di Paola Ganci

A poche ore dallo scoccare della mezzanottedel 31 Dicembre che darà il benvenuto al nuovo anno , parte una Campagna di informazione promossa dal Coordinamento campano contro l’uso dei fuochi illegali di Napoli.

Le immagini sono volutamente forti e ritraggono bambini feriti pesantemente dai botti illegali. Immagini che, purtroppo, non vanno  molto lontano dalla realtà di ciò che accade ogni anno e che, proprio a causa dei pericolosi botti illegali venduti da commercianti senza scrupoli, sembra più un bollettino di guerra piuttosto che il resoconto di una festa.

Francesco Emilio Borrelli, responsabile del Coordinamento, dice: ”Siamo andati a consegnare anche dei volantini con sopra scritto ‘Vergognatevi’ ai venditori di fuochi  illegali del Pallonetto di Santa Lucia e dei Quartieri Spagnoli che continuano a vendere indisturbati, come quelli delle zone  periferiche della città tipo San Giovanni, Scampia o Secondigliano. Questi commercianti in queste ore realizzeranno la maggioranza delle vendite e noi vorremmo che le forze dell’ordine lo impedissero. La nostra battaglia è anche in memoria di Nicola Sarpa il giovane di 25 anni, proprio dei Quartieri Spagnoli, che l’anno scorso morì dopo essere stato colpito da un proiettile vagante”.

La speranza è che possa servire a ridurre un fenomeno che tutti gli anni fa numerose quanto evitabili vittime, specie tra i più giovani.

da www.newnotizie.it

Sport: un calcio alla depressione


di Matteo Clerici

Sport: un calcio alla depressione

Il calcio come terapia di gruppo contro la depressione, da svolgere su un campo di pallone invece che in una struttura medica.

E’ la proposta di “Back on the Net”, programma di psicologia per gli adolescenti creato dall’Università di Dublino e presentato alla conferenza annuale della British Psychological Society’s Division of Clinical Psychology, tenutasi a Londra.

Ecco come Siobhain McArdle, ricercatore leader dell’iniziativa, presenta il lavoro: “I giovani, nonostante rappresentino un gruppo di rischio per la depressione e i comportamenti suicidi, sono quelli che difficilmente vanno alla ricerca di un aiuto professionale. Abbiamo allora ideato questo programma che sfrutta il gioco del calcio e le metafore calcistiche per effettuare terapie di gruppo, eliminare le barriere mentali e stimolare la salute psicofisica dell’individuo”.

Gli scienziati hanno lavorato con 104 volontari (età compresa tra i 18 ed i 40 anni), dividendoli in tre gruppi: uno svolgeva esercizio individuale, un altro giocava a calcio e alternava le partite con sessioni di terapia mirata. Tutti i soggetti sono stati seguiti e valutati costantemente.

Alla fine del periodo di osservazione, il team di McArdle ha potuto notare come “I partecipanti sono stati poi seguiti e valutati durante tutto il periodo di studio. Abbiamo scoperto che entrambi i gruppi che svolgevano esercizio avevano buoni risultati, ma il gruppo con più’ miglioramenti e’ stato quello che ha svolto il programma mirato basato sul calcio”.

Secondo i terapeuti intervenuti, praticare il calcio è stato fondamentale ai pazienti per concretizzare le istruzioni dei medici, riducendo la depressione e combattendo le tendenze suicide.

Conclude allora Siobhain McArdle: “Le ricerche future dovranno continuare a utilizzare simili interventi di comunità’ per le terapie di gruppo”.

da www.newsfood.com