Una tibia rotta fa pensare


di Franco Bomprezzi

Un anno difficile per il sottoscritto. Prima due mesi in ospedale, maggio e giugno, adesso quaranta giorni quasi sempre a casa con un gambaletto gessato che mi blocca la tibia destra, fratturata per una banale caduta, mentre comunque la gamba sinistra è regolarmente dentro il tutore ortopedico. Insomma, mai come adesso sono a pieno titolo una persona con disabilità.

Ma soprattutto, in questo anno, mi sono avvicinato forzatamente alla condizione esistenziale di quelle persone, e sono tante, che vivono in una situazione di quasi immobilità e che dunque sono costrette a organizzare il proprio tempo in casa o comunque entro quattro mura.

Comprendo dunque meglio di prima il disagio che si può provare, quando la giornata, per lunghi tratti, viene vissuta in solitudine e apparentemente senza uno scopo preciso, se non quello del soddisfacimento delle funzioni fondamentali e di routine. Ho anche sperimentato, sia pure in forma minima, la necessità di un aiuto domiciliare, e dunque il rapporto con una persona estranea che entra nella tua esistenza, e nella tua intimità.

Nulla di paragonabile, ovviamente, con la condizione delle persone totalmente non autosufficienti, che dipendono anche per le minime operazioni vitali dall’intervento di altre persone, familiari, badanti, assistenti domiciliari. Ma quanto basta per pormi in un’ottica diversa, meditando sul senso della vita, sul da farsi.

E mi sono reso conto di quanto sia fondamentale, essenziale, mantenere attive le relazioni interpersonali. Non è così importante che siano relazioni di prossimità fisica o virtuali. E’ decisivo che vi siano queste relazioni, perché implicano piccoli progetti di vita, obiettivi condivisi, battaglie comuni, sentimenti simili, quella che una volta si chiamava, letteralmente, “compassione”.

Il social network, i blog, la posta elettronica, skype, il telefono cellulare, la televisione satellitare, la tv digitale,la musica, i libri, le riviste, la scrittura, sono gli strumenti della sopravvivenza spirituale e mentale. Ognuno di questi strumenti non deve diventare esclusivo oppure ossessivo. Un piccolo consiglio per chi vive in quasi clausura: aprire la porta di casa agli amici, invitare le persone a incontri anche brevi, miscelare il virtuale e il reale, farsi ogni giorno un piano di vita, senza esagerare, ma comunque cercando di avere un giusto amore per se stessi e per la realtà, per i propri cari, per le persone che sono sicuramente migliori di quello che a volte sembrano.

Questa condizione di quasi immobilità può e deve diventare una risorsa per se stessi e per gli altri. Ogni vita è preziosa, e irripetibile. Le persone con disabilità stanno imparando a uscire dal vittimismo e dalla pretesa di essere sempre capiti, anche quando si diventa scorbutici e acidi. E stanno scoprendo le opportunità di un mondo, che fra mille contraddizioni riesce comunque a essere assai migliore di quello di una volta.

Quando ero bambino, immobile più di adesso, non avevo certo a disposizione una tastiera di opportunità così ampia, e ora non mi lamento, e vivo questa parentesi tranquilla accarezzando il gatto, i ricordi, e vivendo il presente con serenità.

da www.vita.it

“Di notte”


di Francesco dal carcere di Augusta

Se di notte tendo l’orecchio

odo il tuo canto

intrecciarsi alla poesia delle stelle:

e il tuo soave richiamo

mi copre come una coltre

in un gelido inverno;

e come flutti di un mare lontano

che lusingano le sponde della mia mente,

i ricordi

mi rendono dolce l’amara esistenza.

Se di notte chiudo gli occhi

sento il tuo sguardo adagiarsi su di me

come rugiada che si posa sull’erba;

e “vedo i tuoi occhi

splendere come petali di luna

e brillare come pulviscolo di stelle.

Di notte

immagino la spiaggia dei tuoi silenzi

e il battito d’ali delle tue parole;

scopro nella tua pazienza

la quiete dell’albero brullo che attende la fioritura,

e nel tuo sorriso

il tepore primaverile che accarezza il volo della rondine.

Di notte, ogni notte,

vorrei poter fermare il tempo

per impedire all’alba

di portarti via da me !

La carne debole di Pompei


di Orso di Pietra

I giornali lo hanno definito un “vero e proprio sfregio”, una offesa “alla città della Madonna”, un oltraggio che oltre tutto si consumava a poche decine di metri dal Santuario mariano. Così è scattata una operazione salvifica che ha impegnato in maniera considerevole la polizia che ha messo sotto sequestro dieci alberghi ed arrestato una decina di persone accusate di aver organizzato un giro di prostitute destinato ad intrattenere i pellegrini dalla carne debole e dal testosterone forte. Tutto questo a Pompei. Dove gli scavi hanno messo in evidenza che molto prima dell’arrivo di Santa Romana Chiesa si sovrabbondava in carne debole ed in testosterone forte. Ma non è che già che c’era la polizia ha sequestrato anche la Villa dei Misteri e gli affreschi erotici dei lupanari degli antichi?

da www.opinione.it

Colpo gobbo a Napoli: è stato rubato l’albero di Natale


Doveva essere l’albero dei desideri, sul quale appendere biglietti di desideri e speranze, letterine e frasi d’auguri. Un abete di sei metri, che avrebbe impreziosito la celebre Galleria Umberto I, a Napoli, in pieno centro. Ma i ladri, un po’ come il Natale, quando arrivano, arrivano.

E devono averlo organizzato bene, il blitz notturno, con tanto di camion per il trasporto. Così, stamattina, la città si è trovata orfana dell’albero, che sarebbe stato presto addobbato e che, da ieri, era posizionato all’interno della Galleria, uno dei fiori all’occhiello della metropoli borghese. Qualcuno se l’è portato  via con un’operazione chirurgica al cuore – non solo metaforico – della città.

Un furto che ha già poco illustri precedenti: nel 2002 l’albero fu rubato e ritrovato dopo qualche giorno dopo nei Quartieri Spagnoli. Andò forse addirittura peggio qualche anno dopo, nel 2005, quando fu incendiato in Galleria.

Stamattina, in attesa che l’albero rubato venga adeguatamente sostituito, un emblematico biglietto rosso riassumeva lo spirito tradito di una città che vorrebbe reagire, ma che è sempre più incredula: «Caro Babbo Natale, fa che coloro che hanno fatto questo scempio e tutti i loro simili possano diventare sterili e quindi non poter produrre più altra spazzatura. Questa città e la stragrande maggioranza della gente che purtroppo non ha voce merita di più». E quel qualcosa non arriverà sotto l’albero, purtroppo.

da www.napoli.virgilio.it

Carceri: UIL PA, a Firenze sventato suicidio di detenuta 22enne


 “L’immediato intervento dell’unica poliziotta penitenziaria in servizio presso la sezione femminile del carcere di Firenze Sollicciano, questa notte alle 3.15 circa, ha salvato la vita ad una 22enne detenuta bulgara che aveva posto in essere un tentativo di suicidio mediante impiccagione tramite un foulard in suo possesso”. A riferirlo e’ il segretario generale della Uil Pa Penitenziari, Eugenio Sarno.

“Credo -aggiunge il sidacalista- che una qualche preoccupazione debba suscitare la condizione per la quale una sola agente e’ preposta, nel servizio notturno, alla sorveglianza di 107 detenute e 7 bambini . Una sola unita’, infatti, deve sorvegliare la Sezione Giudiziaria, la Sezione Penale, l’ asilo nido e la consolle transito”.

“Cio’ e’ quanto capita non solo a Firenze ma a Roma, a Pozzuoli, a Milano, a Genova, a Trieste, tanto per citare i casi piu’ gravi di deficienze organiche di personale femminile. Tutto cio’ -conclude Sarno- mentre decine e decine di poliziotte sono impiegate nei palazzi del potere romano con compiti indefiniti. Risorse ed energie inopinatamente sottratte al servizio operativo di prima linea, su cui il Capo del Dap avrebbe il dovere morale di intervenire”.

da www.libero-news.it

“Ergastolo: fine pena mai”: riflessioni di Francesco dalla sezione del carcere di Augusta che oggi fa lo sciopero della fame


“Non vogliamo martiri ma siamo disposti a soffrire! Ma essere ergastolani è come essere morti prima di morire. Si muore tutti i giorni per tornare di nuovo a morire ancora e di nuovo ancora…!”

Una testimonianza forte che ci deve far riflettere sullo stato in cui vivono, oggi, circa 200 persone condannate all’ergastolo.

La richiesta di abolizione della pena dell’ergastolo appartiene alla cultura giuridica e civile democratica. Al problema, ancora oggi, non si è dato tuttavia un diretto sbocco a livello costituzionale poiché si ritiene che esso deve essere affrontato e risolto dal legislatore ordinario nell’ambito di una revisione del sistema delle pene.

Nella V e VI legislatura, in sede di riforma della parte generale del codice penale, il Senato della Repubblica aveva sancito l’abolizione della pena dell’ergastolo ma la riforma non aveva potuto, per la fine delle rispettive legislature, essere presa in considerazione dalla Camera dei Deputati. Nel 1981 fu tenuto il referendum, proposto da tutti, su questo argomento e di cui è noto l’esito.

Nella XIII legislatura il disegno di legge di abolizione dell’ergastolo fu approvato in Senato. Le ragioni che si collocano a fondamento della prospettiva dell’abolizione sono note :”l’ergastolo è una pena inumana che toglie all’uomo la speranza, che confligge in modo inconciliabile con il principio costituzionale della finalità rieducativa della pena”.

I detenuti ergastolani, oggi anno 2009, aspettano ancora una risoluzione a tale pena. Il nostro sistema prevede ancora una specifica forma di pena del tutto incompatibile con l’ordinamento costituzionale, con numerose prescrizioni di norme cogenti di diritto internazionale nonché con il paradigma essenziale dello Stato di diritto.

L’ergastolo è una pena forse peggiore della pena di morte: in un caso si ammazza tutto, nel secondo si rispetta il corpo e si ammazza la personalità. Era già chiaro ai compilatori del codice penale francese del 28.09.1791 che, pur prevedendo la pena di morte, avevano abolito l’ergastolo ritenuto, molto più della pena capitale, “disumano, illegittimo, inaccettabile” nella misura in cui rende l’uomo “schiavo”, realizzando di fatto un’ipotesi di servitù coatta legittimata in nome di una pretesa superiore e inviolabile ragion di Stato.

L’ergastolo comporta, in primo luogo, una palese violazione del principio di umanità della pena di cui all’art. 27 comma 3 della nostra Costituzione nonché nella misura in cui, analogamente alla pena capitale cui del resto il diritto romano assimilava l’ergastolo, priva il condannato per sempre del suo status inalienabile di persona come tale parte dell’ordinamento giuridico e solo temporaneamente assoggettabile a misure privative della libertà personale, legittime unicamente nella misura in cui siano funzionali al reinserimento sociale del reo.  Ne consegue, pertanto, l’illegittimità di una pena quale quella dell’ergastolo che, in ragione del suo carattere perpetuo, priva il condannato di ogni possibilità di reinserimento sociale attribuendo così alla sanzione criminale la sola funzione di neutralizzazione, stigma e negazione eperenne al reo del suo status di persona.

Tale pena esprime significativamente la funzione di “stigmatizzazione” attribuita all’ergastolo, pena esemplare quanto infamante, disumana quanto pre-moderna.

Inoltre il carattere fisso ed immodificabile della comminatoria edittale dell’ergastolo viola palesemente i principi di eguaglianza-ragionevolezza, di proporzionalità tra reato e pena, di individualizzazione della sanzione criminale nonché di colpevolezza per il fatto.

Il divieto di irrogazione di pene contrarie al senso di umanità e lesive della dignità umana, il carattere necessariamente rieducativo della pena, i principi di proporzionalità tra reato e pena sono, del resto, parametri cogenti di legittimità della sanzione penale, sanciti come tali anche da numerose norme di diritto internazionale e sopranazionale.

Ne consegue, quindi, la necessità giuridica, politica e morale di abolire una pena contraria ai principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale dello “ius cogens” di matrice internazionalistica  sopranazionale ma, soprattutto, con il paradigma costitutivo dello Stato di diritto quale sistema politico fondato sul rispetto dei diritti umani e delle garanzie e libertà fondamentali, veri e propri parametri e, a un tempo, limiti di legittimità dell’esercizio statuale del potere punitivo.

Quindi ritengo che sia doveroso dire che se le cose stanno così o la politica cambia la Costituzione oppure l’ergastolo è anticostituzionale e lo è ancor di più dopo la sentenza 135/2003 che ha stabilito che gli ergastolani con reati che rientrano nell’articolo 4bis primo comma, primo periodo della legge 26 luglio 1975 n°354 (cioè quasi tutti) non potranno mai uscire dal carcere e dunque non si può parlare del fine rieducativo della pena.

In questi casi l’ergastolano è come il pesce che vive in un acquario aspettando la sua fine senza poter comunicare a nessuno le sue sofferenze. “Al pesce manca ogni mezzo di comunicazione con noi e non può destare la nostra compassione. Il pesce boccheggia anche quando è sano e salvo nell’acqua. Persino la morte non ne altera l’aspetto. Il suo dolore, se esiste, celato perfettamente sotto le sue squame (Italo Svevo)”.

Già nel Medioevo la clemenza era un atto da cui sovrano traeva consenso, oggi invece i politici cavalcano il giustizialismo che rende in termini elettorali ma se a fermare i politici nell’abolire l’ergastolo è l’ipotesi che il detenuto possa commettere un nuovo reato, dovrebbero portare fino in fondo il giustizialismo approvando leggi per mettere fine alle inutili vite degli ergastolani. Quando molti di loro dicono di essere contrari alla pena di morte e, allo stesso tempo, si dicono contrari all’abolizione dell’ergastolo “non solo sono bugiardi ma sono anche bilingue”. Per loro “la pena null’altro è, a questo grado di civilizzazione, se non il comportamento normale contro l’odiato, reso inerme, soggiogato nemico il quale ha perduto non solo ogni diritto e cautela, sibbene anche ogni possibilità di grazia; dunque la festa del “vae victis” in tutta la sua spietatezza e crudeltà (F.Nietzsche – Genealogia della morale)”.

Premesso che la vendetta soggettiva delle vittime dei reati va compresa, non può trovare giustificazione la “vendetta dello Stato” che non può essere ritenuta una riparazione al reato. Se si ritiene valido l’art. 27 della Costituzione, lo spirito di vendetta dopo tanti anni è ingiustificato nei confronti di persona che sono cambiati “intenzionalmente”.

Si può e si dovrebbe cercare di cambiare il futuro dei condannati all’ergastolo guardando e giudicando il loro presente. Non è giustizia tenere una persona dentro una cella per una vita intera senza speranza, non serve a nessuno. Con l’ergastolo non si vive ma si sopravvive senza speranza e senza sogni e vivono senza speranze e senza sogni i familiari del condannato.

Detto questo la mia idea è quella di abolire l’ergastolo e spero che nella coscienza civile sgorghi come un fiume in piena la condivisione di tale pensiero:

–      Perché le anime degli ergastolani sono costrette a vivere vite in bilic tra speranze e delusioni

–      Perché la vita senza la speranza non è vita

–      Perché è un’agonia che dura un’intera vita

–      Perché è solo la banalità della vendetta

–      Perché ci si trova a scontare una pena sadica e crudele che appaga una serie di fobie

–      Perché è un itinerario perverso dentro l’intimità dell’individuo

–      Perché è una pena di morte camuffata

–      Perché la libertà per un ergastolano è un orizzonte che non vedrà mai

–      Perché la pena dell’ergastolo mangia l’anima, il corpo, il cuore e l’amore del condannato e dei propri familiari

–      Perché una pena come l’ergastolo non sarà mai in grado di fare giustizia

–      Perché la società, reagendo al male con il male dell’ergastolo,non fa altro che creare altro male

Allora, dato che la politica e i politici non avranno mai il coraggio di abolire l’ergastolo perché i grossi partiti sanno bene che cavalcare l’onda giustizialista rende in termini elettorali.

E dato che alcuni politici si prendono anche gioco degli ergastolani affermando in TV che con la pena dell’ergastolo, dopo pochi anni, si ritorna liberi, e noi sappiamo bene che non è così.

In previsione dell’approvazione dei nuovi codici da parte del Parlamento che prevedono l’abolizione dell’ergastolo e una generale rivisitazione delle pene,

chiedo a voi, lettori di questo sito, con estrema serietà e piena coscienza se:

–      È vitale restituire agli ergastolani e alle loro famiglie una speranza che li farebbe sentire di nuovo vicini e protagonisti positivi

–      Di avere la certezza di fine pena, di poter avere anche loro, gli ergastolani, un calendario nella cella per sognare e segnare con una crocetta i giorni, i mesi, gli anni che passano

–      E che la pena sia rieducativa com’è scritto nella Costituzione. Ma se la loro vita deve finire in carcere a che serve un percorso di rieducazione?

E’ ovvio, e loro sanno che non è facile da ottenere, per tanti motivi ma vogliono che dell’ergastolo si parli nuovamente e seriamente e che siano date loro risposte chiare e responsabili, risposte a loro e ai tanti sono loro vicini, di credere in un’altra vita.

Aspettando i vostri pensieri in questo sito Francesco vi saluta e vi lascia riflettere.

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