A Brucoli (Augusta) recuperato un motore d’aereo della Seconda Guerra Mondiale


di Gianni D’Anna

Alle 10.35 il motore è affiorato dal fondo del mare dopo oltre 60 anni scoperto casualmente da un sub ,Aldo Podestà, che durante un’immersione ha notato il blocco motore. Questa mattina ,poco fuori, il canale di Brucoli, Aldo Podestà e Piero Bonomo, accompagnati in immersione dall’ammiraglio Andrea Toscano, hanno portato in superficie il reperto. “Il motore del aereo – spiega Aldo – era su un fondale relativamente profondo, circa otto metri, la prima volta mi ci sono imbattuto per caso durante una delle tante immersioni. Subito dopo essere sicuro di cosa si trattava ho avvertito l’amico Jano Di Mauro che ha avvertito la Marina militare nella persona dell’ammiraglio Toscano. Io stesso mi sono proposto per il recupero del motore ,e così e stato . Oggi assieme all’amico Piero abbiamo portato in superfice il relitto. Un ringraziamento particolare – conclude Podestà – va alla Eden Fish per aver messo a disposizione le attrezature e l’imbarcazione, alla Guardia costiera ausiliaria per aver curato il servizio fotografico nella persona di Jano Di Mauro”. Mattinata nuvolosa, mare poco mosso, nella zona di mare a Nord del Castello Aragonese , prima è spuntato il pallone con agganciata la corda a cui era stato legato il blocco motore tipo P XI RC40 marca Piaggio da quel pò che si è potuto distinguere. Il motore è stato sollevato a bordo con la gruetta di bordo, appena issato a bodo l’applauso dei presenti. Poi l’imbracazione ha fatto rotta verso la banchina della piazzetta del borgo marinaro dove ad attenderla c’era una piccola folla di curiosi. Il rperto è stato caricato a bordo di un mezzo meso a disposizione dalla Marina Militare e traportato presso la sede di Mari Sicilia ad Augusta. Adesso verrà custodito e controllato dagli studiosi del museo della piazzaforte per una valutazione storica e tecnica. In tanti si chiedono : ma il resto dell’aereo dove si trova?

Notizie storiche:
Se le indicazioni sono esatte, da una prima ricognizione, si tratterebbe di un motore molto comune nel periodo della II guerra mondiale, a partire dal 1938 fu montato su diversi veivoli della Regia viazione :Breda Ba.88 , idrovolanti CANT Z.1007, Caproni Ca.135, Piaggio P.23R, Piaggio P.32, Piaggio P.50 II,Reggiane Re.2000 Savoia-Marchetti S.M.79 II, Savoia-Marchetti S.M.84.Il Piaggio P.XI era un motore radiale 14 cilindri a doppia stella raffreddato ad aria. Fabbricato dalla Rinaldo Piaggio S.p.A. su licenza della francese Gnome et Rhône.
da www.augustaonline.it

Atti vandalici contro le chiese fiorentine


“Non appena calano le tenebre il deserto”. Queste parole di Don Silvano Seghi, parroco della chiesa di San Giovanni Battista, descrivono limpidamente il clima da Bronx che caratterizza l’area ex manicomiale di San Salvi dove sorge la sua parrocchia. Proprio questa atmosfera fa da sfondo all’atto vandalico che, nel weekend, ha distrutto e incenerito il portone della chiesa.

Ignoti hanno prima sfondato una vetrata e poi, con del liquido infiammabile, hanno dato fuoco al portone d’ingresso. Ma non si sono fermati qui. In seguito hanno spaccato la porta a vetri di un locale adiacente e hanno incendiato due armadietti utilizzati dal personale di una ditta di pulizie che lavora per l’Asl, che nell’area occupa alcuni padiglioni. C’è da dire che non è la prima volta che qualcuno tenta di entrare vandalicamente nella chiesa di San Giovanni Battista. “Altre volte i ladri si erano limitati a penetrare nella sagrestia o nel magazzino dove vengono tenuti oggetti e suppellettili.

Nel corso degli anni sono stati sottratti tappeti, statue del presepe, addirittura degli incensieri. In chiesa, però, non erano mai riusciti a entrare. Lo stesso deve essere successo anche l’altra notte: hanno provato a forzare una finestra per entrare dentro la chiesa, ma non essendoci riusciti hanno pensato bene di dar fuoco al portone” ha aggiunto il parroco. Per ora si suppone che i responsabili siano abusivi, forse anarchici.

Ma nel finesettimana è stato preso di mira anche il Duomo. “Invano si lava il Duomo se non si lava l’anima” c’era scritto su uno striscione affisso a tre metri da terra, poi rimosso, sull’impalcatura montata per lavori di pulitura su una delle facciate. Probabilmente una forma di protesta contro la Chiesa fiorentina agitata nelle settimane scorse dal caso Don Santoro? Questo non ci è noto. E’ certo però che ultimamente stanno aumentando gli atti vandalici nei confronti delle chiese fiorentine. Forse non è il caso di parlare di allarme, ma tra cittadini e fedeli cresce la paura e l’insicurezza.

da www.firenze.virgilio.it

Coma. Lo credono un vegetale per 23 anni, capiva tutto


di Gabriella Meroni

L’incredibile storia di un belga di 46 anni apre interrogativi sconvolgenti sul 40% dei casi di apparente stato vegetativo

Rom Houben è un belga che oggi ha 46 anni. Nel 1983 ebbe un terribile incidente stradale, che gli provocò lesioni tali da far pensare ai medici che fosse scivolato in coma. In effetti, dal 1983 al 2006 Houben non diede segni di coscienza: era paralizzato, muto, incapace di comunicare con l’esterno. Ma il suo cervello funzionava perfettamente, e il povero ragazzo, che oggi è un uomo, era in grado di capire tutto ciò che accadeva intorno a lui. L’uscita dal tunnel, come riferisce la Bbc che ha realizzato un servizio filmato sul caso, è datata solo 2006: tre anni fa infatti i medici dell’università di Liegi hanno sottoposto il paziente a un innovativo esame dell’encefalo da cui è emerso che il suo cervello, ritenuto morto, era quasi completamente funzionante.

Da parte sua Houben, che oggi comunica digitando le parole su una tastiera elettronica, dice di essersi sentito arrabbiato e impotente per molti anni, ma poi di aver imparato a convivere con la situazione. «Gli altri avevano una certa idea di me, un’idea piuttosto patetica», ha detto al giornalista della Bbc che l’ha incontrato. «Io sapevo quello che avrei potuto fare. Ma ho imparato ad avere pazienza e ora finalmente sono tornato su un piano di parità con gli altri». La madre di Houben, Fiona, ha dichiarato di aver sempre saputo che il figlio poteva comunicare. «Non è un depresso, ma un ottimista», ha detto la donna. «Vuole ottenere il massimo dalla vita». Il caso del «falso comatoso» ha scosso il Belgio, sollevando molti interrogativi su quanti casi di apparenti stati vegetativi non siano in realtà tali. Quanti pazienti ritenuti in coma – è la domanda che rimbalza sui media – sono in realtà prigionieri dei loro corpi, e disperati per l’impossibilità di inviare segnali al mondo? Secondo alcuni esperti, intervistati dalla Bbc, circa il 40% delle persone «in stato vegetativo» in seguito a esami approfonditi rivelano segni di coscienza. da www.vita.it

Giulia La Rosa: ritratto di una jazz singer siciliana – Giulia La Rosa: Portrait of a Sicilian jazz singer


di Daniela Domenici

Abbiamo rivolto alcune domande a Giulia La Rosa per conoscere un po’ più da vicino questa formidabile cantante jazz.

–      Ogni tanto vieni a esibirti a Catania come lo scorso 19 febbraio all’Enola Jazz Club, come mai?

–      Catania è la mia città d’origine anche se vivo ormai da 17 anni a Roma ed è sempre rimasta dentro di me; non appena se ne presenta l’occasione torno volentieri a esibirmi qui. E’ una grande emozione per me cantare nella terra dalla quale provengo. Significa ridare alla mia terra le vibrazioni che mi ha donato dalla mia nascita.

–      Da quanto tempo canti?

–      Iniziamo dicendo che la musica è sempre stata presente sin dalla mia più tenera infanzia nella mia famiglia d’origine; i miei genitori avevano un palco al Teatro Massimo Bellini, il tempio catanese della lirica, e quindi sono cresciuta respirando musica lirica. Sono stata fortunata per essermi ritrovata in un ambiente musicalmente curato, ero piccola e ascoltavo Bach, Chopin, Duke Ellington, Brian Auger, modelli di ascolto che mi hanno lasciato un’impronta. Ho iniziato a cantare durante l’adolescenza ma non subito musica jazz, diciamo che le mie prime esibizioni canore sono state di blues. Poi verso i 25 anni quella che sarebbe diventata poi la mia maestra, Rosalba Bentivoglio, ascoltando la mia voce mi ha spronato a iniziare nel campo del jazz e da quel giorno, e sono passati più di 20 anni, non mi sono più fermata.

–      Cos’è, per te, cantare e, soprattutto, questo tipo di songs?

–      Per me cantare jazz è far emergere il mio vero “sé”, è un modo per rapportarmi al pubblico, per avvicinarmi a lui, per dare emozioni, è una maniera di esprimere la mia vera anima. Entrare nell’interpretazione…”the way of feeling” ò la mia caratteristica espressiva…come un anello che fonde la parola alla nota musicale…diventando un unico colore. La Musica può metterci in contato con esperienze passate e prefigurare un futuro migliore. Nel Jazz le imperfezioni, gli errori possono aggiungere sfumature e personalità alla musica diventando un momento di grande insegnamento. L’improvvisazione jazzistica è un momento di elaborazione di una matrice tematica dalla quale…fuoriescono delle varianti che ti ricongiungono al punto di partenza.

–      Per noi “profani” puoi provare a spiegare cos’è una “jam session”?

–      La magia di unire cuori sconosciuti. Quando è notte fonda…la scena si svolge in un qualsiasi posto al mondo…dove i musicisti swingano fino al mattino. Sali sul palco, suona quello che senti…annunci un pezzo…stacchi il tempo e la gente incomincia a sorridere…i musicisti iniziano un viaggio…tra le note insieme a te. Benvenuti ad una jam session!…un sassofonista sbuca fuori non si sa da dove…la sezione ritmica può rimanere…una cantante…si insinua tra le note…e diventiamo ubriachi di swing finchè non sorge il sole.

–      So che hai vissuto lunghi periodi all’estero; pensi che queste esperienze ti abbiano arricchito anche nel campo del jazz?

–      Ogni nazione ha una propria anima…ed è così che esiste la possibilità di decodificare uno spirito jazzistico diverso da un altro ma che diventa un unico colore…il colore del jazz…il colore della libertà.

http://www.myspace.com/larosagiulia

http://www.youtube.com/watch?v=u6Tg47VxCy8

Bambini. Una libreria innovativa apre a Bagnoli


di Antonietta Nembri

Si inaugura a Napoli mercoledì 25 novembre alle ore 11.00 aleph@book, la nuova libreria specificamente rivolta a bambini e ragazzi, aperta dall’impresa sociale Aleph Service del gruppo Gesco con il marchio Farepiù, che promuove originali iniziative imprenditoriali per l’inserimento nel mondo del lavoro di persone svantaggiate.

Dopo il primo market solidale a chilometro zero in via Poggioreale, aleph@book è la seconda iniziativa del genere sul territorio napoletano. Si trova in via Giusso 11/13 a Bagnoli, nei pressi dell’Istituto Alberghiero.
In un periodo di crisi per l’editoria e in una città in cui le poche esperienze di librerie per ragazzi sono state costrette a chiudere dalla concorrenza dei megastore generalisti, aleph@book vuole rappresentare una scommessa del mondo sociale verso i più giovani e anche un’opportunità di inserimento lavorativo per alcuni di loro che provengono da condizioni di svantaggio sociale.

aleph@book propone libri di narrativa per bambini e ragazzi, materiale di cancelleria e informatico. Inoltre mette a disposizione dei giovani un internet point gratuito in alcune fasce orarie e promuove nei suoi spazi iniziative di musica e di animazione, a partire dalla stessa giornata inaugurale. Nel pomeriggio di mercoledì (dalle ore 16.30) si terrà infatti una festa aperta alla partecipazione di tutti i bambini e ragazzi del territorio e alle loro famiglie, con giochi realizzati dagli operatori della cooperativa Terra e Libertà , una merenda pomeridiana fornita dalla cooperativa Zenzero   e un ottimo caffè del circuito equo e solidale offerto dalla cooperativa Altro Mondo.
Parteciperanno all’inaugurazione il presidente di Aleph Service Luca Sorrentino; il presidente del gruppo Gesco Sergio D’Angelo; l’assessore all’Istruzione, Formazione e Lavoro della Regione Campania Corrado Gabriele. Interverrà come testimonial l’attore Patrizio Rispo.

da www.vita.it

 

Pronto soccorso per i peluches a Napoli


Funziona tutto come in un vero e proprio pronto soccorso: ci sono i medici con il camice, ci sono le visite e anche la diagnosi. I pazienti, però, sono un po’ fuori dalla norma visto che si tratta di pupazzi. Accade a Napoli dove i bimbi potranno far ‘curare’ i loro ‘amici di gioco’. Dove? Nel primo Pronto Soccorso al mondo per animali di peluche.

Si trova all’interno del Parco Zoo di Napoli e due, spiegano gli organizzatori, sono gli obiettivi che si ha intenzione di raggiungere: diffondere l’amore per gli animali, quelli veri, ed educare i più piccoli al riciclaggio e al riutilizzo, anche delle cose vecchie. “Ormai i nostri bambini sono abituati a buttare subito il giocattolo che si rompe – spiega Francesco Emilio Borrelli, presidente dell’associazione ‘Watchdog’ che ha ideato l’iniziativa insieme all’amministratore del Parco Zoo, Cesare Falchero – invece devono rendersi conto che un pupazzo rotto si può aggiustare e, quindi, riutilizzare”.

Il pronto soccorso funziona così: il bimbo porta il suo animale di peluche, il medico lo visita e fa la diagnosi. Se l’aggiusto è cosa di poco conto viene fatto in tempo reale, altrimenti si ritira il ‘paziente’ il giorno dopo quando ai bimbi viene anche consegnato l’attestato di ‘Amico degli animali’, in questo caso quelli veri. Al bimbo vengono, infatti, consegnate le dieci regole del giovane animalista.

Il punto prima recita così: “Ricorda sempre che chi non sa amare gli animali, non sa neppure amare le persone”. Nel giorno del debutto oggi sono stati circa dieci i bimbi che hanno portato al pronto soccorso i propri pupazzi che saranno curati dal personale dell’Ospedale delle bambole, diretto da Tiziana Grassi. “E’ una iniziativa unica e talmente originale – spiega Falchero – che già siamo stati contattati da altre parti del mondo per realizzare progetti simili. Siamo felici di dare ai nostri bambini un messaggio positivo e di amore dopo le tristi vicende che abbiamo letto in questi giorni legate ai baby neomelodici che cantano di sesso, violenza e camorra”.

fonte ANSA

Mai più soli, una guida per i detenuti


di Paola Pioppi

CAPIRE DOVE si è finiti, quali sono i punti di riferimento e le procedure, come chiedere e a chi. Poterlo fare nella propria lingua, abbattendo le distanze tra chi non ha padronanza dell’italiano e chi deve, con difficoltà, dare le minime coordinate a chi finisce in carcere per la prima volta. Un problema reale, che al’interno della casa circondariale di Como è cresciuto assieme alla percentuale di popolazione straniera, giunta ormai al quaranta per cento.

LA «GUIDA per i detenuti di Como», presentata ieri all’interno del Bassone, è il risultato di un progetto nato tre anni fa, a cui hanno collaborato dieci detenuti e uno staff di cui hanno fatto parte la Cooperativa Questa Generazione e l’Auser, realizzata graficamente dal Centro Stampa Bassone. Si tratta di un volume destinato ad essere consegnato a chi entra in carcere per la prima volta, in cui sono racchiuse le informazioni essenziali per orientarsi, per capire quali sono le procedure, le figure a cui fare riferimento, le leggi essenziali, il personale, le attività e il lavoro all’interno dell’istituto. Il tutto realizzato in sette lingue in considerazione del numero di stranieri presenti – italiano, inglese, francese, spagnolo, albanese, rumeno, russo, arabo – a cui si aggiungono le versioni pronte in pdf di turco e cinese.

PER ORA ne sono state stampate mille copie, distribuite in tutto il carcere e a disposizione di chi farà ingresso in futuro. «È una guida transculturale – ha spiegato Mauro Imperiale, responsabile dell’area educativa, realizzata con l’aiuto di educatori e mediatori. È uno strumento di comunicazione per avvicinarsi al nuovo giunto, in un momento di adattamento alla vita carceraria». Dario, detenuto che lavora al centro stampa e che ha realizzato l’impaginazione della guida, ha spiegato che «è un progetto nato attraverso il confronto, senza distinzione tra detenuti, educatori, operatori penitenziari: confronto che non è una cosa scontata all’interno di questa realtà, dove ognuno ha i suoi ruoli e doveri, ma nonostante ciò è stato possibile fare un lavoro sinergico. Abbiamo creato un gruppo di persone di diverse etnie e culture, con una capacità comune: condividere l’ascolto reciproco, essere capaci di guardare al prossimo e prodigarsi per lui.

INIZIATIVE di questo genere devono avere la precedenza, perché attraverso l’impegno per la realizzazione di un bene comune, una persona ha la possibilità di crescere e di cambiare». Dal pubblico, uno dei detenuti è intervenuto ricordando che all’interno della guida si faceva riferimento a servizi che spesso sono carenti o inaccessibili all’interno del carcere: «È vero – ha risposto Federica Pisani – educatrice che ha fatto parte del progetto – ma questa guida non è una soluzione ai problemi. Serve piuttosto a individuare le criticità e a cercare di risolverle».

da www.ilgiorno.ilsole24ore.com