Giustizia: così si muore di sotto organico in un carcere minorile


di Sofia Basso

Ci sono posti dove le carenze di personale non si traducono in lunghe attese ma possono costare la vita. È il caso delle carceri minorili, dove i buchi di organico superano il 15 per cento. “Sia a livello di educatori sia di polizia penitenziaria – denuncia Bruno Brattoli, capo del dipartimento della giustizia minorile – la scopertura di organici in alcuni casi è marcata. Su mille agenti penitenziari previsti, ne abbiamo solo 850. Sono necessari sforzi ulteriori, non solo per umanità ma perché la pena deve tendere alla rieducazione. Non si tratta di soldi di serie B ma di serie A, a compimento dell’interesse collettivo”.

Quest’anno sono stati già due i ragazzini che si sono suicidati mentre erano sotto la custodia dello Stato: il 25 luglio si è tolto la vita un diciannovenne rinchiuso nell’istituto penale per minori di Bari; il 17 novembre è stata la volta di Yassime, un marocchino di 17 anni che si è impiccato con un lenzuolo nella doccia del Meucci di Firenze. Due sui circa 500 ragazzi detenuti in tutt’Italia (per il 94 per cento maschi).

Perché se gli adolescenti tra, i 14 e i 17 anni che compiono reati sono 18mila, quelli che finiscono dietro le sbarre sono meno di un terzo. Circa la metà di loro sono stranieri, denuncia il capitolo sui minori del rapporto 2009 di Antigone: per gli immigrati “la detenzione rimane ancora lo strumento privilegiato di controllo e di sanzione”, mentre gli italiani riescono a evitare la prigione grazie a prescrizioni, permanenza in casa o collocamento in comunità.

“Il carcere minorile in Italia – osserva Antigone – appare riservato a tre categorie di persone qualificate da una condizione di emarginazione economica, sociale, culturale: gli stranieri, i cosiddetti “minori nomadi” e i minori provenienti dalla aree disagiate del Meridione”. Un percorso che per gli autori del rapporti “smentisce gli intenti professati dalla riforma del 1988”, che aveva scelto un indirizzo garantista rafforzando i meccanismi di messa alla prova e di mediazione.

Per Brattoli la giustizia minorile ha funzionato bene ma bisogna investire “ulteriori energie professionali ed econo-miche”, perché “ci vuole un’attenzione assidua”. A differenza degli adulti, i detenuti ragazzini non stanno quasi mai in cella, spiega il capo del dipartimento dal suo ufficio alla Balduina, Roma nord: si spostano dai laboratori di computer alle aule per la scolarizzazione di base, dai campi di pallone ai luoghi della formazione professionale. Basta una distrazione, e qualcuno può tentare la fuga. In primavera le carceri minorili di Bologna, Firenze e Potenza hanno registrato sette evasioni, il 26 ottobre quattro giovani detenuti sono scappati dall’istituto di Airola (Benevento), e altri tre hanno tentato di fuggire dal Beccaria di Milano.

Uno dei problemi più difficili da gestire è quello del sovraffollamento perché non è prevedibile: “Il dipartimento tenta di arginarlo attraverso i trasferimenti, che a loro volta creano ulteriore sovraffollamento. Senza contare il fatto che lo spostamento dei ragazzi comporta un’ulteriore ricaduta negativa sui familiari e va fatto con l’accordo di tutti”. Su 18 istituti penali minorili (Ipm), quelli in funzione sono 16: quello de L’Aquila è stato evacuato dopo il terremoto mentre quello di Lecce è stato chiuso per ristrutturazione quando alcuni agenti penitenziari sono stati denunciati per abusi sui ragaz-zi. Presto, anticipa Brattoli a Left, sarà aperto un nuovo Ipm a Pontremoli, “di grande utilità per il Nord-ovest, perché alleggerirà il sovraffollamento negli istituti di Milano, Torino e Bologna”.

Anche la deputata Radicale Rita Bernardini, che a ferragosto ha visitato due carceri minorili (Nisida, in provincia di Napoli, e Casal del Marmo, in provincia di Roma), punta il dito sulle carenze d’organico: “Questi istituti sono migliori di quelli per gli adulti ma non adeguati alle necessità di ragazzi e ragazze, tutti più facilmente recuperabili. Mancano educatori e agenti. Spesso sono state ridotte anche le attività di formazione. Se non si investe di più, non si segue quel percorso privilegiato previsto per i minori”.

La deputata snocciola quelle che definisce le “cifre dell’emarginazione”: sui 50 detenuti di Roma, 34 erano stranieri e la metà era tossicodipendente. Se poi si aggiungono i rom, si ha un “chiaro spaccato dei disagi della società”. Per Brattoli, la ragione della sovra rappresentazione degli immigrati in carcere è legata anche al fatto che molte volte non hanno una casa o una famiglia e quindi le misure alternative spesso non sono applicabili. “Spesso chi compie reati viene da una condizione economica e culturale medio bassa ma la nuova delinquenza a volte prescinde dal censo e dalla cultura: è una forma di insoddisfazione che porta a delinquere non per necessità o nell’impeto ma, come nel caso del bullismo e delle piccole gang organizzate, per mancanza di valori fondamentali. Come i tre ragazzi del litorale romano che hanno dato fuoco a un clochard indiano”.

Brattoli è convinto che i suicidi siano essenzialmente legati alle carenza di organico: “Non si può, non si deve morire in carcere. Ma siccome non si tratta dì megastrutture è possibile agire con tempestività se i turni non sono troppo onerosi, troppo gravosi. Le evidenze di disagio vanno opportunamente seguite. Oltre ai casi di suicidio, ci sono anche verso la messa alla prova, ovvero con un percorso fortemente riabilitativo e rieducativo”.

Ad aumentare, spiega, non sono i reati dei minori ma la violenza con cui vengono commessi e quelli compiuti in gruppo: “I ragazzini, sempre più fragili, si rafforzano nella condotta deviante stando in più: sei o sette”. Sei tribunali italiani privilegiano la messa alla prova e impongono la pena detentiva solo nei casi più gravi, rimane il problema della mancanza delle strutture per minori con problemi psichiatrici.

“Spesso non sappiamo dove mettere i ragazzi borderline – denuncia la presidente del tribunale – non solo quelli del penale ma anche dell’area civile, tolti alle famiglie inidonee. Siccome le strutture adeguate sono poche, finiscono in centri con operatori inadeguati. In molti casi la fuga non è ostacolata perché la loro presenza rompe l’equilibrio con gli altri ragazzi. Una volta scappati, o li prendi o li hai persi per sempre. Saranno degli adulti sbandati, dei delinquenti, saranno degli sfruttati o sfrutteranno”.

Le poche strutture attrezzate sono sempre piene. Costano molto, perché ci vogliono operatori particolarmente preparati, “che sappiano agganciare il rapporto con ragazzi cresciuti per strada, che hanno avuto esperienze di abusi o maltrattamenti. Ragazzi sofferenti che non credono nell’adulto, non hanno fiducia, si fanno beffa. Se ci fossero più strutture, potremmo recuperare di più”.

Per i più piccoli, sottolinea Melita Cavallo, bisogna essere veloci a trovare una collocazione: “Ci vogliono idee chiare per decidere della vita dei bambini. Bisogna capire subito se la famiglia d’origine è recuperabile, altrimenti vanno dati in affido o in adozione. Non devono stare nelle case-famiglia più di un anno”. Se anche Brattoli ritiene che il processo penale minorile funzioni bene, chiede, però, che si agisca anche “sui tempi della giustizia”. Perché se una sentenza tardiva rischia sempre di essere inutile, coni ragazzi lo è per definizione.

da www.ristretti.it

 

 

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