Cruciverba e puzzles fanno dimagrire


di Matteo Clerici

Non solo pesi, corsa o piegamenti. Si possono consumare calorie anche risolvendo cruciverba, facendo il sudoku o ricomponendo puzzle. Lo sostiene una ricerca di Tim Forrester, pubblicata da “Cannyminds,” sito web dedicato all’esercizio della mente.

Secondo Forrester e colleghi, un’attività celebrale intensa consente di aumentare il metabolismo e bruciare fino a 90 calorie l’ora, buttando giù peso da fianchi e glutei.

Spiega Forrester: “Il nostro cervello richiede 0,1 calorie ogni minuto semplicemente per sopravvivere. Quando facciamo qualcosa di impegnativo come un puzzle o un quiz siamo in grado di bruciare 1,5 calorie ogni minuto”. Ad esempio, se la soluzione di un puzzle complicato prende 2 ore si consumano 180 calorie, cioè poco più di quelle contenute in un sacchetto di patatine (175), e poche meno di un litro di birra (182).

Secondo gli studiosi, il potere dimagrante di sciarade ed anagrammi vari è legato al funzionale del cervello. Questo è formato da milioni di neuroni che trasmettono messaggi al corpo. Per poter svolgere tale compito (tramite la creazione di neurotrasmettitori) i neuroni utilizzano tre quarti del glucosio e un quinto dell’ossigeno del sangue.

Se perciò il cervello viene messo “sotto pressione” (come appunto accade per i giochi di abilità intellettuali), tale organo spinge i neuroni ad aumentare la richiesta ed il consumo di glucosio.

 NOTE FINALI, per approfondire:

www.cannyminds.com

da www.newsfood.com

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Il Rinascimento? Tutto partì dal viaggio di un esploratore cinese


Ad innescare il fu la flotta dell’ammiraglio cinese , salpata alla volta dell’Europa durante il regno di : ad affermarlo è , ex comandante di sottomarini della Marina inglese, attraverso il libro “1434″.

aveva grande interesse a rimpinguare le proprie casse moltiplicando i commerci con le esportazioni, dalle ceramiche più pregiate fino alle conoscenze enciclopediche: per questa ragione organizzò una spedizione a , all’epoca considerata l’epicentro dei commerci.

Gavin, già autore del best seller “1421, l’anno in cui la scoprì il mondo”, lancia la provocatoria ricostruzione storica attraverso un’indagine condotta in più Continenti con la metodologia di un investigatore privato ed afferma, accompagnando attraverso il libro il lettore nei luoghi, di avere le prove.

Il punto di partenza dell’indagine storica sono le dettagliate mappe che possedeva , frutto di esplorazioni risalenti al 1280. Quelle cartine erano basate sul fatto che – come afferma uno studio dell’Università di Xiamen pubblicato quasi in contemporanea con il libro – i cinesi erano in grado di misurare longitudine e latitudine con una notevole approssimazione rispetto alla realtà.

È proprio grazie a questa cartografia molto avanzata che quando assegna a Zeng He il compito di salpare verso gli consegna la mappa che consente di attraversare via nave l’Egitto quattro secoli prima della costruzione del .

All’epoca c’era solo un piccolo canale navigabile solo tra giugno e settembre a causa dello straripamento del Nilo. Grazie a questo passaggio, che l’autore di “1434″ ricostruisce attraverso le mappe di Google Earth, Zeng He riesce ad arrivare nel Mediterraneo e a fermarsi a , un’isola che si trova nell’Adriatico ed oggi croata, non distante da .

Menzies come metodo di analisi e per dimostrare che le sue teorie sono vere, ha perlustrato e vi ha trovato espressioni mongole nel dialetto locale nonché impronte cinesi nell’agricoltura attorno ai villaggi di Vrbanj, Svirce e Bogomolje dove uno studio del Dna dei residenti ha svelato la presenza di particolari cromosomi che distinguono in genere le popolazioni di origine cinese e vietnamita.

A portare quindi la prima mappa del globo in Croazia fu proprio l’esploratore cinese: questa mappa fu poi copiata dal veneziano Albertin di Virga e ritrovata per caso da un antiquario viennese a Srebrenica, in Bosnia, nel 1911.

Da , la flotta imperiale è sbarcata a : per provarlo, secondo l’autore del saggio, è un dipinto di Pisanello, datato fra il 1433 e il 1438, conservato a Verona, nel quale è raffigurato con dovizia di particolari un ammiraglio mongolo con l’uniforme dell’epoca assieme a soldati cinesi, bufali d’acqua tipici dell’Asia e soprattutto delle navi le cui sembianze sono assai simili a quelle di Zheng.

Per essere sicuro di poter considerare il dipinto la «prova decisiva», è andato al museo del Louvre, a Parigi, incrociando la raffigurazione dell’ammiraglio mongolo con altre della stessa epoca.

Nella seconda parte del libro, viene descritto l’impatto dell’arrivo di in Italia, la cui delegazione incontrò tanto il Doge che, in occasione di una tappa romana, il Pontefice Eugenio IV.

A documentare gli incontri, sarebbero tre prove: le carte geografiche, i da Vinci e la ristrutturazione dei canali acquatici della Lombardia.

Fra le mappe vi sono quelle servite a Martin Alonso Pinzon, capitano della spedizione di Colombo che scoprì le Americhe, a varcare l’Atlantico perché adoperò una carta disegnata dall’astronomo fiorentino Paolo del Pozzo Toscanelli che a sua volta aveva consultato le mappe di .

Secondo l’autore poi, le ruote addentellate delle catene mobili, delle macchine volanti e dei cannoni mobili ed altre illustrazioni tratte dal Codice di Madrid e dal Codice Atlantico disegnate da Leonardo sono assai simili a quelle fatte da Su Sung nel 1090 e da Shan Hai Kuag Chu nel II secolo.
 

Altri disegni cinesi descrivono anche l’arte della canalizzazione dell’acqua che a seguito dell’arrivo delle navi cinesi a venne ripetuta in Lombardia, attorno all’area di Milano, con il risultato di collegare Pavia e il fiume Po in maniera da creare le condizioni per le coltivazioni di riso, che fino a quel momento non esistevano nella Penisola.

L’ipotesi di un altamente influenzato da questo viaggio cinese sembra molto affascinante ma, per ammissione stessa dell’autore, non è in grado di ricostruire come e quando i componenti delle delegazioni cinesi trasferirono le loro conoscenze a Roma, e Firenze.

Il libro insomma è una ricostruzione di decine di scoperte conosciute come risorgimentali ma che sarebbero state portate in Italia dal Lontano Oriente grazie al viaggio realmente accaduto dell’ammiraglio cinese.

da www.blitzquotidiano.it

Venti tirocini per l’inserimento lavorativo dei disabili mentali


Da domani l’avvio dei primi cinque con attività teoriche e pratiche

CATANIA – Venti tirocini formativi finalizzati all’inserimento lavorativo dei soggetti con disabilità mentale: è questa l’iniziativa che vede in prima linea il Nucleo interventi di rete del Dipartimento salute mentale (Dsm) dell’Asp Catania, nell’ambito di un progetto finanziato dall’assessorato regionale alla Sanità, per il miglioramento dell’assistenza a favore dei soggetti affetti da malattie mentali.

Dopo un’attenta selezione da parte del gruppo di lavoro del Nucleo interventi di rete – costituito dal responsabile Roberto Ortoleva e da Eleonora Romano e Gisella Summa – domani, martedì 1 dicembre, verranno avviati i primi cinque tirocini presso i centri di formazione Anfe (Associazione nazionale famiglie degli Emigrati) e Iraps (Istituto di ricerche e applicazioni psicologiche e sociologiche) di Catania e provincia.

I venti partecipanti, dieci con precedente esperienza lavorativa e dieci che per la prima volta si affacciano nel mondo del lavoro, saranno coinvolti in un percorso della durata di sei mesi: alla formazione teorica curata dall’Iraps – che si occuperà anche delle attività di organizzazione, avviamento e tutoraggio dei corsi – saranno affiancate le attività pratiche, che riguarderanno le mansioni di front-office, di operatori di segreteria e tecnici della logistica. L’Asp Catania provvederà ad un compenso mensile di 250 euro per tutti i tirocinanti. «Il gruppo del Nucleo interventi di rete – spiega il dott. Ortoleva – ha effettuato la selezione attraverso i colloqui preliminari, la somministrazione di schede sul bilancio delle competenze, per i tirocinanti con esperienze pregresse, e test specifici. L’obiettivo è formare e valorizzare le abilità dei pazienti, offrendo loro l’opportunità concreta di acquisire gli strumenti utili per integrarsi nel sistema lavorativo».

«Anche la formazione è una forma concreta di assistenza – afferma il direttore generale Asp Catania Giuseppe Calaciura – rivolgere la giusta attenzione alle categorie più svantaggiate è un segnale importante: la complessità del mondo lavorativo rende necessario seguire i pazienti con disabilità mentale passo dopo passo nel loro inserimento socio-lavorativo. L’iniziativa dei tirocini formativi rientra infatti nel quadro più ampio delle attività che l’Azienda sanitaria provinciale ha già realizzato e continuerà a mettere in campo, per garantire l’assistenza e la tutela necessarie».

Carceri, proteste contro il sovraffollamento


Sabato alla Dozza stoviglie e pentole contro le grate
da domani anche le detenute faranno azioni analoghe

Il carcere della Dozza
Continuano le proteste dei detenuti contro il sovraffollamento nel carcere della Dozza di Bologna: se da sabato si sono verificate battiture di stoviglie e pentole contro le grate (ma anche lanci di alcune bombolette di gas da campeggio), da domani sera faranno sentire la propria voce anche le detenute della sezione femminile, anche loro sbattendo contro le sbarre dopo le 20.45. Ad annunciarlo è il Circolo Chico Mendes di Bologna, da sempre attento alla Dozza e attivo sulla tematica del carcere. Intanto, il coordinatore della la sigla della Uil che rappresenta la guardie, Domenico Maldarizzi, fa sapere che la situazione è molto tesa, ma finora è stata «tenuta sotto controllo dalla polizia penitenziaria». Tuttavia, avverte Maldarizzi, «il personale, che si adopera per gestire le emergenze e le criticità, non potrà certo reggere a lungo». Ecco perché, se da un lato la Uil si augura che le proteste non sfocino in una «degenerazione violenta», dall’altro fa appello a «chi ha competenze amministrative e politiche del sistema penitenziario» affinchè «si decida seriamente a fare qualcosa e non a limitarsi ai soliti annunci». La protesta dei detenuti, spiega Maldarizzi, «va avanti da sabato e trae origine dalle invivibili condizioni della Dozza che si protrae da circa un anno ormai». Nel carcere, la presenza di detenuti oltre il limite regolamentare «costringe la Direzione a prevedere materassi per terra: a fronte dei 494 posti regolamentari, a Bologna sono ristretti circa 1.180 detenuti con una percentuale di sovraffollamento di oltre il 137%».

IL CARCERE PIU’ AFFOLLATO D’ITALIA – Se il sovraffollamento è una piaga comune a tutte le regioni d’Italia, l’Emilia-Romagna è in cima alla classifica, con un surplus pari al 90,32%, spiega Maldarizzi. E il carcere di Bologna è «l’istituto più affollato d’Italia. I numeri parlano da soli – continua il sindacalista – e le condizioni di sofferenza del personale di Polizia penitenziaria pesantemente sott’organico non hanno più bisogno di commento». All’allarme lanciato più volte dai sindacati, l’Amministrazione penitenziaria ha risposto solo con «indifferenza, silenzio ed immobilismo» dice Maldarizzi. Il sindacalista conclude: «Noi stiamo monitorando la situazione ed esprimiamo sia al personale di Polizia penitenziaria che alla Direzione di Bologna la nostra vicinanza e totale solidarietà per i difficili momenti che è costretto ad affrontare ogni nel più completo abbandono e in una tristissima solitudine».

 da www.corrieredibologna.corriere.it

Colpevole di vivere: amore e morte in “Diceria dell’Untore” al Teatro Verga di Catania


di Antonella Sturiale

Lo dobbiamo proprio ammettere: non ci siamo nemmeno accorti che il sipario, dopo circa un’ora e trenta dall’inizio dell’atto unico, si era chiuso dopo una scena di grande pathos emotivo. Ieri al Teatro Verga di Catania l’adattamento teatrale del romanzo di Gesualdo Bufalino, Diceria dell’untore, ci ha fatto vibrare l’anima in un gioco di amore e morte, paura ed ansia, sfida e fede. L’impeccabile regia di Vincenzo Pirrotta ha convinto un pubblico dalle età più disparate. Abbiamo assistito, alquanto piacevolmente meravigliati, a sguardi di bambini completamente catturati dalla bravura degli attori sul palcoscenico supportati da una scenografia e dagli essenziali costumi di Giuseppina Maurizi, dalle musiche di ampia e trepidante atmosfera di Luca Mauceri, i movimenti volutamente robotici a scandire attimi di effimera vita di Alessandra Luberti, direttore degli allestimenti e luci di Franco Buzzanca. Al centro del palco una scala dove risaltano scritte bianche in cima alle quali una pedana fa da simbolico balcone al mondo esterno: Enzo Di Stefano è l’attento direttore del palcoscenico.

Il regista dello spettacolo, che abbiamo applaudito in “Terra Matta” come attore intenso, emotivamente toccante, si è ritagliato in “Diceria dell’untore” la parte del Gran Magro, anziano primario del sanatorio “la Rocca” dove approda Colui che dice io, l’Io narrante appunto, della commedia, malato di tbc come tutti gli altri personaggi. Il suo è un Gran Magro a tratti clownesco, cinico e diretto quanto basta per fare della malattia dei ricoverati quasi una soluzione ai problemi, ai dilemmi più inestricabili della vita stessa.

Non è stato facile fare del romanzo di Bufalino la prima trasposizione teatrale per vari motivi, primo fra tutti, la lingua sofisticata, barocca e marcatamente metaforica utilizzata dall’autore. Quest’ultimo racconta il conflitto incontenibile tra amore e morte radiografato dalla tarlante e beffante realtà della malattia che conduce inesorabilmente al decesso tra indicibili sofferenze. Lo stesso Gran Magro – Pirrotta dirà: “Altri non siamo che OMI: fibromi, melanomi, leucomi, sarcomi…”.

Siamo nell’estate del 1946. L’Io narrante, un reduce colpito dalla tbc, arriva al sanatorio “La Rocca” e lì incontra, oltre al Gran Magro, la giovane Marta segnata marcatamente dalla violenza della guerra e della patologia contratta. I due giovani si innamorano senza speranza, vivono un amore sofferto, trepidante, spruzzato dal sangue della disperazione. Inoltre incontriamo gli altri personaggi, coinquilini del lazzaretto di Bufalino: Sebastiano, incattivito, chiuso, aggressivo ventottenne segnato dal dolore della perdita della sorella; veste i suoi panni il bravo, intenso, coinvolgente Giovanni Argante. Giovanni Calcagno è Padre Vittorio, un prete che mette in discussione la sua fede in Dio sfidando il Cielo in una iterata sfida, un grido carico di amarezza e rabbia: “Dove sei, fatti vedere”. Paradossalmente sarà il protagonista a riconvertirlo infine alla fede cristiana, proprio lui che vede il mondo attraverso un quasi materialismo illuministico. Ma Dio c’è e non permette lui le sofferenze sulla terra. Le vorrà proprio l’uomo? E’ questo che l’autore lascia sottilmente trasparire. L’attore Giovanni Calcagno ci ha davvero commossi, ci ha coinvolti pienamente nel suo profondo dolore. La sua performance è molto fisica: il battere la croce sulla spalla mette terrore, consapevolezza fino al culmine della rottura del legno come in atto di spezzare il legame con l’immanenza, con l’enigma dell’aldilà.

Nel piccolo ma incisivo ruolo di Adelina, la prostituta della Kalsa, ritroviamo Vitalba Andrea dal dialetto marcato e dalla gestualità molto esplicita come il personaggio richiedeva. E’ con lei che il protagonista si sente “Untore” perché la donna è facente parte della schiera dei sani, dei privilegiati. Il senso di colpa infuoca l’anima del malato che si contorce a terra febbricitante. Gli altri ricoverati della Rocca sono bravi attori del calibro di: Luca Mauceri, Plinio Milazzo, Marcello Montalto, Salvatore Ragusa, Alessandro Romano che cambiano costumi convulsamente ed ordinatamente. I musicisti che si intravedono in trasparenza al di là del sottoscala sono i bravissimi: Mario Gatto (fisarmonica, clarinetto, sassofono, basso, tastiere), Salvatore Lupo (violino, violoncello, basso), Michele Marsella (chitarra classica, basso, tastiere), Giovanni Parrinello (percussioni, basso, elettronica).
Potente e struggente la voce di Nancy Lombardo nel ruolo di Latomia, la ragazza della città. La giovane e diafana Marta ha il volto di Lucia Cammalleri, commovente ed a tratti sfuggente amore dell’Io narrante. Brava nel mostrare le fragilità della giovane età di fronte ad una realtà atroce: quella dell’imminente morte. Un passato di violenza da parte di una persona molto più anziana di lei, una nomea che ne ha calpestato la dignità umana. Molto brava soprattutto nella parte finale quando la sua vita cede finalmente alla morte liberando il refrigerio dell’anima.

Abbiamo lasciato, infine, il protagonista, l’Io del romanzo magistralmente interpretato da Luigi Lo Cascio. L’intensità della sua espressione vissuta, la grandiosità della sua naturale mimica, i monologhi lunghissimi affrontati con la giusta intonazione, con le giuste movenze, ci emozionano e ci fanno assaporare ripetutamente il brivido del mistero della vita, nell’amore come nella morte, restituendoci il giusto valore delle cose che ci circondano.

La colpevolezza del protagonista sta proprio nella sua insperata guarigione quasi a scapito dei compagni di “disavventura”. Ma lui, suo malgrado, è guarito e continua a vivere: un disegno voluto da chi?

Sicuramente da quel Dio che non vuole la sofferenza ma la permette soltanto per trasformare in forza la nostra debolezza.

A Napoli hanno chiesto il “pizzo” al parroco per i lavori della chiesa


La non fa sconti a nessuno nemmeno alla Chiesa. Il di , nei Quartieri Spagnoli, nel cuore di Napoli, ha denunciato una richiesta di per i lavori di ristrutturazione della chiesa. lo ha fatto dall’altare, durante la celebrazione della messa di domenica 29 novembre. La storia è stata raccontata in esclusiva sul Mattino.

«Hanno chiesto il alla mia chiesa, ma io ho detto no – ha riferito don Mario – Ho deciso di rifiutare perchè i soldi che servono per il restauro della parrocchia li avete donati voi fedeli. Se avessi pagato quella tangente lo avrei fatto con i soldi vostri. E poi l’ho fatto per i bambini, per loro sarebbe stato un cattivo esempio».

La tangente era stata chiesta in precedenza agli operai del cantiere. Finora mai qualcuno si era azzardato a chiedere il direttamente a un .

da www.blitzquotidiano.it

 

Lettera a Mago Zurlì


di Daniela Domenici

Caro Mago Zurlì,

sono una bambina… di 52 anni, anzi, come dice una mia cara amica, ho un concentrato di 50 bambini dentro e sono così anche grazie a te…

Tu e Topo Gigio mi avete regalato colore, musica, sorrisi per tutta la mia infanzia, quando la TV era ancora in bianco e nero, negli anni ’60, la tua dolcezza, la tua simpatia, il tuo essere bambino dentro, come me, ti ha fatto diventare il mio Mago preferito, anzi, l’unico, che sapeva sempre come parlare ai bambini che venivano a cantare lì, allo Zecchino d’Oro, all’Antoniano di Bologna, aiutati dalla grande Mariele e dall’inimitabile Gigio, il topo più tenero mai creato.

Sono cresciuta tra un “Pesciolino rosso nella sua vasca di cristallo” e un “Valzer del moscerino”, tra un “Popoff nella steppa sconfinata” e una “Minicoda di moda tra i gatti”, tra un “Caro nonno Asdrubale a cui dai una spinta” e una “Zia Peppina e il suo caffè”, tra “Un milione di anni fa la giraffa, l’elefante e il bassotto” e “Cirillo curiosone che aveva un gran nasone”…mi hanno fatto rimanere bambina dentro nel modo più bello e giusto possibile…GRAZIE A TE sono diventate ninnenanne per i miei figli al posto di quelle classiche…

Caro Mago Zurlì, ti prego, non farti ferire dalle cattiverie degli “adulti” che non hanno capito la tua vera anima, torna tra noi al più presto possibile…

TI ASPETTIAMO INSIEME A TOPO GIGIO E A TUTTI I BAMBINI COME ME…J