Punire o educare?


Una ridotta infinità di norme, una legge troppo particolareggiata uniforma “tutti” a uno stereotipo e l’uomo diventa un burattino tirato dai fili della legge, al punto che si può arrivare al paradosso di una legge che non ha niente a che fare con la “morale” e che, addirittura, diventa un “tracciato per i soprusi”.

Consentitemi di dire che non credo che la punizione serva a chi è andato contro le regole. Esprime la paura di una società di una società che vuol mostrare i propri “muscoli”, che crede nella “pedagogia della durezza”.

“Se fai questo ti rovino” e può arrivare alla pena di morte. Così un giudice diventa forte quanto un Dio. È difficile tuttavia pensare a una “norma” senza un provvedimento nel caso venga tradita. Riproporrebbe la concezione del “buon selvaggio”, capace di autocontrollo e ciò sa di utopia.

Bisogna mantenere il principio della punizione ma, bisogna tener presente che ci sono punizioni più gravi del delitto perché non consentono di “rimediare”. Sono contrario alla pena di morte e all’ergastolo.

Nel primo caso si ammazza tutto, nel secondo si rispetta il corpo e si ammazza la personalità. E crede che il carcere debba essere un luogo di educazione e avere, dunque, le caratteristiche delle “istituzioni educative” attente a tirare fuori dall’uomo ogni elemento che gli permetta di diventare più utile alla società. Il carcere come “camicia di forza”, come “immobilità” per non fare del male e pura follia, è antieducativo.

Senza considerare l’assurdo di un luogo dove si accumula la criminalità, che ha un potere endemico maggiore di un virus influenzale.

L’assembramento di chi è contro la legge è già di per se controproducente, mi piace di più il principio di risarcimento: se uno è andato contro la legge ed ha provocato un danno, nei limiti del possibile, deve poterlo risarcire. E’ vero, vi sono delitti che non ammettono un risarcimento proporzionato (come quando si ammazza) ma anche in questi casi è possibile trasformare l’assassino in una persona che dedica gran parte della propria vita ad aiutare chi è rimasto solo ed abbandonato.

Mi rendo conto di alcune ingenuità insite in questa mia affermazione, pur tuttavia sento che questa modalità è molto più produttiva sul piano riabilitativo di qualsiasi sistema di punizione.

Mi affascina il discorso sull’educazione, sulla formazione dell’uomo a rispetto delle regole è la maniera migliore per impedire e prevenire il crimine. Ogni società deve convincersi che è meglio investire in educazione che spendere in punizione.

La società italiana di oggi spende poco per educare mentre è “dilapidata” dal costo per “carceri, polizia e magistratura”.

Perché non spendere in educazione? Perché non si fa in modo di arricchire i detenuti invece che abbrutirli ancor di più dopo che si sono abbrutiti nel delitto?

Lo stato dovrebbe fare delle carceri il “luogo” più evoluto in quanto ci sono degli uomini da correggere invece è un groviglio di inefficienza e frustrazione.

Il primo segno dell’impegno educativo è la promozione della cultura, il diritto come dovere la cultura come pedagogia dell’errore.

La cultura è tutto quando nasce dall’uomo e serve all’uomo e, assieme all’educazione, sono i punti principali dell’uomo che ha bisogno di imparare avendo anche qualcosa da insegnare.

Azioni capaci di trascinare nel rispetto dei “principi condivisi”.

La giustizia nel nostro paese non deve essere un illusione non si sotterrano le coscienze nel “ferro e cemento” ma, evidentemente, antropologicamente siamo ancora dei primitivi.

La nostra società non può rimanere sorda a questo tema.

Tutti gli organi di competenza devono comprendere che l’indirizzo è quello di incamminarsi verso un carcere dalla fisionomia trattamentale.

Un carcere dove tutti partecipano attivamente e fattivamente a soddisfare i bisogni e le istanze dell’uomo detenuto, il quale dovrà essere consapevole e cosciente della propria soggettività.

Ecco che cosa bisogna fare: ridare una coscienza a chi credeva di averla persa.

 Francesco Antinolfi dal carcere di Rossano, maggio 2007 (attualmente in quello di Augusta)

dal sito www.yairaha.org

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