Violenza: se la città difende gli stupratori di Benedetta Verrini


violenza sulle donneMontalto di Castro si schiera con il branco. La Casa delle donne: «La vittima paga sempre il prezzo più alto»

 

«È terribile ma è uno schema che conosciamo: la vittima ha turbato l’ordine di una comunità, per questo paga un prezzo altissimo, la condanna sociale e la distruzione della sua credibilità». Alla Casa delle Donne di Bologna, associazione impegnata nell’assistenza sociale e legale delle donne che subiscono violenza, leggono con rassegnato sconforto gli sviluppi, non solo processuali, della vicenda di Montalto di Castro.

La storia è nota: un intero paese si è messo dalla parte del branco, 8 ragazzi (alcuni oggi maggiorenni) che nel 2007 violentarono una ragazzina 15enne al termine di una festa di compleanno. Dopo la decisione del Tribunale di adottare per tutti la misura della messa alla prova, con una sospensione del processo per due anni, la vittima non trova pace. E il branco è già stato riabilitato: dopo che il sindaco si è addirittura occupato di pagare le spese legali, i responsabili trovano lavoro e piena solidarietà da parte della cittadinanza. Un reportage del Corriere della Sera riporta dichiarazioni raggelanti. Il pensionato: «Avrei fatto la fila con loro». Il carabiniere: «Perché ha parlato solo un mese dopo?».

«Gli stupratori sono giovani integrati e figli di famiglie conosciute. Prevale il maschilismo e la vittima soccombe in un rapporto di forza in cui l’opinione pubblica si forma su una conoscenza superficiale e odiosi stereotipi», commenta Elsa Antonioni, operatrice della Casa delle Donne. In un caso di stupro la vittima si trova in una situazione di fragilità drammatica «sia a livello personale, che sociale, che processuale», prosegue la Antonioni. «Nel processo contano molto il lavoro e le impressioni degli investigatori. Se non vengono raccolte prove sufficienti la causa, che può essere istruita entro 6 mesi dall’accadimento, rischia di essere archiviata. Le prove oggettive, d’altra parte, spesso non ci sono e il branco approfitta della situazione per effettuare testimonianze di copertura reciproca. Ma c’è di più: la vittima è anche testimone, per questo suo ruolo ha meno accesso alle indagini e può essere considerata non credibile se nella sua testimonianza emergono incongruenze. Sfido chiunque a essere lucido e coerente riguardo a un evento così choccante e drammatico».

Ma nel fatto di Montalto scatta anche qualcosa di più: gli stupratori «hanno poco a che vedere con lo stereotipo dello stupratore, straniero, sporco, cattivo», nota l’operatrice. «Questo significa che l’opinione pubblica, in un paese così piccolo, si fonda su una conoscenza superficiale dell’accaduto, su un atteggiamento maschilista in cui la “colpa” ricade necessariamente sulla donna e sul turbamento della quiete sociale. Chi destabilizza l’equilibrio, cioè la ragazza che ha denunciato il fatto, viene condannata anziché ricevere una doverosa solidarietà».

È vergognoso, ma è così. La Antonioni ricorda, oltre alla fatica della vittima di ritornare sul fatto e di essere parte in un percorso giudiziario così lungo e scivoloso, «anche i pesanti costi. Le vittime devono pagarsi le spese legali e le perizie. Ricordo che Veltroni, da sindaco di Roma, aveva proposto di pagare gli avvocati alle vittime di violenza, perché era consapevole della lotta impari che queste persone devono compiere».

La strada è ancora lunga. La Casa delle Donne (www.casadonne.it) ha appena pubblicato un opuscolo informativo ad uso degli avvocati per tutelare nel modo giusto le vittime di violenza, aiutarle a rivelare un segreto ancora troppo spesso inconfessato e accompagnarle in un cammino purtroppo gravoso. L’obiettivo è far sì che la vittima sia davvero tutelata in ogni aspetto e soprattutto costruire una nuova cultura in difesa della donna. A Montalto di Castro questa strada, evidentemente, non è ancora stata spianata.

www.vita.it

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