Nuovo suicidio in carcere: eguagliato il “record” nella storia della Repubblica


Marco Toriello, 45 anni, tossicodipendente, gravemente ammalato, venerdì scorso si è ucciso impiccandosi nella sua cella del carcere di Salerno. Si tratta del sessantanovesimo recluso che si toglie la vita dall’inizio dell’anno. Viene così eguagliato il triste “record” del 2001: il numero più alto di detenuti suicidi nella storia della Repubblica. Il totale dei detenuti morti nel 2009 sale così a 171.

Anche per Marco, come in altri casi recenti, i famigliari non credono al suicidio e vogliono che la magistratura intervenga, disponendo un’indagine. E se è vero che ogni nuova morte in carcere si presta ad alimentare sospetti e polemiche (e i parenti hanno il sacrosanto diritto di chiedere e ottenere una verità certa), l’attenzione alla singola vicenda non deve far dimenticare che le “morti di carcere” rappresentano sempre e comunque una sconfitta per la società civile.

Negli ultimi 10 anni nelle carceri italiane sono morte 1.560 persone, di queste 558 si sono suicidate. Per la maggior parte si trattava di persone giovani, spesso con problemi di salute fisica e psichica, spesso tossicodipendenti.

Ma è davvero scontato ed inevitabile che i detenuti muoiano, seppur giovani, con questa agghiacciante frequenza di 1 ogni 2 giorni? No, assolutamente no!

I morti sarebbero molti meno se nel carcere non fossero rinchiuse decine di migliaia di persone che, ben lontane dall’essere “criminali professionali”, provengono piuttosto da realtà di emarginazione sociale, da storie decennali di tossicodipendenza, spesso affette da malattie mentali e fisiche gravi, spesso poverissime.

Oggi il carcere è pieno zeppo di queste persone e il numero elevatissimo di morti ne è conseguenza diretta: negli anni 60, come dimostra la ricerca allegata, i suicidi in carcere erano 3 volte meno frequenti di oggi, i tentativi di suicidio addirittura 15 volte meno frequenti…  e non certamente perché a quell’epoca i detenuti vivessero meglio.

Oggi il 30% dei detenuti è tossicodipendente, il 10% ha una malattia mentale, il 5% è sieropositivo hiv, il 60% una qualche forma di epatite, in carcere ci sono paraplegici e mutilati, a Parma c’è una sezione detentiva per “minorati fisici”… e si potrebbe continuare.

Le misure alternative alla detenzione vengono concesse con il contagocce: prima dell’indulto del 2006 c’erano 60.000 detenuti e 50.000 condannati in misura alternativa; oggi ci sono 66.000 detenuti e soltanto 12.000 persone in misura alternativa.

Più della metà dei detenuti sono in attesa di giudizio, mentre 30.500 stanno scontando una condanna (vedi allegato): di questi quasi 10.000 hanno un residuo pena inferiore a 1 anno e altri 10.000 compreso tra 1 e 3 anni.

Molti di loro potrebbero essere affidati ai Servizi Sociali, anziché stare in cella: ne gioverebbero le sovraffollate galere e, forse, anche la conta dei “morti di carcere” registrerebbe una pausa

da www.innocentievasioni.net

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Padre Sisto, una vita a salvare libri antichi. Ma la burocrazia lo ferma


Fra le sue mani sono tornati a nuova vita manoscritti unici, come quelli della Biblioteca Nazionale di Torino, rovinati dal devastante incendio del 1904, codici, pergamene, disegni di Leonardo da Vinci e testi risalenti al 90 d.c. E’ Padre Sisto Giacomini, che dal 1969 gestisce il Laboratorio di Restauro della Certosa di Firenze, uno dei centri più famosi al mondo per il recupero e la salvezza dei libri antichi, soprattutto se bruciati.

Ora però queste mani preziose per la conservazione del patrimonio culturale italiano e non solo, rischiano di doversi fermare a causa della burocrazia. Un decreto (53/2009), in vigore dal 1° gennaio (anche se i termini sono stati spostati a fine febbraio), regolamenta la qualificazione di restauratore, restringendo a pochissimi casi la facoltà di fregiarsi di questo titolo e dunque di lavorare. Per chi non rientra in questi casi, l’unica alternativa è sottoporsi a onerosi esami teorici e pratici, con il rischio, oltretutto di dover affrontare prove su materie praticamente sconosciute.

 “Io restauro libri antichi dal 1969 – spiega a LABITALIA Padre Sisto – e di questo mi sono sempre occupato. Adesso sto cercando faticosamente di recuperare tutta la documentazione dagli anni ’70 ad oggi, in tutti i posti dove ho lavorato: la Biblioteca Nazionale di Pavia, gli Archivi di Stato di Pavia e di Sondrio, la Biblioteca Braidense di Milano, la Biblioteca di Brescia e molte altre ancora. Ho il titolo rilasciato dall’Istituto per la Patologia del Libro, ente storico (è nato nel 1938, ndr) ma che non è tra quelli citati dal decreto che riconosce la qualifica solo a chi ha frequentato l’Istituto Centrale del Restauro di Roma, l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze e la Scuola di Restauro dei Mosaici di Ravenna. Ora – nota arrabbiato Padre Sisto – mi si chiede di superare una prova magari in restauro di tele o di pietre dure e io dico: ma che c’entra tutto questo con il restauro delle pergamene?”.

 Quella di Padre Sisto, oltretutto, è una vera e propria attività imprenditoriale in regola, che contribuisce anche al sostentamento della Comunità monastica dei Cistercensi della Certosa del Galluzzo a Firenze. “Sono regolarmente iscritto alla Camera di Commercio – racconta il Padre – pago le tasse e quello che incasso viene devoluto al Monastero”. La chiusura del Laboratorio di Padre Sisto, sarebbe dunque un danno anche economico per i monaci che vivono dei proventi delle loro attività: la fabbricazione di liquori (il più famoso è il ‘Certosino’), la preparazione di rimedi officinali a base di erbe (l’esistenza della Farmacia della Certosa è documentata già nel XVI sec) e appunto il restauro dei libri.

 Padre Sisto, instancabile, negli anni ha formato intere generazioni di specialisti nella cura dei libri antichi. “Da me sono venuti – ricorda – stagisti non solo dall’Italia, ma dalle facoltà dei Beni culturali delle università finlandesi, messicane, spagnole, americane, perché quello che si impara sul campo non può dartelo nessuna scuola”.

 Le preoccupazioni di Padre Sisto sono condivise anche da chi lavora nel settore pubblico. “Siamo in fermento per questo decreto – spiega a LABITALIA Claudia Tarchiani, una delle 4 restauratrici del laboratorio di restauro del Gabinetto G.P. Vieusseux di Firenze – ma ancora nessuno ha saputo dirci qualcosa di definito: sappiamo solo che la scadenza per presentare la documentazione è stata rimandata al 28 febbraio, ma non sappiamo come muoverci”. “Chi ha fatto la legge – dice la specialista che lavora soprattutto su materiali cartacei del periodo che va dal ‘700 al ‘900 – forse non si rende che le conseguenze sono quelle di far smettere di lavorare molte persone, in un settore come quello della conservazione dei Beni culturali che è fondamentale per il nostro Paese”. Ora però queste mani preziose per la conservazione del patrimonio culturale italiano e non solo, rischiano di doversi fermare a causa della burocrazia. Un decreto (53/2009), in vigore dal 1° gennaio (anche se i termini sono stati spostati a fine febbraio), regolamenta la qualificazione di restauratore, restringendo a pochissimi casi la facoltà di fregiarsi di questo titolo e dunque di lavorare. Per chi non rientra in questi casi, l’unica alternativa è sottoporsi a onerosi esami teorici e pratici, con il rischio, oltretutto di dover affrontare prove su materie praticamente sconosciute.

“Io restauro libri antichi dal 1969 – spiega a LABITALIA Padre Sisto – e di questo mi sono sempre occupato. Adesso sto cercando faticosamente di recuperare tutta la documentazione dagli anni ’70 ad oggi, in tutti i posti dove ho lavorato: la Biblioteca Nazionale di Pavia, gli Archivi di Stato di Pavia e di Sondrio, la Biblioteca Braidense di Milano, la Biblioteca di Brescia e molte altre ancora. Ho il titolo rilasciato dall’Istituto per la Patologia del Libro, ente storico (è nato nel 1938, ndr) ma che non è tra quelli citati dal decreto che riconosce la qualifica solo a chi ha frequentato l’Istituto Centrale del Restauro di Roma, l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze e la Scuola di Restauro dei Mosaici di Ravenna. Ora – nota arrabbiato Padre Sisto – mi si chiede di superare una prova magari in restauro di tele o di pietre dure e io dico: ma che c’entra tutto questo con il restauro delle pergamene?“.

Quella di Padre Sisto, oltretutto, è una vera e propria attività imprenditoriale in regola, che contribuisce anche al sostentamento della Comunità monastica dei Cistercensi della Certosa del Galluzzo a Firenze. “Sono regolarmente iscritto alla Camera di Commercio – racconta il Padre – pago le tasse e quello che incasso viene devoluto al Monastero”. La chiusura del Laboratorio di Padre Sisto, sarebbe dunque un danno anche economico per i monaci che vivono dei proventi delle loro attività: la fabbricazione di liquori (il più famoso è il ‘Certosino’), la preparazione di rimedi officinali a base di erbe (l’esistenza della Farmacia della Certosa è documentata già nel XVI sec) e appunto il restauro dei libri.

Padre Sisto, instancabile, negli anni ha formato intere generazioni di specialisti nella cura dei libri antichi. “Da me sono venuti – ricorda – stagisti non solo dall’Italia, ma dalle facoltà dei Beni culturali delle università finlandesi, messicane, spagnole, americane, perché quello che si impara sul campo non può dartelo nessuna scuola”.

Le preoccupazioni di Padre Sisto sono condivise anche da chi lavora nel settore pubblico. “Siamo in fermento per questo decreto – spiega a LABITALIA Claudia Tarchiani, una delle 4 restauratrici del laboratorio di restauro del Gabinetto G.P. Vieusseux di Firenze – ma ancora nessuno ha saputo dirci qualcosa di definito: sappiamo solo che la scadenza per presentare la documentazione è stata rimandata al 28 febbraio, ma non sappiamo come muoverci”. “Chi ha fatto la legge – dice la specialista che lavora soprattutto su materiali cartacei del periodo che va dal ‘700 al ‘900 – forse non si rende che le conseguenze sono quelle di far smettere di lavorare molte persone, in un settore come quello della conservazione dei Beni culturali che è fondamentale per il nostro Paese”.

fonte adnkronos

Vittime dell’ingiustizia


di Silvia Tortora

Mio padre finì in carcere innocente nel giugno 1983. Fu per noi uno strazio. Vedemmo cose che mai avremmo immaginato attraverso i suoi occhi e attraverso le sue parole”. E Stefano, morto pochi giorni fa, forse è vittima anche lui del sistema carcerario italiano.

Sono giorni e giorni che mi faccio una domanda. Cosa posso aggiungere io al fiume di parole scritte sulla vicenda di Stefano Cucchi, giovane ragazzo morto di botte e disinteresse, ammazzato dalla violenza cieca e dall’indifferenza di chi doveva averne cura? Ben poco, credo. Perché già tanto è stato detto e scritto. Di alto e nobile, e di basso e volgare. Ma vorrei tentare lo stesso di fissare i miei pensieri e affidarli alla vostra riflessione. Ho conosciuto il carcere per interposta persona. Mio padre, Enzo Tortora, ci finì innocente nel giugno 1983. Fu per noi uno strazio. Vedemmo cose che mai avremmo immaginato attraverso i suoi occhi e attraverso le sue parole. Era in cella, Enzo, con un compagno tossicodipendente, un giovane romano, fragile e malato, che aspettava un bambino. La cura per lui era quella di stare chiuso in una gabbia con altri uomini e patire ore lunghe e inutili. Enzo non si dava pace perché capiva che non sarebbe mai guarito. Non così. Infatti. Questo ragazzo, come Stefano, come migliaia di altri, sarebbe uscito solo più stanco, arrabbiato, deluso, amaro e impotente.

È il destino di tutti quelli che vivono la tossicodipendenza come buco nero e trovano dal sistema una cura ancora più nera: la galera. Una legge inutile imbottisce le carceri di tossicodipendenti (sono la maggioranza dei detenuti), anziché affidarli a strutture protette, per un fanatismo ideologico che non fa nulla per stroncare il traffico di droga. Difatti, appena fu libero, Enzo scelse di andare a portare dei fiori sulla tomba di un giovane tossicodipendente morto suicida in galera a Cagliari, dopo cento giorni passati in isolamento. Dicendo: ”Lui, non io è stato vittima di una giustizia crudele, orba e senza pietà”. Sono passati venticinque anni da allora. Ed eccoci a Stefano. Ottobre 2009. Stefano Cucchi non è solo vittima dell’inutile legge sulle tossicodipendenze. È stato oltraggiato e preso a calci da uomini che avrebbero dovuto proteggerlo. Uomini con indosso una divisa. Anzi, due. I primi “probabilmente” guardiani di detenuti. Persone che dovrebbero custodire e garantire l’incolumità dei detenuti. Già si sa molto. Stefano picchiato nei sotterranei di un tribunale. Stefano condotto in ospedale, e tradito, ancora una volta, da altre divise, quelle dei medici, che avrebbero dovuto curarlo con rispetto, civiltà e, oso, con amore.

E invece no. Questo ragazzo fragile, esile, è stato lasciato andare via ferito dentro e fuori, perché non “collaborava” coi dottori. Manifestava un atteggiamento “ostile”. Rifiutava di essere “alimentato”… E qui mi permetto un inciso. Anche Eluana Englaro non poteva collaborare, ma attorno a lei si che ci si dava da fare, con accanimento, per mantenerla in vita… e che vita. Senza amore, senza cure, senza dignità, Stefano è scivolato nel nero della morte tutto solo. Nessuno accanto a tenergli la mano. Mamma e papà non potevano neppure mettere piede al suo capezzale. Chissà che dolore Stefano… Eppure. La sua famiglia, con grande coraggio, ha deciso di consegnare a tutti noi il suo ultimo ritratto. Uno scheletro avvolto in un sacco azzurro da obitorio. Il volto terribile, un corpo che ricorda i corpi dei deportati, ma con in più un segno tremendo alla schiena martoriata. Immagine che non si dimentica, non si deve dimenticare. Prima di allora, nessuno di noi aveva visto nulla di simile. Lo aveva, forse, solo immaginato. Perché Stefano, purtroppo, non è il primo, né sarà l’ultimo morto così. Eppure, la scelta della sua famiglia di rendere pubbliche le sue foto e di chiedere verità e giustizia aggiunge qualcosa a questa orribile storia. Aggiunge un valore positivo e nobile.

La famiglia di Stefano Cucchi ha chiesto con pacatezza e fermezza di conoscere la verità. Non ha urlato, non ha minacciato, non ha impugnato l’arma della vendetta. Ha domandato, ha condiviso con tutti noi un grande dolore e una grande ingiustizia. Lo ha fatto scarnificandosi e offrendo immagini belle di Stefano e dei suoi cari e immagini terrificanti del suo corpo. Ha preso le distanze da coloro che usavano Stefano per menare le mani. Ha capeggiato un corteo chiedendo rispetto per le forze dell’ordine, ha respinto al mittente le sciocchezze di chi voleva Stefano tossico, anoressico e perfino sieropositivo. Una famiglia così è, in questo Paese, un’eccezione. È un esempio, una nota di decenza. Ed è a questa famiglia, a quel dolore, e alla sacrosanta ricerca della verità, che la Giustizia, e noi tutti dovremmo inchinarci e chiedere perdono.

da www.socialnews.it

A Catania si alza il sipario sull’arte: tre mostre tra storia e identità siciliane


Dai monili mesolitici fino a quelli d’età bizantina. Dalle suppellettili di aristocratici e monaci del Seicento e del Settecento fino ai dipinti della Collezione Finocchiaro. A Catania va di scena l’arte a 360 gradi. E oggi si alza il sipario su due delle tre mostre in programma fino a marzo 2010, organizzate dall’Assessorato regionale ai Beni Culturali e Ambientali in collaborazione con la Soprintendenza di Catania. “Siamo in presenza di tre eventi che vedono Catania come protagonista assoluta dell’arte in tutte le sue sfaccettature”, ha affermato l’assessore ai Beni Culturali, Nicola Leanza, durante il taglio del nastro di “Pulcherrima Res. Preziosi ornamenti del passato” e “Wunderkammer. I tesori di Palazzo Abatellis”. Domani sarà la volta della Collezione Finocchiaro al Castello Ursino

Viaggio intorno ad otto millenni di gioielli e ornamenti femminili con “Pulcherrima Res” in mostra dal 19 dicembre al 21 gennaio 2010, alla chiesa di San Francesco Borgia, in via dei Crociferi. Sono i monili del passato in gran parte trovati in Sicilia. Ideata e curata da Lucina Gandolfo selezionando pezzi delle raccolte del Medagliere del Museo Archeologico palermitano Antonio Salinas, arriva a Catania dopo l’esordio di Palermo (2005) e la tappa di Siena (2007).

Il pubblico potrà ammirare 460 preziosi reperti in oro, argento, bronzo, vetro e gemme intagliate di varie epoche, di fattura anche siciliana. La narrazione di ‘Pulcherrima Res’ comincia con i primi, semplici, monili preistorici realizzati con conchiglie e ciottoli, dono della natura, per giungere – attraverso i manufatti delle culture egizia, fenicio-punica, greca e romana – ai sontuosi gioielli di età bizantina, sofisticate opere d’arte in cui si esprime tutta l’abilità creativa degli orafi di quel periodo.

La mostra “Wunderkammer. I tesori di Palazzo Abatellis” (dal 19 dicembre al 9 febbraio 2010) è ospitata nelle sale della ex Manifattura Tabacchi, in piazza San Cristoforo. L’esposizione tratta dei tesori delle Wunderkammer, letteralmente la ‘stanza delle meraviglie’: una cinquantina di straordinari oggetti d’arte del Seicento e del Settecento appertenuti a nobili e monaci e provenienti dalla Galleria Regionale di Palazzo Abatellis a Palermo (in parte lì già esposti nel 2001). Curatore scientifico dell’esposizione di Catania è Giulia Davì, attuale direttore di Palazzo Abatellis.

Come nella Wunderkammer dei secoli passati – in genere studioli delle corti rinascimentali, delle ricche dimore nobiliari o delle biblioteche dei monasteri dove i collezionisti raccoglievano e custodivano gelosamente oggetti in grado di testimoniare la sintesi grandiosa tra arte, scienza e natura – a Catania saranno esposti naturalia, mirabilia e artificialia: ovvero suppellettili provenienti dalla natura (come corallo, avorio ed essenze pregiate), che destano meraviglia (come le conchiglie del nautilo decorate da miniature e motivi in argento) o rielaborazioni artistiche da parte dell’uomo (manufatti in vetro e ottone).

Domani si alzerà il sipario anche su “La Collezione Finocchiaro del Museo Civico di Castello Ursino”. In mostra moltissimi inediti fra gli oltre cinquanta dipinti della Collezione Finocchiaro che dal 20 dicembre fino al 21 marzo 2010 saranno esposti, per la prima volta tutti insieme, nel Castello Ursino di Catania. La mostra è a cura di Luisa Paladino.

La collezione Finocchiaro – originariamente costituita da 123 dipinti e oggi dimezzata da una lunga storia di dispersioni e oblio – è quella fondante del Museo Civico di Catania, essendo pervenuta al Comune nel 1826 per lascito testamentario del giureconsulto catanese Giovan Battista Finocchiaro, che l’aveva raccolta a Palermo, ove fu Primo Presidente della Gran Corte di Giustizia del Regno di Sicilia.

Fra i dipinti superstiti del Museo Civico – che testimoniano le predilezioni pittoriche dei collezionisti palermitani fra il Sette e l’Ottocento – figurano veri gioielli delle collezioni civiche: soggetti religiosi con incursioni nei generi mitologico, allegorico, del paesaggio, del ritratto, della battaglia e d’historia antica. In mostra opere di Polidoro da Caravaggio, Simone de Wobreck, Matthias Stomer, Pietro Novelli, Giacomo Lo Verde, Mattia Preti, Gaspare Serenario, Giuseppe Patania.

Con le tre mostre si compie un passo verso l’obiettivo dichiarato dall’assessore Leanza: “Portare la Sicilia alla ribalta internazionale e attrarre flussi sempre crescenti di visitatori”. Non solo. Il soprintendente per i Beni culturali e ambientali di Catania, Gesualdo Campo, fa osservare come le iniziative promosse siano uno “strumento della ricomposizione di storia e identità siciliane” anche “per sentire più vicina la storia e comprendere arti e costumi dei singoli popoli in rapporto di pari dignità, senza il quale non può esservi la prospettiva di pace a base di quella interculturale euromediterranea”. Viaggio intorno ad otto millenni di gioielli e ornamenti femminili con “Pulcherrima Res” in mostra dal 19 dicembre al 21 gennaio 2010, alla chiesa di San Francesco Borgia, in via dei Crociferi. Sono i monili del passato in gran parte trovati in Sicilia. Ideata e curata da Lucina Gandolfo selezionando pezzi delle raccolte del Medagliere del Museo Archeologico palermitano Antonio Salinas, arriva a Catania dopo l’esordio di Palermo (2005) e la tappa di Siena (2007).

Il pubblico potrà ammirare 460 preziosi reperti in oro, argento, bronzo, vetro e gemme intagliate di varie epoche, di fattura anche siciliana. La narrazione di ‘Pulcherrima Res’ comincia con i primi, semplici, monili preistorici realizzati con conchiglie e ciottoli, dono della natura, per giungere – attraverso i manufatti delle culture egizia, fenicio-punica, greca e romana – ai sontuosi gioielli di età bizantina, sofisticate opere d’arte in cui si esprime tutta l’abilità creativa degli orafi di quel periodo.

La mostra “Wunderkammer. I tesori di Palazzo Abatellis” (dal 19 dicembre al 9 febbraio 2010) è ospitata nelle sale della ex Manifattura Tabacchi, in piazza San Cristoforo. L’esposizione tratta dei tesori delle Wunderkammer, letteralmente la ‘stanza delle meraviglie’: una cinquantina di straordinari oggetti d’arte del Seicento e del Settecento appertenuti a nobili e monaci e provenienti dalla Galleria Regionale di Palazzo Abatellis a Palermo (in parte lì già esposti nel 2001). Curatore scientifico dell’esposizione di Catania è Giulia Davì, attuale direttore di Palazzo Abatellis.

Come nella Wunderkammer dei secoli passati – in genere studioli delle corti rinascimentali, delle ricche dimore nobiliari o delle biblioteche dei monasteri dove i collezionisti raccoglievano e custodivano gelosamente oggetti in grado di testimoniare la sintesi grandiosa tra arte, scienza e natura – a Catania saranno esposti naturalia, mirabilia e artificialia: ovvero suppellettili provenienti dalla natura (come corallo, avorio ed essenze pregiate), che destano meraviglia (come le conchiglie del nautilo decorate da miniature e motivi in argento) o rielaborazioni artistiche da parte dell’uomo (manufatti in vetro e ottone).

Domani si alzerà il sipario anche su “La Collezione Finocchiaro del Museo Civico di Castello Ursino”. In mostra moltissimi inediti fra gli oltre cinquanta dipinti della Collezione Finocchiaro che dal 20 dicembre fino al 21 marzo 2010 saranno esposti, per la prima volta tutti insieme, nel Castello Ursino di Catania. La mostra è a cura di Luisa Paladino.

La collezione Finocchiaro – originariamente costituita da 123 dipinti e oggi dimezzata da una lunga storia di dispersioni e oblio – è quella fondante del Museo Civico di Catania, essendo pervenuta al Comune nel 1826 per lascito testamentario del giureconsulto catanese Giovan Battista Finocchiaro, che l’aveva raccolta a Palermo, ove fu Primo Presidente della Gran Corte di Giustizia del Regno di Sicilia.

Fra i dipinti superstiti del Museo Civico – che testimoniano le predilezioni pittoriche dei collezionisti palermitani fra il Sette e l’Ottocento – figurano veri gioielli delle collezioni civiche: soggetti religiosi con incursioni nei generi mitologico, allegorico, del paesaggio, del ritratto, della battaglia e d’historia antica. In mostra opere di Polidoro da Caravaggio, Simone de Wobreck, Matthias Stomer, Pietro Novelli, Giacomo Lo Verde, Mattia Preti, Gaspare Serenario, Giuseppe Patania.

Con le tre mostre si compie un passo verso l’obiettivo dichiarato dall’assessore Leanza: “Portare la Sicilia alla ribalta internazionale e attrarre flussi sempre crescenti di visitatori”. Non solo. Il soprintendente per i Beni culturali e ambientali di Catania, Gesualdo Campo, fa osservare come le iniziative promosse siano uno “strumento della ricomposizione di storia e identità siciliane” anche “per sentire più vicina la storia e comprendere arti e costumi dei singoli popoli in rapporto di pari dignità, senza il quale non può esservi la prospettiva di pace a base di quella interculturale euromediterranea”.

fonte adnkronos

Arabia, “eroina” e fuorilegge


Sfida il divieto di guida e salva molti

Una ragazzina ha sfidato il divieto di guida per le donne in Arabia Saudita, ha preso il fuoristrada del padre e con l’ausilio di una corda ha salvato i suoi familiari e diverse altre persone intrappolate dall’acqua per le alluvioni che hanno colpito a fine novembre il Paese del Golfo. Lo riferisce la stampa saudita, che fa risalire l’episodio al 25 novembre, quando Malak Al-Mutairy, guidando il suv di papà, è diventata una vera eroina.

Nella regione pianeggiante della Qous Valley, vicino a Gedda, la ragazzina, secondo quanto scrive il sito online del quotidiano in lingua inglese “Arab News”, si è munita di una corda, è salita alla guida del suv Gmc del padre, l’ha parcheggiato in un punto elevato e, con l’acqua fino alla vita, si è avvicinata il più possibile al padre e al fratello che, in piedi sul tettuccio della loro auto, stavano per essere sommersi dall’acqua. E’ riuscita quindi a gettare loro un capo della fune, di cui ha poi legato l’altro capo al verricello della jeep, e ha trainato l’auto fuori dall’acqua.

“Ho dovuto sfidare la terrificante alluvione e la pioggia per salvare mio padre perché nessuno rispondeva alle sue grida di aiuto”, ha detto la ragazzina.

Ma sulla stessa strada c’erano altre automobili sommerse con altra gente che chiedeva aiuto e Malak, senza ascoltare il padre che la supplicava di non rischiare, ha compiuto la stessa operazione diverse volte, trainando fuori dall’acqua alta altre otto automobili. Una donna ha raccontato che se non fosse stato per l’intrepida ragazza sarebbe annegata con il marito e le figlie.

fonte tgcom

Rugby, Gareth Thomas fa outing: “Sono gay”


thomas, leggenda del britannico, ex capitano del , entrato nella storia della palla ovale dei ‘’ per essere stato il primo giocatore a tagliare il traguardo delle 100 caps, in un’intervista al ‘Daily Mail’ confessa di essere .

“Il è lo sport più duro. Io sono un giocatore di . E sono . Non voglio essere identificato come un giocatore omosessuale. Prima di tutto sono un giocatore di . Sono un uomo”.

“Il è lo sport più ‘macho tra quelli maschili. Questo regala un’immagine ai giocatori – afferma Thomas -. Il per molti versi è barbarico. Non avrei potuto fare senza prima essermi affermato come giocatore e senza essermi guadagnato il rispetto sul campo – continua l’ex ala gallese, che ritiene di aver scelto “il momento giusto” per uscire allo scoperto -. Il era la mia passione, la mia intera vita e non ero pronto a rischiare di perdere tutto ciò che ho amato. Capita di essere : quello che faccio quando chiudo la porta di casa mia non ha nulla a che fare con ciò che ho conquistato in campo”.

“E’ diffcile essere l’unico giocatore di livello internazionale pronto a rompere il tabù – confessa -. Guardando i numeri, non posso essere l’unico. Ma non ho notizia di altri omosessuali ancora in attività. Sarei felicissimo se, nell’arco di 10 anni, questo non fosse più un argomento da affrontare nello sport. Sarei felice se la gente dicesse: ‘E allora?’ – aggiunge Thomas che proprio in Nazionale ha fatto il primo parziale.

Merito del tecnico . “In qualche modo – racconta il giocatore – se ne era accorto. Mi ha portato in infermeria, ha chiuso la porta e io gli ho detto tutto. Dopo aver tenuto tutto segreto per tanto tempo, mi sono sentito sollevato”. Johnson ha suggerito di rivelare la notizia ai compagni più fidati. “L’ho detto a Stephen Jones e a Martyn Williams. Ricordo che, mentre li aspettavo in un locale, ero terrorizzato e mi chiedevo cosa mi avrebbero detto. Poi sono arrivati, mi hanno dato una pacca sulla spalla e mi hanno detto: ‘Non ci importa. Perché non ce l’hai detto prima?’”.

Thomas ha dovuto fare i conti con problemi ben più gravi a casa. Il matrimonio con la sua ex moglie, Jemma, è ovviamente naufragato. “Mi sentivo solo e depresso. La mia vita stava andando in pezzi. Io e Jemma ci stavamo separando, avevo paura del futuro e di essere un single. Andavo a vedere la spiaggia dalle scogliere vicino al nostro cottage. Pensavo solo a saltare e a farla finita”.

Thomas, 35 anni, soprannominato dai suoi tifosi “The Ayatollah”, è entrato nella storia del della propria nazione il 26 maggio del 2007 quando con le sue 93 presenze in nazionale ha superato l’idolo di casa, Gareth Llewellyn. Durante la Coppa del Mondo del 2007 ha poi raggiunto quota 100 con i ‘’. Ha giocato 3 anni in Francia con il Tolosa e nel 2007 è rientrato in patria.

da www.blitzquotidiano.it

La nostra vita


“Perché sprecare la vostra vita rincorrendo acquisizioni che non
sono importanti quanto la vita stessa? Se pensaste prima alla
vita che è in voi, al fine di proteggerla e conservarla nella
più grande purezza, avreste sempre maggiori possibilità di
realizzare i vostri migliori desideri. È proprio la vita
illuminata, rischiarata, intensa, che può darvi tutto.
Dal momento che avete ricevuto la vita, credete di poterne
disporre a vostro piacere… Eh no! Quando avrete lavorato per
anni per soddisfare le vostre ambizioni, un giorno vi
ritroverete talmente sfiniti, stanchi, che se fate un bilancio
di ciò che avete ottenuto e di ciò che avete perso, vi
accorgerete di aver perso quasi tutto e guadagnato pochissimo.
Vi sembra intelligente?… D’ora in poi, sforzatevi di lavorare
unicamente per abbellire la vostra vita, purificarla,
santificarla. Solo la vita pura, armoniosa, intensa, può
riuscire a toccare, nelle regioni sottili dello spazio, delle
correnti, delle entità che verranno ad aiutarvi e ad ispirarvi.”

Omraam Mikhaël Aïvanhov