Giustizia: l’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà… è qui


di Luciana Scarcia

Ci sono le norme scritte a regolare le condotte collettive e ci sono i comportamenti delle persone in carne e ossa. Le norme scritte dicono che il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto della dignità della persona; deve essere favorita la collaborazione dei condannati e degli internati alle attività di osservazione e di trattamento; dall’osservazione del comportamento si deve desumere una schietta revisione critica del passato criminale… e la sincera volontà di partecipare all’opera di rieducazione e di inserirsi nella società civile, accettandone legalità e valori.

Dunque nelle norme e nei regolamenti penitenziari trova forma il principio costituzionale del fine rieducativo della pena: si operi per restituire alla società un individuo che abbia fatto proprio il valore o, almeno, la convenienza della legalità.

Ma allora in quale pianeta, in quale cultura accadono fatti come la morte di Stefano Cucchi o quelle per cause da accertare (forse le stesse della prima) o i numerosi suicidi? A quali logiche rispondono quei fatti? Quale sistema di valori sta dietro i pestaggi? Che cosa, dentro la mente degli individui, legittima la noncuranza che, protetta dalla burocrazia, si trasforma in disumanità e disprezzo della vita umana? Perché davvero deve trattarsi di una cultura e di un pianeta lontani qualche galassia dalla nostra civiltà democratica. Un pianeta in cui l’esistenza di leggi comuni non costituisce un vincolo di coerenza tra principi dichiarati e azioni quotidiane. Ma nel nostro mondo siamo sicuri che questa coerenza sia ancora di moda?

In effetti il carcere è un pianeta lontano, un luogo estremo in cui sono concentrate le conseguenze ultime dei mali sociali e le categorie più deboli, gli “indesiderati”. È questa funzione di discarica sociale che rende quel luogo talmente difficile e complesso da offrire un alibi morale che tacitamente autorizza a infischiarsene delle norme scritte.

Ma, per favore, non parliamo di mele marce, così come è doveroso dire che sono molti coloro che si impegnano nel loro lavoro con serietà e umanità. Il punto è la gigantesca mole di inadempienze a tutti i livelli: la “discarica sociale” resta pur sempre un’istituzione dello Stato che, in quanto tale, avrebbe l’obbligo di porre in essere tutto quanto necessario per applicare le norme (formazione e motivazione del personale, verifica dei risultati, controllo); ma questo non avviene, né qui né altrove. E allora la questione esce dalle mura del carcere e investe la politica, la società tutta e la sua cultura.

Se dentro il carcere accadono fatti che rivelano addirittura la sospensione dei diritti inalienabili della persona, c’è da chiedersi quanto il rispetto di quegli stessi diritti sia diffuso e radicato nel sentire comune della gente “normale”, quanto quel principio sia riconosciuto come fondante la stessa identità collettiva e quanto, infine, il singolo ne faccia un criterio guida della sua condotta perché nel rispetto dell’altro (anche quando questi sia un “indesiderato”) è in ballo il rispetto della propria stessa dignità. C’è da chiedersi insomma se in chi ha responsabilità di gestione della cosa pubblica ci sia davvero intenzionalità nella difesa dei valori democratici oppure se dobbiamo prendere atto del fallimento.

E qui vengo al problema che mi riguarda in quanto volontaria che in carcere propone la scrittura come una delle attività che “accompagnano” un percorso di crescita e cambiamento del detenuto. Nella drammatica situazione in cui sono le nostre carceri, di fronte a casi così tragici e inquietanti, ha senso continuare a credere nel principio della rieducazione? È diventato un lusso buono per tempi migliori? O, peggio, è ipocrisia pensare di contribuire al cambiamento e reinserimento del detenuto nella comunità civile quando la comunità diventa meno “civile”? Ben altro è ciò che serve?

Mi vengono in mente le parole che Calvino, ne Le città invisibili, mette in bocca a Marco Polo per suggerire al Gran Khan un modo per non soffrire dell’inferno dei viventi: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. Trasferendo il senso di queste parole agli interrogativi appena posti, mi dico che continuare a ricercare nell’inferno del carcere le forme che può assumere la speranza di cose migliori è uno dei modi possibili per non accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo.

da www.innocentievasioni.net

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