Si è impiccato con un lenzuolo alle sbarre della finestra della sua stanza nel Cie di via Corelli. Si è ucciso così un transessuale brasiliano di 34 anni, bloccato domenica scorsa perchè irregolare e portato al Centro di identificazione ed espulsione di Milano.
A dare l’allarme è stato oggi attorno alle 15.30 un altro immigrato trattenuto nel centro. Secondo la prima ricostruzione, il transessuale sarebbe entrato nella sua stanza attorno alle 14. Quindi nessun segnale fino a quando è stato notato il suo cadavere appeso.
Subito sono stati chiamati i soccorsi, è stato portato in infermeria dove sono iniziate, senza esito, le manovre rianimatorie. Poi, quando è arrivata l’ambulanza, il rianimatore non ha potuto che constatarne la morte. Per ora non si sa quale sia stata la causa del suicidio. La Polizia ha fatto notare che in questi giorni il Cie non è particolarmente affollato.
William Shakespeare era in segreto un cattolico? Forse sì, e tre misteriose firme sulle pagine di un libro di pellegrini potrebbero dimostrarlo.
Il drammaturgo avrebbe trascorso alcuni anni in Italia e frequentato il Venerable English College di Roma, un seminario per la formazione dei sacerdoti cattolici inglesi. Lo afferma padre Andrew Headon, vicerettore del college, che ha organizzato una mostra per documentare le origini e lo sviluppo del cattolicesimo in Inghilterra. Ne dà notizia la stampa britannica, in particolare l’Independent e il Times.
Nel libro c’è la firma di “Arthurus Stratfordus Wigomniensis” del 1585, un’altra di “Gulielmus Clerkue Stratfordiensis” del 1589. Secondo il vicerettore, la prima scritta si può decifrare come “(il compatriota) del (re) Arturo da Stratford (nella diocesi) di Worcester” e la seconda come “Guglielmo l’amanuense di Stratford”. Una terza scritta del 1587, “Shfordus Cestriensis”, secondo Headon può significare “Sh (akespeare di Strat) ford (nella diocesi di) Chester”.
Le tre firme appartengono ai cosiddetti “anni perduti” di Shakespeare: non si sa nulla di lui tra il 1585, quando lasciò la sua città natale, Stratford, e il 1592, quando iniziò la sua carriera come drammaturgo a Londra. Secondo padre Headon, è molto probabile che in quegli anni Shakespeare visitò Roma come cattolico clandestino.
Il libro di pellegrini è conservato negli archivi del seminario per ragioni di sicurezza, ma le pagine con le tre firme “shakespeariane” sono state riprodotte per la mostra, situata nella cripta del Venerabile Collegio Inglese, che divenne un rifugio per i cattolici perseguitati durante la Riforma.
L’esposizione ricrea l’atmosfera clandestina di quel periodo e documenta i viaggi segreti di molti cattolici inglesi a Roma e quelli che fecero i gesuiti da Roma all’Inghilterra «per difendere la loro fede nonostante le minacce di arresti, torture e martirio».
In un recente libro, scrive il Times, una biografa tedesca di Shakespeare, Hildegard Hammerschmidt-Hummel, ha scritto di «essere arrivata alla conclusione che Shakespeare era cattolico e che la sua religione è un elemento chiave per capire la sua vita e il suo lavoro ».
Chi appoggia questa tesi sostiene che opere come “Romeo e Giulietta” e “Misura per misura” sono ricche di pensiero e rituali cattolici, con ritratti positivi di preti e monaci e invocazioni della Vergine Maria. Cinque delle sue 37 opere sono situate in Italia, altre cinque completamente o parzialmente a Roma e tre in Sicilia. La mostra al Venerabile Collegio Inglese di Roma, “Non Angli sed Angeli”, resta aperta fino al luglio del 2010.
Allontanato per aver celebrato le nozze di Sandra Alvino, la donna
nata uomo, don Santoro ha detto messa alla stazione di Firenze. Il prete senza parrocchia è tornato ieri sera città, ha ritrovato la sua comunità nell’atrio della stazione di Firenze, tra le biglietterie, davanti ad un altare improvvisato sotto un grande orologio.
Gli abitanti delle Piagge sono accorsi numerosi a Santa Maria Novella per riabbracciarlo. C’erano anche gli sposi Alvino e Talotta.
fonte rainews24
Sabato prossimo, 26 dicembre, alle 21, per il ”Circuito del Mito-Attraverso la sacralita”’, nella Chiesa di San Francesco d’Assisi all’Immacolata di Catania, si rappresentera’ lo spettacolo ”Ecco il Messia, Sacra rappresentazione per Palestina, re magi, strage degli
innocenti”, del maestro Roberto de Simone. Lo spettacolo di De Simone, allestito in esclusiva per il Circuito del Mito, si avvale di una voce recitante, Ferdinando Maraghini, di nove vocalisti e 13 orchestrali diretti da Renato Piemontesi, con la regia dello stesso De Simone.
Di grande effetto scenico saranno le proiezioni ”Domus picta”: si tratta di video istallazioni, all’esterno della chiesa, rappresentanti immagini sacre ritratte da grandi artisti. Presenzieranno il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, e l’assessore regionale al Turismo, Nino Strano.La rappresentazione verra’ replicata il 27 nella chiesa madre di Marsala e il 28 nella cattedrale di Piazza Armerina.
fonte adnkronos
di Angela Ragusa
e attraversò il cielo della terra
Scia di polvere celeste
illuminò la grotta
di riverberi cangianti…
…rese luce
al buio della notte
incantando di stupore
lo sguardo degli umani…
…al mondo consegnò l’amore
del cuore puro
di una donna che regalò
ai tormenti del creato
la divina risposta!
di Liana
Il Natale in carcere è la cosa più finta che possa esistere. Si finge di essere felici. Si finge che non importi se fuori ci sono gli addobbi natalizi e che le persone vadano nei negozi in cerca del regalo più appropriato per l’una o l’altra amicizia. Si finge che questo dovrebbe essere l’ultimo natale che passi in carcere. Si finge di essere allegri, mentre il cuore piange. Si addobba anche noi le celle, i corridoi della sezione, con le poche cose che siamo riusciti ad avere, o donate dai vari volontari, mentre si vorrebbe solo una cosa: addormentarsi alla sera e svegliarsi quando le feste sono finite.
Però talvolta, guardando la televisione, ci si accorge che ci sono moltissime persone che stanno peggio di noi. Penso a chi in quest’anno ha perso un figlio a causa di una autista ubriaco, che preferirebbe mille volte essere in carcere ma ma che il suo caro fosse vivo. Penso a quelli che non hanno nessuno nemmeno a casa, noi almeno anche se detenute siamo tra compagne, e anche se è una cella è pur sempre un tetto. Penso a quelle povere famiglie per le quali il Natale è un giorno uguale agli altri, se non peggiore, perché vedono i loro bimbi che guardano speranzosi di qualcosa e invece non possono, a volte, neanche avere un posto decente. Penso agli anziani abbandonati a se stessi, malinconici, ricordando i natali passati con i propri cari, e infine penso alle persone nel mondo che muoiono di fame.
Ecco, se penso a tutto questo mi ritengo fortunata, anche se in carcere noi in fin dei conti abbiamo un fine pena più o meno lontano. C’è chi il fine pena, là fuori, non ce l’ha, ma solo un briciolo di speranza o rassegnazione. La speranza che il dolore che hanno dentro si attenui. Penso a tutto questo, e mi accorgo che il Natale possiamo festeggiarlo anche noi.
A tutte le persone meno fortunate di noi, dico Buon Natale, e che l’anno nuovo porti un po’ di luce e di speranza per tutti. Inoltre invito tutti quelli che leggeranno queste mie righe a fermarsi e guardare chi sta peggio.
In carcere è vero che tutti i giorni sono uguali, ma quelli festivi sono i peggiori, perché ci fanno sentire di più le assenze: della casa, dei figli, della compagna, della madre.
Il mondo all’esterno sembra scorrere come un fiume in piena, e qui dentro non cambia niente. Con la televisione vediamo cosa succede fuori, ma non tocchiamo con mano niente, riusciamo a intravedere, ma non a capire appieno, non a essere dentro quella realtà che si muove. È questo che ci manca per Natale, per il giorno del nostro compleanno o del compleanno dei nostri bambini: esserci, essere presenti.
Nessuno lo fa vedere: siamo uomini, no? Ma ognuno nel suo intimo soffre di questo suo “non esserci” nei momenti importanti della vita dei suoi cari.
Qui invece tutto resta incolore e monotono, non ci sono luci né regali. Anzi spesso gli agenti sono particolarmente irritabili, perché hanno avuto la sfortuna di dover passare il Natale con noi, in carcere. Ed è una situazione pericolosa, perché irritazione degli agenti per noi vuol dire facile rapporto disciplinare.
Allora ognuno fa finta di passare il Natale. Ci si invita a turno cella per cella, si brinda con l’acqua minerale e si taglia una fetta di panettone, per chi ha avuto i soldi per comperarlo sovrapprezzo alla spesa. È come una fiction, facciamo finta, o meglio ci fissiamo in testa che siamo nel periodo delle festività natalizie e via di seguito. Poi finalmente arriverà Capodanno, in cui brinderemo, sempre con l’acqua minerale, e passeremo la mitica mezzanotte guardando alla televisione cosa succede a New York, a Parigi, a Berlino, e ci sembrerà di aver fatto il giro del mondo in un minuto, e invece dopo due minuti ci accorgeremo che non ci siamo mossi di un millimetro dalla nostra cella.
E poi ci sono i pacchi che ci portano i famigliari, prima o dopo il Natale, e ogni volta che li apriamo o li tocchiamo ci viene il ‘magone’, ed è come girare il coltello nella ferita. Perché ogni cosa che sembra ci dia un contatto fisico con la libertà ci fa male. Una cartolina, una telefonata di auguri con i bambini a casa sono un colpo al cuore, perché il cuore è là con loro, e il corpo è chiuso qui dentro, e la testa corre, e pensa di essere a casa… i bambini che fanno casino, il panettone, l’albero di Natale e il calore della festa!
Qui fa solo freddo, e si guarda la televisione per vedere come passano il Natale gli altri, quelli fuori, tutti belli, tutti sorridenti, tutti fortunati, e non lo sanno! Allora ci si consola dicendo: ancora due-tre-sei-otto Natali e ci sono anch’io là fuori, tutto bello, tutto sorridente e fortunato, ma io, in quel momento, lo saprò di essere fortunato.
E intanto facciamo di tutto per mascherare le nostre solitudini, le nostre malinconie, e scherziamo, ridiamo (a denti stretti) e… speriamo che finisca presto.
C’è chi riesce, da vero mago culinario, su un fornelletto camping-gas a cucinare delle pietanze che un uomo libero non immaginerebbe neanche. Tortellini, pizze, piatti tipici di ogni angolo d’Italia, e ultimamente del mondo, che si avvicinano molto approssimativamente a quelli di casa. Hanno tutti una cosa in comune, un ingrediente che li fa diventare speciali, sono fatti con il Cuore, e questo speciale componente dà loro un sapore particolare, di Natale appunto. Sembra impossibile da credere, perché è un “cattivo” che ve lo dice, ma dovete fidarvi, è la verità.
E la sera di Natale ci sentiamo anche stanchi, come se avessimo fatto chissà quale festa!! Non ci siamo mossi di un passo, non siamo usciti dalla nostra cella per tutta la giornata, ma poi a colloquio con i nostri bambini potremo anche raccontare storie e fatti accaduti a Natale, perché qualcosa succede sempre e se non succede la si inventa per il loro piacere.
Però il Natale è anche bello, perché è speranza che le nostre istanze vengano accolte, che i politici ci concedano un’amnistia e un indulto, che qualcuno si accorga della nostra buona condotta e ci dia magari un permesso a casa per un giorno o due da trascorre con i propri cari. Poco importa se magari sarà il 17 febbraio, e non il 25 dicembre, per noi quel giorno sarà Natale!
Ah, scusate, dimenticavo, TANTI AUGURI A TUTTI VOI, Là FUORI !!!
Marco
Cos’è…
chi è il poeta che d’amore parla
in mezzo alla gente che d’amore sogna.
Io… poeta del mio pianto
che lento scorre al mistero della vita.
Tu…amore, mio amore che della
luce spende i bagliori più intensi,
che del cuore consuma i suoi palpiti eterni.
Le valigie dell’anima pronte,
come di partenza composte,
e le mani chiuse ai dolori
e di occhi profondi
e di pace
di mare
di oceani immensi battenti agli scogli.
E di…gioie
e ricordi che rifugiano al riso
come nascondino alla morte.
Io…poeta che mi servo di te
per scrivere le memorie,
i ricordi per dettare i miei versi
alla magia di un sogno.
Parlami al cuore
come hai sempre parlato,
con la dolcezza di parole
che d’eccesso paion finte
e nella crudeltà si compongono
come frasi sgrammaticate,
come sensazioni nel senso del Mondo.
Tu …amore che d’amore ti nutri
e vivi
e senti
e gioisci
e svinisci
e crolli
in un letto fluttuante
di foglie di verde infinito.
Tu muto che mi guardi ammirato,
muto e pacato
innamorato,
muto e pacato
nella profondità di uno sguardo.
E poi…
muto e riservato
innamorato.
Ed io…
muta e commossa
perduta nella tua anima immortale.
Muta e sperduta
nell’intimo di te

San Bassano Giovanni ha bisogno di un trapianto di midollo, all’appello rispondono 300 giovani. Si sono presentati al centro trasfusionale di 
